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Ombre

ombredi Tommaso Landolfi (Adelphi)

Vi sono molti umani che paiono trapassati: dico che i loro occhi azzurri sembrano fori per cui guardi il cielo.

Questa piccola antologia dimostra, sia pure essenzialmente, la forza e la genialità della scrittura di Tommaso Landolfi, uno dei più grandi e significativi autori del Novecento, un autore eccezionale e impossibile a definirsi, che sembra passare continuamente e senza difficoltà dal fantastico, all’assurdo, alla cronaca, al diario, sempre mantenendosi entro il limite del racconto breve, e con quella ricercatezza linguistica che contaddistingue il suo stile. Caratteristica dello stile di Landolfi è infatti quella di scegliere vocaboli inconsueti, a volte sconosciuti a molti, giocando a costruire frasi di grande effetto che, pur non avendolo, acquistano un tono vagamente surreale.

Ombre riunisce, volutamente racconti di genere differente, alcuni puramente fantastici ad altri più realisti, impressioni, nostalgiche memorie di gioventù, esperienze personali, storie a volte assurde e prive di una vera trama, frammenti e riflessioni personali.

Dalla fantasmagorica e grottesca Moglie di Gogol all’epidemia di letargo di Lettere dalla provincia, dal complotto dei falsi fantasmi di Ombre all’inquietante atmosfera inquisitoria dell’unico racconto senza titolo, dal delitto passionale di Annina all’ironia politica di Campagna elettorale, dall’atmosfera pittoresca del Palio di Siena alle questioni sorte intorno ai tavoli del Casino di Un giorno a San Remo, dal racconto di viaggio in Terza classe al dialogo assurdo e lievemente sensuale di Autunno: in tutti gli scritti di Landolfi permane un senso di irrealtà, di sogno, per quanto spesso siano, al contrario, fortemente “reali”, trasmettendo con grande maestria quell’effetto di disorientamento per il quale talvolta, o forse sempre, anche la vita quotidianità assume tinte fantastiche.

Un effetto straordinario, impossibile da ritrovare in altri autori contemporanei, dove la malinconia del ricordo, l’incanto del sogno, il fascino dell’emozione si alternano, si intrecciano e si confondono con magnifici giochi di parole, sullo sfondo di uno scenario ora vero, ora fantasioso, ora drammatico.

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Sessanta racconti

di Dino Buzzati (Mondadori)

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Narratore straordinario e trascinante, artista, giornalista, appassionato di montagna e inviato di guerra (sono sue le cronache di El Alamein apparse sul Corriere della Sera negli anni ’40), Dino Buzzati, nato in Veneto e scomparso quando avrebbe avuto ancora molto da regalarci, sembrava (come aveva notato il collega e amico Indro Montanelli) essere egli stesso uscito da uno dei suoi travolgenti racconti.

Travolgenti perché capaci di toccare tutte le possibili emozioni e percezioni dell’animo umano, negative o positive che siano, in una cornice dove la scena passa da un realismo paradossale ad una metafisica impressionante, ad un surrealismo nitido e dettagliato. Dall’odio all’amore, dalla nostalgia alla paura, dalla rabbia ad una tirannica vendetta, dall’ipocrisia all’invidia, dal desiderio all’estraniamento… Tutto si sussegue nei racconti di Dino Buzzati con una limpidezza scioccante, in una dimensione mutevole e discontinua dove anche l’incombenza della morte, la fine del mondo, la presenza minacciosa di Dio assumono contorni onirici, suscitando ora l’ira, ora il terrore, ora persino l’indifferenza.

Una lettera inviata ad un amante immaginario, un distinto commerciante che si trova coinvolto in una guerra primordiale, un facoltoso nobile che va a caccia di animali preistorici, un cane che riesce ad incontrare Dio, un ospedale dove la morte si avvicina piano dopo piano, un complotto rivoluzionario ordito durante una serata alla Scala, la vittima di un assassino che cerca vendetta, un fantasma in cerca di alloggio, un ricco mercante trasformato in lebbroso ed un lebbroso miracolato trasformato in un santo, una bomba atomica consegnata a domicilio ed un’altra che esplode nel corso di una parata militare…

… E così via, in una serie di situazioni talvolta spaventose,  e per questo irreali, talvolta disperatamente vere, narrate con quello stile inconfondibile, da reporter d’azione e da grande romanziere, che ha reso Il deserto dei tartari, con la sua atmosfera di ignota attesa, uno dei più grandi capolavori del Novecento letterario italiano.

Un amore

di Dino Buzzati (Mondadori)

No, sai, senza di me tu non sei capace di vivere.

Al confronto delle consuete atmosfere di Dino Buzzati, del suo giocare tra metafora e fantasia, dei suoi scenari evocativi, onirici, a tratti inquietanti ma colmi di quell’irrealtà visionaria ed enigmatica, di quella magia allegorica che caratterizza lo stile del grande scrittore contemporaneo, Un amore rappresenta un’eccezione, un brutale cambio di registro: il ritratto nitido e freddamente realista del morboso confondersi nell’uomo di istinti e sentimenti, delle sue più basse debolezze e di come queste costituiscano un’oscuro ma determinante aspetto della società.

In una Milano malinconica, autunnale, offuscata da uno spleen opprimente, rugginoso, appesantito dal freddo paesaggio industriale, si consuma la relazione tra l’architetto Antonio Dorigo e l’adolescente Laide, seducente ballerina scaligera, ma nel contempo esperta ragazza di vita. Cliente abituale delle case di appuntamento, che rappresentano per lui l’unica via di comunicazione con il mondo femminile, Antonio, dopo il primo incontro vagamente romantico con la conturbante fanciulla, si lascia travongere e incatenare da una passione intensa, struggente perché senza vie di uscita, incontrastabile nel suo rafforzarsi, ma disperata nella consapevolezza della mancata corresponsione.

In un incessante gioco di inganni, bugie, illusioni e rimpianti, Buzzati affronta magnificamente luoghi e personaggi dell’amore a pagamento, ritrae con lucidità ragioni e perversioni di chi se ne serve, descrive con precisione quasi clinica l’evolversi del morboso sentimento di Antonio e l’ininterrotta catena di umiliazioni alla quale lui, per amore, si lascia sottoporre.

Costretto, per motivi di immagine, a mantenere la relazione nell’ambiguo contesto dello scambio commerciale, egli si lascia sottomettere dalle capricciose pretese della ragazza pur di non perderne il contatto, accetta compromessi degradanti, subisce senza ribellarsi l’umiliante e calcolato opportunismo di lei.

E anche quando verrà a conoscenza dell’assoluta infedeltà e ipocrisia di Laide, Antonio, anche se in parte liberato dai suoi inutili rimorsi, ancora una volta non riuscirà a rinunciare alla ragazza, ancora una volta andrà in cerca di lei, senza difendersi né sottrarsi, in un estremo e straziante omaggio alla donna oggetto del proprio amore, ma anche causa della propria distruzione.