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Isola Nera

piergiorgio di cara isola neradi Piergiorgio Di Cara (edizioni e/o)

Si sente un fragore pazzesco. Di vento, fronde, schianti. Ma soprattutto il mare.

C’è qualcosa di infinito, di primordiale e di oscuro, in questo romanzo breve, magnifico e violento, da leggersi senza interruzioni, trattenendo il respiro. Definirlo è già difficile: possiede l’intrigo di un giallo, la finezza di un thriller psicologico, l’eleganza tenebrosa di una tragedia classica, l’autoironia lievemente malinconica di un diario personale.

Non so se Piergiorgio Di Cara, commissario di polizia e scrittore siciliano, si sia reso conto di essere, prima di tutto, un’impressionista, un autore capace di ritrarre, con dolorosa limpidezza, attraverso i pensieri e le parole, il ritmo eterno del mare, il furore del vento, gli abissi e le tempeste dell’anima. Io narrante del romanzo (e, credo, alter ego dell’autore), Salvatore approda sull’Isola Nera durante una forzata pausa di riflessione, sospeso tra la nostalgia e l’ignoto, in un fragile equilibrio tra il dramma appena vissuto e un futuro ancora troppo incerto per non essere inquietante. E’ un poliziotto siciliano, un cacciatore di latitanti sopravvissuto quasi per miracolo alla vendetta della mafia e, anche se fisicamente si sta riprendendo senza conseguenze troppo gravi, è rimasto avvolto in una nebbioso disincanto, in una sottile e tenace tristezza, in una fitta rete di paura, forse, dove al ricordo di una morte quasi incombente si sovrappone l’ansia di una svolta obbligata.

Perché, se è vero che Salvatore è considerato un eroe, è consapevole del fatto che gli eroi non hanno vita facile e, quando sfuggono alla sorte più avversa, il loro destino spesso è l’oblio. Una visione offuscata e incerta che inevitabilmente peggiora il suo carattere, cinico, eccessivo, ipersensibile e vagamente nichilista di natura. A trascinare Salvo fuori dalle macerie dei pensieri negativi è l’amico Mario, la cui tranquilla saggezza è quasi il perfetto opposto dell’ansiosa malinconia di lui, che lo invita a trascorrere una vacanza / convalescenza all’Isola Nera, appunto, dove presta servizio di guarda medica: un luogo solitario, remoto, quasi atavico dove egli ha saputo trovare la propria dimensione.

Agli occhi di Salvo, e anche ai nostri, l’Isola Nera, vera protagonista del romanzo, è una rivelazione, un non-luogo che vive di vita propria, un’isola vulcanica che pare essere stata generata dal caos e dalla fantasia di un dio folle, eccentrico e geniale. Scoprire la sua anima di millenaria lava nera, il suo spirito ribelle di vento e di fuoco, l’esplosiva esuberanza delle sue piogge torrenziali, è un’avventura, un viaggio straordinario e allucinante, un percorso interiore che tocca il limite estremo del pensiero e della natura.

In questa atmosfera intensa, quasi conradiana, incantevole e spaventosa al contempo, Salvo si trova all’improvviso sulla scena di un delitto del quale, un po’ per gioco, un po’ per inclinazione professionale, vuole trovare una soluzione. E, amplificato dall’oscuro e misterioso splendore del paesaggio, il racconto si snoda lungo un intreccio noir fin troppo semplice, tanto da ribaltarsi completamente, svelando una storia d’amore, di dolcezza e di violenza, di solitudine e di disperazione.

Inizialmente, Salvo non si dimostra un protagonista particolarmente simpatico: è un duro, un difensore della giustizia abituato a non perdere mai, capace, suo malgrado, di sacrificare tutto in nome del dovere. Ma alla fine, quando si mostrerà in quel suo smarrimento da personaggio in cerca di autore, duplice vittima della criminalità e della disillusione, ci dispiacerà dover voltare l’ultima pagina e lasciarlo. E con lui lasciare quest’isola bella e struggente, simbolo del bene e del male, luogo dell’anima, sì, ma accessibile solo a chi ne sa udire, e comprendere, la voce.

