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La ragazza senza volto

la ragazza senza volto di Jo Nesbødi Jo Nesbø (Piemme)

– E la morale e il libero arbitrio?
– Anche loro compresi nel calcolo.
– Stai dicendo che un criminale sarà sempre…
– No. In quel caso non farei il lavoro che faccio.

Scrittore e musicista geniale e terribile, Jo Nesbø ha dichiarato pubblicamente che, un giorno o l’altro, troverà il modo di “uccidere” Harry Hole. Auguriamoci che stesse scherzando, perché forse non si è reso conto del rischio: è molto probabile che, dopo la morte di Harry, i lettori (e soprattutto le lettrici) decidano di vendicarsi (giustamente) sull’autore.

Atipico eroe creato dallo scrittore norvegese, Harry Hole è uno di quei personaggi di cui è impossibile non subire il fascino, un investigatore quasi diabolico nelle intuizioni, ma altrettanto maniacale nei sensi di colpa, nelle contraddizioni e in una tendenza quasi perversa ad autodistruggersi. Nonostante la sua presenza nella polizia di Oslo sia determinante, il suo codice morale cristallino e totalmente privo di regole imposte rifiuta ogni compromesso e il suo senso di giustizia arriva spesso a scontrarsi con le consuetudini di una società apparentemente “perfetta”.

La trama de La ragazza senza volto è complessa, l’intrigo è addirittura internazionale, e parte dal giorno in cui, nella piazza di una Oslo gelida e splendente, un soldato dell’Esercito della Salvezza viene ucciso da quello che è chiaramente un killer professionista. Ma il freddo e la neve del Nord Europa giocano la loro parte, l’omicida non riesce a lasciare la città e si ritrova, suo malgrado, invischiato in una fitta rete di delitti e crimini dei quali non solo egli non è colpevole, ma non ne è neppure consapevole.

Ma chi è in realtà Christo Stankic? Chi si nasconde dentro l’anonima e sfuggente immagine di questo killer croato e, soprattutto, da chi è stato ingaggiato? Harry e la sua squadra non desistono facilmente e, dall’unico, confuso dettaglio di un’immagine ripresa da una telecamera, l’eroe anticonvenzionale e ribelle di Joe Nesbø, ricostruisce una storia che si perde nel sangue di una Croazia ormai schiacciata e sbriciolata dai serbi. Ma, se è vero che ogni omicidio ha un movente, la morte di Robert Karlsen non solo sembra non averne, ma si rivela addirittura un errore, trascinando Harry in un groviglio di violenza e passione che, oltre ad un intricato scambio tra Oslo e Zagabria, arriva a toccare le emozioni più intense e le peggiori perversioni di cui è capace la natura umana.

 

L’intreccio del thriller è travolgente, la verità emerge quasi all’improvviso, spaventosa, e il finale, sia pure sorprendente, è quello che effettivamente ci aspettavamo, da Jo Nesbo sicuramente ma anche da un Harry Hole disperato, vendicativo e, forse, un po’ innamorato. Ma la forza di questo romanzo, e del suo protagonista, è quella di entrare nell’animo umano e di trarne quelle ombre che al primo sguardo sfuggono: l’amicizia, l’amore, il rimorso, la vendetta, la disperazione, il terrore, la brama di potere, l’avidità, la follia… Elementi che appartengono, come a noi, a tutti i personaggi, i cui intrecci creano l’unicità di ognuno, nel bene e nel male: due opposti che spesso si confondono, si scambiano di ruolo, ci ingannano con una crudeltà quasi ambigua e fuorviante. Una crudeltà che, del resto, il malinconico e imprevedibile Harry conosce molto bene, ed è questa sua sensibilità quasi violenta, credo, a renderlo affascinante.

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Legionario

sloanedi Tony Sloane (Piemme)

Iniziò per primo, io invece mi avviai un paio di minuti dopo. I cavi oscillavano da una parte all’altra: nella notte calda e limpida riuscivo a distinguere le rocce sottostanti e le lettere bianche della “Voix de l’Incoscient”…

In un giorno d’estate il diciottenne Tony Sloane parte da Norwich verso la Francia, alla ricerca di un lavoro estivo. Porta con sé poche cose: è abituato a vivere senza fissa dimora, lavora e dorme dove capita, non ha un luogo dove ritornare. Di passaggio a Marsiglia con un amico per raggiungere la Costa Azzurra, incontra uno strano personaggio che, come in una fiaba, incanta i due ragazzi raccontando le proprie avventure. E’ un legionario in licenza, e Tony, affascinato dalla sua storia, saluta il compagno di viaggio e si presenta ad Aubagne per arruolarsi nella celebre Légion Etrangère. Sorprendentemente, supera tutte le selezioni, e firma il contratto per la ferma di 5 anni che stravolgerà la sua vita.

Qui occorre fare una premessa. Sulla Legione Straniera sappiamo ben poco, ci appare come un mondo leggendario e misterioso, accessibile a pochi, inavvicinabile dagli altri: un’entità affascinante e spaventosa, chiusa in uno surreale che ricorda Il deserto dei Tartari di Buzzati. In realtà, si tratta di uno dei corpi militari meglio addestrati del mondo, che spesso interviene a risolvere conflitti particolarmente intricati, in condizioni estreme di difficoltà e di rischio. Ma Tony Sloane, nel momento in cui firma, ancora non lo sa.

