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pordenonelegge 2015

pordenonelegge

Arrivederci al 14 settembre 2016

16 – 20 settembre 2015

Dopo un periodo di (lo ammetto) ingiustificato silenzio, riapro il mio salotto letterario virtuale in occasione della 16ma edizione di PordenoneleggeFesta del libro con gli autori, l’evento culturale che, tra i diversi della stagione, resta sempre il mio preferito.

Forse è il paesaggio, già letterario per sua stessa natura (non sono distanti quei paesaggi narrati negli struggenti ricordi di Mauro Corona), forse è lo sfondo di una città piccola ma viva e appassionata, forse è la ricchezza del programma, ma, in ogni caso, il festival letterario friulano è un appuntamento che i veri irriducibili della lettura non possono mancare. Questa sedicesima edizione si rivela intensa al primo sguardo, con l’apertura ufficiale dell’autore francese Daniel Pennac, il 16 settembre, per oltre 400 protagonisti e circa 300 appuntamenti.

Dimostrando, con i risultati di una ricerca portata avanti dall’Università Bocconi, che Pordenonelegge (e quindi la cultura) produce una certa rendita economica, il festival, partendo dal racconto/diario di Daniel Pennac, prosegue con 32 anteprime letterarie, ed una serie di incontri, dialoghi, lezioni magistrali, interviste, reading e spettacoli. Grande attenzione ai temi più attuali, con gli interventi del sociologo Edgar Morin, dello scrittore ucraino Andrei Kurkov, dell’economista Andrea Segrè, dei filosofi Salvatore Veca e Vito Mancuso, dello psicoanalista Massimo Recalcati, e ampio spazio dedicato alla poesia, con la presenza di oltre 50 autori, tra cui Simon Armiatage e di Walter Siti, che presenta in anteprima la sua ultima raccolta di liriche.

Tra gli autori arrivati a Pordenone da oltre confine, lo scrittore e sceneggiatore Emmanuel Carrère, con un incontro dedicato ai legami tra storia e romanzo, la scrittrice iraniana Azar Nafisi, la nordcoreana Hyeonseo Lee, l’argentino Marcelo Figueras, la tunisina Azza Filali, l’irlandese John Boyne, l’olandese Michel Faber, la serba Gordana Kuic, lo svedese Carl Johan Vallgren, l’inglese Adam Thirlwell, la canadese Ann-Marie MacDonald, e l’americano David Leavitt, con il nuovo romanzo in anteprima. Tra gli italiani il premio Strega Nicola Lagioia, Marco Missiroli, Antonio Scurati, Pino Cacucci, Emanuele Trevi, Marcello Fois.

Al programma letterario si affiancano spettacoli e interventi musicali, con la presenza, tra gli altri, del pianista Ramin Bahrami, di Alice con un omaggio/reading a Pier Paolo Pasolini, del regista Silvio Soldini, dell’autore teatrale Massimo Cirri, di Roberto Vecchioni, della regista Francesca Archibugi con il dvd dedicato a Pierluigi Cappello, e di Stefano Benni, con un reading ideato per Pordenonelegge.

Programma dettagliato e informazioni disponibili su www.pordenonelegge.it

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Varie ed eventuali

di Edoardo Sanguineti (Feltrinelli)

..e un mondo è morto – e soldati
per le strade del mondo: e non si arriva
per me, al 2012: e vicina,
più vicina, è la fine…

L’ultima raccolta di versi del grandissimo poeta italiano, scomparso nel maggio 2010, pubblicata postuma, era in realtà già stata ultimata e consegnata alla stampa dall’autore stesso. Ma la sua morte, avvenuta prima della pubblicazione, infonde in quest’opera una forza inquietante, sottilmente ironica, trasformandola in un’eredità culturale, in un lascito destinato ai lettori perché partecipino alla sorte del mondo, alla sua fragilità e impermanenza, dovute anche, e soprattutto, alla perversa follia dei suoi abitanti.

Le immagini di un mondo prossimo al naufragio, evocate dai versi di Sanguineti, nonostante i lievi accenni di comicità appaiono spaventose e reali. L’Occidente si sgretola lentamente, e con esso l’Italia, sopraffatti da una crisi mondiale e incontrastabile, popoli e nazioni soffocati dai debiti e dagli errori politici, ormai prossimi alla fine: è solo questione di giorni, forse di ore.