Un romanzo straordinario, che le frasi in dialetto siciliano e le scene spettacolari hanno quasi trasformato in poesia.

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I labirinti di Atene

petros-markarisdi Petros Markaris (Bompiani)

Mi trovo davanti a un commissario di mezza età, e al primo sguardo che gli do mi dico che vorrei averlo come cliente.

Il commissario di mezza età di fronte al quale si ritrova la sfortunata ragazza dell’est protagonista del racconto di Petros Markaris, una delle otto storie contenute nella raccolta I labirinti di Atene, è, naturalmente, Kostas Charitos, noto ai lettori affezionati a questo ironico, piacevole e anticonformista scrittore e sceneggiatore greco.

In realtà, I labirinti di Atene non sono totalmente dedicati al personaggio creato da Petros Markaris, questo commissario di polizia semplice, geniale e sensibile, una sorta di Montalbano ateniese, che viaggia con una vecchia auto Fiat e subisce con pazienza gli sbalzi d’umore e le stranezze della moglie, della figlia  e dei collaboratori. Ma, a esclusione del miniromanzo di apertura, un classico, brevissimo e divertente noir, dove Charitos e la sua squadra si muovono in un’Atene caotica, esuberante e sovreccitata dalla vittoria europea della squadra di calcio, cercando di svelare l’intrigo legato al ritrovamento di alcuni grotteschi cadaveri, gli altri sette racconti sono tracce, fotogrammi, scorci, a volte quasi privi di una trama vera e propria.

Il tratto d’unione tra le otto storie è l’immigrazione, la presenza straniera, più o meno lecita o clandestina, che transita per le strade, i vicoli, le piazze, ma anche i mercati, i sobborghi, i locali notturni, i ristoranti, i night club, gli ambienti più tenebrosi e oscuri della malavita ateniese. Sono storie brevi ma nitide, dettagliate, osservate da punti di vista spesso inediti, tali da renderle simili ad un esercizio di stile, ad una scrittura quasi sperimentale, come se fossero appunti, note, schizzi realizzati in previsione di un’opera più complessa.

L’atmosfera della metropoli con tutti i suoi lati ambigui e crudeli, le condizioni disumane in cui si trova chi è costretto a vivere un’emarginazione spesso violenta e degradante, compaiono nei racconti di Petros Markaris in una dimensione visionaria, quasi allucinata. La rivalità omicida che si nasconde dietro al lavoro nero, la disperata vendetta delle ragazze obbligate a vendersi, i subdoli (e romantici) intrighi della criminalità locale, l’esasperazione che porta i protagonisti di queste storie a reazioni estreme e irrazionali, vengono descritte in maniera indiretta, a chiusura di un percorso che rivela lentamente il peso del loro dramma.

Qualcuno ha detto che questi racconti non brillano di quella vivacità a cui questo autore ci ha abituati nei suoi noir. Probabilmente è in parte vero ma, leggendoli con attenzione, scopriremo che l’ironia, i giochi di luci e ombre, il rapido mutare di inquadratura, gli effetti quasi zoomati dei dettagli non mancano: semplicemente, sono utilizzati per mettere in luce, con un immancabile sarcasmo di sfondo, il destino che spesso tocca a chi è straniero.

L’aquila e la piovra

l'aquila e la piovradi Gianni Palagonia
(Edizioni CentoAutori)

In Italia mi sembra che si siano deteriorati i rapporti umani. Qui invece la gente ti sorride, ti accoglie a casa come se fossi un re. E’ una bella sensazione che non provavo da tempo.