Non essendo un romanziere, egli racconta con semplicità le esperienze vissute, trasmettendo un alternarsi di rabbia, di incanto, di entusiasmo e di orgoglio. Quattro mesi di addestramento spietato per ottenere un fisico d’acciaio, ma soprattutto per imparare a sottostare ad una disciplina ferrea, a non fare domande, a dimenticare il passato, a fare a meno di tutto, perché la Legione deve essere l’unica famiglia, l’unica patria e l’unica ragione di vita e di morte. Al termine della prova finale di 120 chilometri di marcia, Tony Sloane è un legionario a tutti gli effetti, e questo è solo l’inizio: il suo percorso evolutivo, sempre ai limiti estremi della resistenza, prosegue prima in Corsica, poi in Etiopia, nel Gibuti, nel deserto del Sahara: cinque durissimi anni nei quali il ragazzo vagabondo e sognatore si è inevitabilmente trasformato.

Ora, viene da chiedersi: ma in cosa si è trasformato? Perché è questa, a mio avviso, la nota stridente della storia di Tony Sloane: quella di far emergere, e di ostentare, la parte peggiore di sé. Il suo racconto è bello, da leggersi trattenendo il respiro: le scene d’azione sono drammatiche, e intense, i paesaggi africani, le scogliere della Corsica, l’immensità rovente del deserto sono ritratti con un’emozionante ricchezza di particolari, e i grandi valori acquisiti nei cinque anni, la lealtà, l’onore, il coraggio, talvolta traspaiono dalle sue parole.

Ma sembra che in lui, nonostante tutto, abbiano il sopravvento gli istinti peggiori, la trasgressione a tutti i costi, il sesso estremo e spesso sadico, la violenza immotivata. Certo, si potrebbe pensare che la situazione difficile, l’ambiente geografico a volte ostile, la fatica incessante delle prove da superare, l’isolamento sociale, l’addestramento rigoroso, siano gli elementi scatenanti del comportamento da teppista metropolitano di Sloane.

Ma, poiché l’autore, in epilogo, dichiara di avere raggiunto, a distanza di anni, il proprio equilibrio, a noi piace pensare che, forse, la vita da legionario abbia, sì, in parte provocato i suoi eccessi, ma soprattutto gli abbia offerta la possibilità di superarli e di trarne esperienza. E il suo libro ne è la prova: sicuramente esaltato ma, nonostante tutto, spettacolare.

La puntualità del destino

la puntualità del destinodi Patrick Fogli (Piemme)

Il presente è il risultato inconsapevole di una serie di gesti distratti, di risposte mancate, di strade piene di folla che hai evitato infastidito, di scelte che non rifaresti o che non hanno dato il risultato che volevi, di attimi inaspettati di indescrivibile felicità.

Che Patrick Fogli, scrittore e ingegnere, sia un grande giallista, è indiscutibile. Ma riuscire a definirlo con precisione, così come definire il suo romanzo, è impossibile.

La puntualità del destino è uno di quei rari libri che lasciano un segno non solo letterario, oltrepassando il limite, visibile solo a pochi autori, tra la fiction e la natura umana, con tutte le contraddizioni, sorprese, debolezze, perversioni, luci e oscurità che quest’ultima possiede. Dall’altro versante, altrettanto difficile, arriva invece a svelare i paradossi della vita, l’inutilità di fabbricare intrighi, di eccellere nell’arte dell’inganno, o di credersi eroici, geniali e virtuosi, perché, inesorabilmente, è il destino a decidere, e a rimettere ogni cosa al suo posto.

Non voglio certo rivelare la storia, il brivido del giallo è un piacere da attendere pagina dopo pagina. Tutto ruota attorno ad una serata inquieta, in un paese tra Bologna e le montagne, apparentemente semplice e tranquillo (come del resto semplici e tranquilli appaiono gli uomini), che rivelerà un’anima portata agli estremi, nel bene e nel male.

Mentre il fiume sta per esondare e un’improvvisa scossa di terremoto sconvolge mura e pensieri, la quattordicenne Alessia, di ritorno da una cena con la squadra di pallavolo, arriva all’angolo di una strada, e scompare nel nulla. L’ultima immagine di lei, ripresa dalla telecamera di una banca, si confonde con quella di Claudio, figlio di un’immigrata e rinomato per le sue avventure romantiche.

Ad occuparsi, volontariamente, del caso è Gabriele, ex poliziotto che ancora subisce il conflitto tra senso della giustizia e ordine pubblico, deciso a non chiudere la questione condannando Claudio, anche perché della ragazza, viva o morta, non c’è traccia.

Quello in cui si addentra però è un girone infernale, un campo di battaglia dove tutto è concesso. Scopre che la famiglia di Alessia non è poi un modello di perfezione, né morale né legale, che tra di loro vi è più ipocrisia e indifferenza che affetto. Scopre una catena di tradimenti, di crimini impossibili da condannare perché occultati dietro ad una lastra di compromessi, un gioco d’azzardo spietato, ai limiti della crudeltà.

Scopre che la crudeltà è anche il denominatore comune degli altri, gli spettatori, curiosi fino alla perversione, addolorati quel tanto che basta per comparire, pronti a incolpare, a condannare, persino ad uccidere, più per pregiudizio che per giustizia, più per vendetta che per difesa, più per odio che per ribellione. Scopre che la verità ha un prezzo elevato, pretende sempre le sue vittime, e non è detto che offra in cambio la giusta direzione o una visione limpida e chiara.

Nel corso delle indagini, nel complicarsi dell’intreccio, l’animo umano si riduce agli istinti primordiali e si mostra per quello che è realmente, ferocia, paura, viltà, mentre i sentimenti si disgregano sotto l’azione corrosiva dell’incomprensione.

Inatteso e devastante, il finale, è quasi una resa dei conti, un ricongiugimento di percorsi paralleli, a dimostrare che La puntualità del destino è anche, o forse innanzitutto, una storia d’amore, anche se crudele. E a ricordarci come tra l’amore e il male spesso lo spazio sia esiguo, e facilmente noi dimentichiamo di avere comunque e sempre la possibilità di scegliere.