Amici e nemici si confondono, la Cina appare all’orizzonte come erede di un potere in frantumi, Barack Obama si illude di governare un impero di ombre e spettri. La distruzione, forse più morale che fisica, di una Terra dilaniata dai suoi stessi abitanti è dipinta in queste caotiche poesie con una nitidezza drammatica e penetrante, un’atmosfera dove l’autore stesso si perde: mi autoproduco, fragile, mi clono afferma negli impressionanti versi di Identikit.

Nato a Genova nel 1930, Edoardo Sanguineti frequenta fin da giovane gli intellettuali di Torino e i protagonisti delle avanguardie artistiche, da Guido Seborga, a Vincenzo Ciaffi, a Enrico Baj, collabora in seguito con Luciano Berio e il Gruppo 63. Scrittore, critico, giornalista e drammaturgo, grande sperimentalista poetico, gioca con i versi e la metrica come un artista sceglie ed utilizza i colori. La sua poesia non è di facile lettura, nei suoi giochi di ironia e paradosso traspare una cultura immensa, frammista talvolta a visioni oniriche, talvolta all’eros, talvolta a scene tratte dalla quotidianità, poiché il il compito dei poeti, diceva, è quello di disegnare il profilo ideologico di un’epoca.

I nostri semi (Peo tsa rona)

inostrisemiPoeti sudafricani del post-apartheid
A cura di Raphael D’Abdon (Mangrovie)

Questa splendida antologia di versi composti da giovani poeti sudafricani edita da Mangrovie, dal titolo di I nostri semi, è stata presentata nel settembre 2009 al Festival di Mantova, ed è accompagnata da un dvd che raccoglie i suggestivi readings degli autori, emozionanti declamazioni che si collocano tra la performance teatrale, il rap, il blues e la lettura scenica, eseguiti talvolta in inglese, talvolta negli idiomi sudafricani originali, bellissimi anche quando incomprensibili.

Le liriche, composte da artisti che operano in ambiti differenti, dal cinema, al teatro, alla letteratura, alla musica, dimostrano l’importanza che la poesia riveste nel panorama sudafricano, non solo come espressione artistica, ma come strumento di affermazione sociale, di memoria storica e spesso di protesta, e come testimonianza della tradizione culturale locale, in cui la parola e il verso nel passato non venivano scritti, ma trasmessi oralmente, così come oggi avviene durante gli acclamatissimi poetry slam di Johannesburg e Soweto.

Nell’Africa del sud, la poesia ha sempre costituito un mezzo per rappresentare la cultura e la società, ma anche per lottare contro la violenza, il colonialismo e l’apartheid, divenendo manifestazione di resistenza, di opposizione e di sfida, e anche oggi, i poeti africani cantano la bellezza e il dolore, la rabbia e la giustizia, l’amore e la libertà con una forza che spesso raggiunge altissimi livelli emotivi ancor più nella performance recitativa che non nella parola scritta. La metrica stessa dei versi, si ispira ai ritmi dell’Africa antica, mixati alla moderna musicalità dell’hip hop e del rap americano, e a qualche rimando liroco della beat generation.

Nonostante la giovane età, i poeti sudafricani conoscono il pregiudizio e l’odio razzista, rivivono attraverso la storia della loro terra e del loro popolo l’ingiustizia subita, la violenza e l’oppressione.

Peace what peace? When our earth is being destroyed for the sake of power! grida Shamiel X in Peace what peace? E il lamento si trasforma in musica, addirittura in rock perchè, come afferma Afurakan in Blaq people rock, we have dug rock and played its tragedy on world stages .

Qana, Sabra and Chatila shatter my nigh into shredded glass cantano i versi di Natalia Molebatsi. Do not forget to remember our mothers’ struggle, do not forget Madres de la Plaza de Mayo, Mothers of Beslan, Mama Emily Longolo, ella ci chiede.

Ma è vero che Campaigns to find the world peace forever prove futile, poiché, affermano le parole di Thatelo Samuel Morapedi in True sense of freedom, White can find peace in black, and black can find peace in white, until that time, South Africa will know not a true sense of freedom.

Raphael D’Abdon, nella difficile impresa di trasferire le liriche in italiano, forse ne ha in parte perduto il ritmo musicale, più rilevante nella versione originale, ma ha mantenuto intatto il pathos emotivo dei versi, così come il linguaggio volutamente popolare degli autori.

Poems from Guantanamo

I detenuti di Guantanamo
(Iowa University Press – Edizione italiana: EGA Editore/Amnesty Italia)

Premetto di non avere alcuna intenzione di addentrarmi in teorie di politica estera, di sicurezza internazionale o di diritti umani. Sapete tutti bene quale genere di luogo sia Guantanamo e cosa accada nel segreto delle sue mura, reti, sbarre, celle, serrature e catene. Di quale crimine siano poi colpevoli coloro che vi sono, o che vi erano, rinchiusi è tanto ignoto quanto irrilevante in quanto, colpevoli o innocenti che siano, non hanno mai goduto del diritto di un regolare processo.