Raramente accade di incontrare uno scrittore capace di ritrarre la realtà, crudele o sublime che sia, con la forza e la bellezza di un romanzo, al punto che la scrittura trascenda l’arte e divenga una sfida, un’arma, un atto di coraggio. E Gianni Palagonia, nome d’arte di un poliziotto che ha scelto il coraggio come stile di vita, impegnandosi totalmente nella lotta contro la criminalità organizzata, è uno scrittore eccezionale, che si vorrebbe avere come amico, soprattutto in questi tempi di incertezza e smarrimento, sia per la passione e l’entusiasmo che sa infondere in ogni parola, sia per la capacità di racchiudere una realtà dura, ostile, estremamente rischiosa, in un racconto ricco di emozioni, di sentimenti, di ideali, di speranze, di ricordi e riflessioni personali, di malinconia e di felicità.

Non dovete fare altro se non ascoltare le sue parole, e lasciarvi condurre attraverso le pagine di L’aquila e la piovra, un romanzo/viaggio abbastanza breve, dove la vita e la fiction si intrecciano magistralmente, tanto da rendere impossibile percepirne i limiti: un racconto affascinante che, come credo sia tipico per questo autore, rende giustizia alla verità con un impeto travolgente, a volte anticonvenzionale.

L’Albania narrata da Gianni è una terra splendida e terribile, incatenata ad un passato di tirannia, stretta nella morsa della corruzione che ne ha fatto il proprio regno. Da secoli incrocio di civiltà e culture, con un paesaggio magnifico e inquietante al contempo e una posizione geografica invidiabile, tra il mare e i Balcani, spesso sfruttata per favorire i traffici più illeciti, questa terra che pochi conoscono veramente, male interpretata e umiliata dall’opinione pubblica, si delinea ai nostri occhi come in una galleria di immagini, talvolta oscure, talvolta incantevoli. Insieme a lui scoprirete un paese che un improvviso eccesso di libertà ha mutato in una terra di nessuno, dove l’assenza, o l’impotenza, di chi difende la legge ha trasformato in legge il crimine stesso, ma anche l’opportunismo, l’inganno, lo sfruttamento dei più deboli. Scoprirete l’abissale differenza tra Tirana, una città che nasconde una vivacità intellettuale e un desiderio di innovazione, e le regioni del Nord, aride, rocciose, dominate da un antichissimo codice legislativo reinterpretato a favore della malavita, che relega le donne a condizioni disumane e costringe gli uomini all’obbligo della vendetta, scoprirete l’esistenza di una città interamente dedita alla produzione e al commercio della droga, e tacitamente inclusa negli interessi di politici e governanti. Ma incontrerete anche i colleghi di Gianni, persone straordinarie e inconsapevoli di esserlo, capaci di sfidare il destino nel nome del proprio dovere, conoscerete i suoi amici albanesi, che a volte, dietro ad un sorriso, nascondono storie allucinanti.

Con il ritmo serrato di un thriller, e una piacevole nota di autoironia, Gianni vi rivelerà l’esistenza di intrighi internazionali d’alto livello, ma vi racconterà anche gli aspetti più creativi e pittoreschi della sua attività di investigatore, i pericolosi giochi di abilità che lui e i suoi colleghi non esitano a intraprendere per ottenere le informazioni di cui hanno bisogno.

E alla fine del viaggio, avrete imparato a conoscere la vera bellezza di una terra colma di contrasti ma ricca di potenzialità, di profondi valori, di una ferrea volontà di cambiare, di progredire, a dispetto di quei pochi disonesti che, purtroppo, detengono il potere. E, come è accaduto all’autore, abbandonerete quei pregiudizi tipici di chi è nato in Italia e non sa quale peso abbia la presenza italiana negli ambigui labirinti albanesi. L’aquila e la piovra è un romanzo realista ma non angosciante, è un noir appassionante, è un affascinante diario di viaggio, ed è anche una storia d’amore, un amore che io voglio immaginare infinito. Non ho idea di quanto vi sia di vero in questo libro, e quanto sia opera di fantasia, ma a me piace pensare che la verità, in qualche modo, sia una presenza costante in ogni pagina.

Ringrazio Gianni Palagonia per avere regalato ai lettori, con indiscusso talento e grande sensibilità, un’esperienza realmente emozionante, e ringrazio tutti quelli che, come lui, non esitano a mettere in gioco l’intera vita per rendere il mondo un luogo migliore, e molto, troppo spesso noi nemmeno ce ne rendiamo conto.

 

 

 

 

Il ritorno del maestro di danza

henning-mankelldi Henning Mankell (Marsilio)

Si fermò al centro del ponte. Il cielo era stellato e la temperatura si era abbassata. Raccolse una pietra e la lasciò cadere nell’acqua del fiume.

Henning Mankell, scrittore noir svedese scomparso di recente, attivo anche nel contesto sociale (ricorderete certamente la Freedom Flotilla pacifista presa d’assalto dalla Marina israeliana), è noto ai lettori soprattutto per le avventure del commissario Kurt Wallander: milioni di copie vendute e diverse versioni cinematografiche e televisive.

Come è accaduto ad altri giallisti nordici, in Italia ha ottenuto un notevole successo seguito da una serie di critiche, non tanto motivate quanto soggettive, forse perché gli appassionati del noir sono geograficamente abitudinari, o forse perché le strategie di marketing cambiano spesso direzione. Ma, per quanto la narrativa di genere segua (purtroppo) mode e tendenze, Henning Mankell è un autore sicuramente da leggere, sia per il puro piacere del noir, sia per la sua capacità di fonderlo a temi inquietanti e spaventosamente reali e alle più impercettibili sfumature dell’animo umano. Un po’ come se la trama del giallo fosse un pretesto per andare oltre, nel profondo.

E’ vero che il complotto nazista è un soggetto piuttosto ricorrente nella letteratura dal novecento in poi, ma ne Il ritorno del maestro di danza assume proporzioni enormi e terrificanti. Se ne accorge, quasi per caso, Stefan, poliziotto di una piccola cittadina svedese, non un eroe ma un uomo tranquillo, solitario e malinconico di natura, che non è ancora arrivato ai quarant’anni e sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua vita.

Ed è proprio nel bar dell’ospedale dove gli è stato appena diagnosticato un cancro, che Stefan viene a conoscenza della morte di un ex collega: Herbert Molin, assassinato con sadica e spietata violenza nella casa dove viveva da pensionato, in completa solitudine, ai margini della foresta. La notizia sorprende Stefan, e si trasforma per lui una specie di sfida, un motivo forse abbastanza valido per riuscire ad esorcizzare la sua duplice paura: una malattia dall’evoluzione ancora ignota, e il possibile incombere della morte. Nelle poche settimane che precedono il suo ricovero, Stefan affronta il misterioso delitto come una battaglia da vincere ad ogni costo: si affianca, anche se non invitato e talvolta anche non gradito, alla squadra che sta seguendo le indagini, ed inizia ad investigare, ad interrogare, a cercare, a curiosare: apre armadi e cassetti, scassina porte e finestre, ignora i rischi e le conseguenze, gioca a sedurre e a farsi sedurre, sembra talvolta sull’orlo di mollare tutto, ma non si arrende mai.

Da un delitto apparentemente inspiegabile, scaturirà una verità terribile, una storia di odio e di violenza trascinatasi per decenni, una follia estrema e dilagante che lega tra loro persone insospettabili in un patto sanguinoso, la macabra resurrezione di una cruenta perversione dell’anima che forse non si è mai del tutto estinta. E anche la lotta di Stefan si trasforma e muta continuamente di significato: è una ricerca della verità attraverso il tempo e attraverso sé stesso, uno scontro con le forze di un male enorme ma non ancora invincibile, un desiderio incolmabile di bellezza, di amore e di giustizia, un viaggio dove egli incontrerà una malvagità più oscura della morte, ma anche l’amicizia, l’affetto, la bellezza che la vita è capace di offrire. Dove imparerà che il male riesce a nascondersi anche quando è sotto i nostri occhi e che, qualche volta, la vendetta ha in sé qualcosa di sublime, la sacralità di un destino obbligato a compiersi.