I particolari riguardanti i metodi utilizzati per estorcere ai prigionieri confessioni o informazioni più o meno attendibili, li lascio immaginare a coloro che seguono i fatti di cronaca. E’ sufficientemente noto e palese che il trattamento inflitto agli ospiti di Guantanamo, per quanto possano essere presunti terroristi e criminali, superi ogni limite di crimine e terrore.

Premesse a parte, come è già accaduto in passato, repressione, violenza, detenzione e poesia si incontrano spesso. Privati di ogni diritto, costretti a vivere in condizioni moralmente inaccettabili, isolati dal resto del mondo, anche i prigionieri di Guantanamo hanno trovato nei versi una via d’uscita, e la riconquista di una dignità spezzata.

Quasi totalmente censurati o confiscati, alcuni tra i componimenti dei detenuti sono stati recuperati dall’avvocato americano Mark Falkoff, che è addirittura riuscito ad ottenerne il diritto di diffusione, quindi di traduzione e pubblicazione, poiché ai detenuti non era concesso di scrivere se non per motivi legali, e mai rivolgendosi, come può accadere in una poesia, ad una terza persona. I versi di 17 prigionieri, raccolti nell’antologia Poems from Guantanamo e pubblicati in Italia da EGA/Amnesty International, riescono, almeno in parte, a restituire ai prigionieri un’identità volutamente annullata.

Ovviamente, la traduzione dall’arabo, dall’urdu o dalle altre versioni originali, è stata eseguita rispettando il “livello di sicurezza”, sottoponendo quindi il testo a censura da parte del governo americano, ma possiamo sperare che i revisori non siano stati in grado di cogliere tutte le sfumature di disperazione, desiderio di giustizia, ironia o rabbia espresse nei versi. Gli autori sono in parte poeti improvvisati, in parte professionisti, ma in ogni caso la lettura riesce a portarci molto oltre ad un’esperienza estetica e letteraria, e anche le espressioni più semplici assumono un inquietante valore se si pensa in quale contesto siano nate.

Take my blood, take my death shroud and the remnants of my body scrive Jumah Al Dossari nel suo Death poem. Poco più di 30 anni, padre di una bambina, chiuso per 5 anni nel carcere cubano senza accusa nè processo, sottoposto a sevizie di vario genere e tenuto a lungo in isolamento, ha tentato di suicidarsi per 12 volte. Sami Al Haj era un giornalista di Al Jazeera. Arrestato nel 2001 e privato dei propri documenti, viene torturato sia prima che dopo il trasferimento a Guantanamo, con la presunta colpa di essere un corriere di Al Qaeda. In my despair I have no one but Allah for comfort, scrive nella sua poesia Humiliated in the shackles, arrivando a chiedersi How can I write poetry? Ma ricorda ai suoi carcerieri che They have monuments to liberty […] but I explained to them that architecture is not justice. Osama Abu Kabir, autotrasportatore, viene arrestato in Afghanistan dalle forze antitalebane, e consegnato ai militari americani. Uno dei motivi di detenzione è stato il suo orologio digitale, un modello che si suppone venga talvolta usato come detonatore dai membri di Al Qaeda. Nella sua poesa Is it true egli si chiede Is it true that the flowers will rise up in the spring? Is it true that the birds will migrate home again? Certo, è vero, e These are all miracles. But is it true that one day we’ll leave Guantanamo Bay?

A questo punto non possiamo fare altro se non sperare che questo giorno sia giunto davvero, e soprattutto che l’inferno di Guantanamo non rinasca, sotto altro nome e in un altro luogo. Leggete le poesie dei prigionieri e diffondete la loro voce, per evitare che tutto si ripeta. Il libro nella versione italiana è acquistabile direttamente da Amnesty Italia.

Canto del popolo yiddish messo a morte

di Itzak Katzenelson (Mondadori)
tradotto da Erri De Luca

Ho visto. Ora lasciatemi, non mi chiedete niente.
Cosa? Non mi chiedete quando e dove.
Vi scongiuro: non cercate nient’altro, non ascoltate niente di via Mila.
[…]
C’è stato un popolo, c’è stato, e ora non esiste più.