E infine, dei noir scandinavi, una cosa è da dire: oltre al pathos, oltre ai colpi di scena, l’emozione più forte è sempre il paesaggio. Laghi cristallini, nevicate improvvise, piogge lievi e silenziose, foreste immense, magiche e quasi primordiali che arrivano a sfiorare, persino ad avvolgere, paesi e città.

Risaia crudele

alessandro realidi Alessandro Reali (Fratelli Frilli Editori)

Dopo l’amore restarono abbracciati a lungo, in silenzio, avvolti nel loro sogno che aveva ormai levato l’ancora da ogni approdo di realtà.

Chissà cosa sarebbe accaduto, ai protagonisti di questo breve e sconvolgente romanzo, se l’autore avesse scelto di farli vivere in un’epoca diversa dal periodo finale, e terribile, dell’ultima guerra mondiale. Ma Risaia crudele non è solo un intrigante noir dall’atmosfera novecentesca: al contrario, dietro alla tensione del thriller, la storia si snoda con un realismo storico nitido, straziante, cinematografico.

C’è da chiedersi come abbia fatto, Alessandro Reali, ad intersecare la folle crudeltà della guerra, il fuoco ardente della passione e della gelosia, la tenerezza e le contraddizioni dell’amore, il terribile compiersi, anche a distanza di anni, della vendetta, con il malinconico paesaggio della Lomellina di sfondo, tra la nebbia, il lento scorrere del fiume e le risaie dove il cielo va a specchiarsi. Con una maestria quasi penetrante, egli ci accompagna in un percorso di tempo, spazio e pensieri, attraverso la storia, la memoria, i più devastanti moti dell’anima, le malvagità e le perversioni proprie della natura umana, il conflitto a fuoco interiore e la paura che spesso accompagnano i sentimenti più profondi.

Per quale motivo Lisandro, dopo così tanti anni, torna nel luogo dove ha provato la duplice tragedia della guerra e del suo destino personale? Quando lo incontriamo è un uomo vissuto, arrivato, benestante… Vive tranquillamente in California, e il suo ritorno in quello che era un piccolo borgo di campagna si trasforma per lui in un flashback inquietante, un doloroso obbligo a rivivere momenti di rabbia e di disperazione, la condanna ad una nostalgia implacabile e resa più acuta dal rimpianto.

Ribelle e anarchico ma solitario, difensore più di una giustizia personale che di una causa sociale, estremo nel bene e nel male, tanto da diventare talvolta violento, il giovane Lisandro del tempo di guerra non ha mezze misure, non scende a compromessi, rifiuta persino la resistenza organizzata: la sua passione di innamorato è straripante, la sua vendetta di nemico dei fascisti è ira funesta, la sua irruenza di giustiziere è spietata, la sua gelosia nei confronti della conturbante Cristina è delirio. Il suo ritorno in Italia è l’incontro inquietante con i fantasmi di un passato impossibile da esorcizzare, amici e nemici ormai scomparsi che, nel silenzio del piccolo cimitero di campagna, rievocano in lui quei momenti in cui l’odio, un odio limpido, purissimo e inalterabile, ha dominato i suoi gesti e le sue decisioni, ha reso giustizia senza offrire vie di scampo, perché l’amore e la guerra non concedono mai il perdono.

Era poi vero amore, quello di Cristina? Legata a Lisandro da un desiderio bruciante di cui è in parte succube, ma a sua volta preda di quelle inspiegabili contraddizioni del cuore, la ragazza più bella di Casoni, giorno dopo giorno, si lascia conquistare da un altro, profondo e dolcissimo, amore, incurante degli inevitabili rischi e delle conseguenze che esso comporta.

In un continuo, suggestivo alternarsi di piani temporali che sembrano fissare gli attimi come fotogrammi, tra un presente popolato dalle ombre e un passato vanamente messo a tacere, Lisandro rivive i suoi giorni tormentati della gioventù, quando la sua bramosia di giustizia e di vendetta si manifestava con un’irruenza a volte feroce.