Nel campo di concentramento francese di Vittel è il 1943 quando Itzak Katzenelson, poeta e drammaturgo nato in Bielorussia e vissuto a Lodz, inizia a scrivere in segreto Dos lid fun oysgehargetn yidish folk, poema epico in 15 canti dalla struttura rigorosa e dalla metrica impeccabile, con la fragile speranza di poter lasciare almeno un segno prima della completa distruzione. E’ consapevole di essere sfuggito alla deportazione, insieme al figlio Zvi, già troppe volte, ha visto Varsavia resistere e bruciare, sa perfettamente dove è diretto il treno in cui sono scomparsi la moglie e i due figli più piccoli.

Aiutato con ogni mezzo a sopravvivere, come accadde ad altri poeti, per raccontare un orrore quasi impossibile da credere vero, Itzak Katzenelson elabora il poema nel pensiero, lo ricostruisce a memoria in pochi mesi, riesce a chiuderlo in tre bottiglie e a seppellirlo poco prima di essere rispedito in Polonia e deportato ad Auschwitz. L’opera che, quasi miracolosamente, egli porta a termine è di una bellezza spaventosa, il terrore della verità appare cristallizzato nella straordinaria forza evocativa dei versi, in 15 canti dove, in un crescendo di angoscia e disperazione, è ritratto in tutte le sue fasi il perverso meccanismo della Shoah, dall’invasione tedesca, al rogo di Varsavia, all’annientamento totale di un popolo la cui splendente vivacità lascia posto solo al vuoto e al silenzio.

Come ogni poema epico, si apre con una voce che chiede al poeta di cantare il canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa, e prosegue, canto dopo canto, trascinando il lettore in un abisso di tragedia e di morte. A differenza di Levi, Celan o altri poeti dello sterminio, la poesia di Katzenelson non è ricordo, non è Memoria, ma è testimonianza diretta, vissuta nel triplice ruolo di poeta, cronista e vittima, la sua voce non è rassegnazione ma dolore rabbioso, radicato ad una tenace ma inutile volontà di sopravvivere.

Mostrati a me, popolo mio, egli invoca, ma ormai questo popolo yiddish è stato privato della possibilità di mostrarsi, non ha più volto, non ha più occhi, non ha più voce, si è trasformato in una muta inconsistenza che risale dalle fosse comuni stracolme, strato su strato, intrise di calce e bruciate, e ancora da Treblinka, da Sovibor, dalle paludi, dal fango e infine, orribilmente, dalla polvere e dai pezzi di sapone.

I vagoni partono e tornano vuoti, incessantemente, ne vogliono ancora, a Varsavia il ghetto in fiamme brucia, e i cieli assistono indifferenti al massacro, il loro azzurro inutile e sfrontato non si è velato neanche di una nuvola.

Voi non avete un Dio grida il poeta a questi cieli vacui e remoti.

Itzak Katzenelsen porta a termine questo canto di morte nel gennaio 1944, per morire egli stesso sotto il cielo primaverile di Auschwitz. Il poema viene ritrovato nel 1945 con l’aiuto di Miriam Novitch, deportata insieme al poeta e sopravvissuta, e pubblicato nello stesso anno in Francia.

L’annientamento dell’ebraismo europeo, come ormai tutti sappiamo, non è una conseguenza di una guerra peraltro assurda, ma è violenza allo stato puro, e la Polonia, ebraica in alta percentuale, viene totalmente sconvolta, frantumata dai ghetti e umiliata dai campi di sterminio. Nonostante tutto, la resistenza si organizza, cerca di strappare ogni attimo di sopravvivenza, e grazie ai suoi protagonisti possiamo leggere anche questi versi. In Italia, il poema di Itzak Katzenelson viene pubblicato la prima volta da La Giuntina con il titolo di Canto del popolo ebraico massacrato. Questa recente edizione di Mondadori è tradotta dallo scrittore e poeta Erri De Luca, che ha scelto di lasciare intatti i termini yid e yiddish, così come li aveva voluti l’autore.

Libro delle metamorfosi e delle migrazioni nelle regioni del giorno e della notte

di Adonis (Mondadori)

Nel mio libro disegnai i tuoi occhi
nella mia gioventù portai la tua eredità
nei campi fertili e sui passi di Qasyun
Tu, donna del fango e del peccato
tu tentazione illuminante
città che si chiamò Damasco…

Ali Ahmad Said Esber, che avete già incontrato su queste mie pagine, nato in Siria nel 1930 e noto con il nome d’arte di Adonis, è considerato uno dei maggiori poeti contemporanei, e indubbiamente tra i più grandi in lingua araba. Questa raccolta di versi, liriche e brevi poemi, scritta nei primi anni Sessanta, dal misterioso nome di Libro delle metamorfosi, rappresenta una delle opere principali e più significative del suo percorso letterario.

Anche attraverso il velo della traduzione, il ritmo della poesia di Adonis incanta e cattura fin dalla prima riga, simili a musica le sue parole avvolgono e coinvolgono i lettori introducendoli in un mondo magico, ignoto e talvolta spaventoso, ricco di aromi e colori, di paesaggi ora limpidi ora inquietanti, di momenti in cui la sensualità e la tensione, la passione e la guerra si alternano.

Nelle sue “metamorfosi” risplendono i simboli della cultura islamica e della storia araba, di cui è grande conoscitore e studioso, figure mitiche e leggendarie come il “Falco di Quraish” e i mistici sufi, ma anche la storia recente e la realtà scorrono nella sua poesia con la violenza drammatica delle scene di guerra trasformate in visioni oniriche e metafore: Damasco, “donna promessa a chiunque passi“, l’Eufrate, il cui sangue “scorre nel mio corpo e nella mia nostalgia” e la cui voce grida che “non è rimasto di Quraish che il sangue che schizza come lancia, non è rimasta che la ferita“.

Ma la grandezza del poeta si rivela in maniera sublime soprattutto nel suo farsi voce e corpo della natura, nel fondersi in un’armonia perfetta e straordinaria dove, nella vorticosa corrente dei pensieri e dei versi egli diventa “tuono, acqua e cose vive“, tramuta il suo volto “in un lago per i cigni“, rende “le ciglia foreste e le dita primavere e nozze“, fino ad arrivare a scrivere “io e l’acqua diventammo amanti“.

Forte come la morte è l’amore

Tremila anni di poesia d’amore ebraica
Tradotto e curato da Sara Ferrari (Salomone Belforte)

Forte come la morte è l’amore.

Da questo sconvolgente verso del Cantico dei Cantici prende il titolo l’altrettanto stupefacente antologia che raccoglie, e racconta, tremila anni di storia del popolo d’Israele sotto forma di poesia. Inevitabilmente, il volume si apre proprio sul testo integrale del Cantico dei Cantici che, con una sensualità allegorica ma dalle forti allusioni erotiche, celebra la bellezza della donna e la dolcezza dell’amore, ma anche la consapevolezza di vivere questo sentimento in tutte le sue rischiose e temibili sfaccettature.

Da questo preludio, si snoda il resto del percorso storico/poetico che lega l’ebraismo alla poesia d’amore, regalandoci emozionanti e inaspettate sorprese ad ogni pagina. Restando in equilibrio tra eros e sacralità, le liriche spagnole del V secolo, altissima espressione della cultura sefardita, dipingono magistralmente la magica e fiabesca atmosfera di Cordoba e Granada dove, all’epoca, ebrei e arabi convivevano in un vivace e reciproco scambio di pensieri. In questo mondo fantastico e surreale, età magnifica per la poesia medievale ebraica, i versi d’amore, spesso struggenti e disperati, sono rivolti dai poeti non solo a donne bellissime e insensibili, ma anche a giovani uomini, costruendo un sottile velo di ambiguità che rappresenta il fascino stesso di queste splendide poesie.

Il percorso prosegue fino ai tempi moderni dove, immancabilmente, anche la poesia d’amore riflette e delinea, la tormentata storia e la difficile esistenza di Israele. Ma, attraverso l’armonia dei versi, anche i conflitti e i disagi di un paese complesso e minacciato si trasformano in immagini ora idilliache, ora metaforiche, ora inquietanti, ma sempre ricche di colori vibranti e passioni profonde. E l’amore, sentimento privo di forma e di confini, assume le sembianze del tempo in cui i poeti sono costretti a vivere, si confonde e si scambia di ruolo con la guerra, come accade nella Poesia d’amore israeliana di Moshe Dor, prende la forma della ragazza “che si avvicinò a me ma non mi disse il suo nome“, come declamano i versi di Pinhas Sade, cammina per le strade di una città, come negli Schizzi di Tel Aviv di Meir Wieseltier.

Un amore che, apparentemente, muta incessantemente d’aspetto, parla con la voce di chi lo incontra, diviene campo di battaglia, terra di nostalgia, malinconica dolcezza, dolore quasi sadico, contrasto e ribellione, oblio e ricordo. Ma la sua forza immensa, e travolgente, non viene mai meno.

Le liriche, tradotte da Sara Ferrari, hanno tutte il testo originale ebraico a fronte.