Risaia crudele è il ritratto di un periodo storico duro e contrastato, di una guerra inutile dove la furiosa superbia di un fascismo ormai in declino appare tanto spietata quanto grottesca, ma è anche il racconto tristemente vero del reciproco distruggersi della vita umana. E la resa dei conti finale, un colpo di scena da thriller, appare all’improvviso, spaventoso e impensabile punto di incontro tra la realtà e la memoria.

L’antiquario di Brera

LAntiquario-di-Breradi Ippolito Edmondo Ferrario
(Fratelli Frilli Editori)

In quel momento nel locale c’erano pochi clienti. Tra questi un certo Ippolito Edmondo Ferrario che nel quartieri si spacciava per essere uno scrittore di una certa fama…

Può anche essere vero, e ne avrebbe tutte le ragioni, Ippolito Edmondo Ferrario, di comportarsi da scrittore di una certa fama. Perché L’antiquario di Brera non è solo un thriller atipico e trascinante. E’ il ritratto di una Milano policroma, colma di contrasti, di oscurità e di misteri, è il suggestivo affresco del paesaggio di un’Aprica fuori stagione, emozionante e malinconica, è un incontro ravvicinato e sconvolgente con il male, con il potere, con il potere del male e con tutta la sua forza ambigua e deviante. E’ un romanzo noir estremo, dove è difficile percepire il limite tra verità e finzione, raccontato con un’ironia acuta, piacevole e lacerante, un tono tra il macabro e il grottesco che piacerebbe all’antiquario protagonista, suo malgrado, di questa straordinaria e spaventosa avventura. Dove, tra l’altro, ad un intreccio quasi gotico si intersecano venature di cultura zen, di arti marziali, di letteratura, di pratiche sadomaso, di una nostalgica ed eccentrica, ma sicuramente temeraria, militanza di destra.

Ma qual è la ragione per cui Neri Pisani Dossi, antiquario di nobili origini dal carattere scontroso e intollerante, ipersensibile conoscitore delle tenebre, appassionato di reperti dal profondo significato spirituale ed esperto master di seducenti fanciulle, sta rischiando la vita? La ragione per cui i suoi più cari amici hanno già subito terribili conseguenze, che trasforma le persone in sadici assassini ed arriva a sottomettere persino le autorità di pubblica sicurezza? Per comprendere, almeno in parte, questa forza terrificante che sembra assoggettare, e condannare, Neri e chi gli è vicino, occorre retrocedere di quasi cento anni, quando, nell’inverno del 1918, in una gelida notte della campagna bergamasca viene sommariamente giustiziato Vincenzo Verzeni, serial killer forse tra i più cruenti della storia italiana.

Anello di congiunzione tra un passato di sangue e terrore ed un presente ugualmente nebbioso e oscuro, la macabra eredità del celebre criminale arriva, inaspettatamente, proprio nel negozio di Neri, segnando l’inizio di una serie di accadimenti in cui le forze del male, rafforzate da una post moderna cornice di avidità e bramosia, sembrano avere il sopravvento, e trascinando in uno spietato vortice quelle persone che, pur senza volerlo, ne condividono il destino. Diffidente verso gran parte della società, ma consapevole del pericolo che ormai incombe su di lui e su chi gli sta accanto, Neri cerca di uscire dal cerchio letale rivolgendosi non alle forze dell’ordine, ma a una pittoresca ed eterogenea compagnia di amici, reduci e discendenti da un passato di estremismo fascista, forse eccessivi nelle abitudini e nella vita, ma estremi anche nell’affrontare gli imprevisti dell’occulto per aiutare l’amico.

Thriller raffinatissimo, sottilmente terrificante nelle sfumature dark della magia nera e dell’occultismo, piacevolmente emozionante negli intrighi erotici e, per quanto drammatico, anche divertente, L’antiquario di Brera è sicuramente un giallo milanese appassionante in ogni pagina, fino allo spettacolare colpo di scena finale, ma è soprattutto l’invito a chiederci fino a quale punto riesca ad arrivare la forza oscura del male, e se, chissà, siamo ancora in tempo a non sottovalutarne l’insidia e, forse, a salvarci.

La ragazza senza volto

la ragazza senza volto di Jo Nesbødi Jo Nesbø (Piemme)

– E la morale e il libero arbitrio?
– Anche loro compresi nel calcolo.
– Stai dicendo che un criminale sarà sempre…
– No. In quel caso non farei il lavoro che faccio.

Scrittore e musicista geniale e terribile, Jo Nesbø ha dichiarato pubblicamente che, un giorno o l’altro, troverà il modo di “uccidere” Harry Hole. Auguriamoci che stesse scherzando, perché forse non si è reso conto del rischio: è molto probabile che, dopo la morte di Harry, i lettori (e soprattutto le lettrici) decidano di vendicarsi (giustamente) sull’autore.

Atipico eroe creato dallo scrittore norvegese, Harry Hole è uno di quei personaggi di cui è impossibile non subire il fascino, un investigatore quasi diabolico nelle intuizioni, ma altrettanto maniacale nei sensi di colpa, nelle contraddizioni e in una tendenza quasi perversa ad autodistruggersi. Nonostante la sua presenza nella polizia di Oslo sia determinante, il suo codice morale cristallino e totalmente privo di regole imposte rifiuta ogni compromesso e il suo senso di giustizia arriva spesso a scontrarsi con le consuetudini di una società apparentemente “perfetta”.

La trama de La ragazza senza volto è complessa, l’intrigo è addirittura internazionale, e parte dal giorno in cui, nella piazza di una Oslo gelida e splendente, un soldato dell’Esercito della Salvezza viene ucciso da quello che è chiaramente un killer professionista. Ma il freddo e la neve del Nord Europa giocano la loro parte, l’omicida non riesce a lasciare la città e si ritrova, suo malgrado, invischiato in una fitta rete di delitti e crimini dei quali non solo egli non è colpevole, ma non ne è neppure consapevole.

Ma chi è in realtà Christo Stankic? Chi si nasconde dentro l’anonima e sfuggente immagine di questo killer croato e, soprattutto, da chi è stato ingaggiato? Harry e la sua squadra non desistono facilmente e, dall’unico, confuso dettaglio di un’immagine ripresa da una telecamera, l’eroe anticonvenzionale e ribelle di Joe Nesbø, ricostruisce una storia che si perde nel sangue di una Croazia ormai schiacciata e sbriciolata dai serbi. Ma, se è vero che ogni omicidio ha un movente, la morte di Robert Karlsen non solo sembra non averne, ma si rivela addirittura un errore, trascinando Harry in un groviglio di violenza e passione che, oltre ad un intricato scambio tra Oslo e Zagabria, arriva a toccare le emozioni più intense e le peggiori perversioni di cui è capace la natura umana.

 

L’intreccio del thriller è travolgente, la verità emerge quasi all’improvviso, spaventosa, e il finale, sia pure sorprendente, è quello che effettivamente ci aspettavamo, da Jo Nesbo sicuramente ma anche da un Harry Hole disperato, vendicativo e, forse, un po’ innamorato. Ma la forza di questo romanzo, e del suo protagonista, è quella di entrare nell’animo umano e di trarne quelle ombre che al primo sguardo sfuggono: l’amicizia, l’amore, il rimorso, la vendetta, la disperazione, il terrore, la brama di potere, l’avidità, la follia… Elementi che appartengono, come a noi, a tutti i personaggi, i cui intrecci creano l’unicità di ognuno, nel bene e nel male: due opposti che spesso si confondono, si scambiano di ruolo, ci ingannano con una crudeltà quasi ambigua e fuorviante. Una crudeltà che, del resto, il malinconico e imprevedibile Harry conosce molto bene, ed è questa sua sensibilità quasi violenta, credo, a renderlo affascinante.