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Il ritorno del maestro di danza

henning-mankelldi Henning Mankell (Marsilio)

Si fermò al centro del ponte. Il cielo era stellato e la temperatura si era abbassata. Raccolse una pietra e la lasciò cadere nell’acqua del fiume.

Henning Mankell, scrittore noir svedese scomparso di recente, attivo anche nel contesto sociale (ricorderete certamente la Freedom Flotilla pacifista presa d’assalto dalla Marina israeliana), è noto ai lettori soprattutto per le avventure del commissario Kurt Wallander: milioni di copie vendute e diverse versioni cinematografiche e televisive.

Come è accaduto ad altri giallisti nordici, in Italia ha ottenuto un notevole successo seguito da una serie di critiche, non tanto motivate quanto soggettive, forse perché gli appassionati del noir sono geograficamente abitudinari, o forse perché le strategie di marketing cambiano spesso direzione. Ma, per quanto la narrativa di genere segua (purtroppo) mode e tendenze, Henning Mankell è un autore sicuramente da leggere, sia per il puro piacere del noir, sia per la sua capacità di fonderlo a temi inquietanti e spaventosamente reali e alle più impercettibili sfumature dell’animo umano. Un po’ come se la trama del giallo fosse un pretesto per andare oltre, nel profondo.

E’ vero che il complotto nazista è un soggetto piuttosto ricorrente nella letteratura dal novecento in poi, ma ne Il ritorno del maestro di danza assume proporzioni enormi e terrificanti. Se ne accorge, quasi per caso, Stefan, poliziotto di una piccola cittadina svedese, non un eroe ma un uomo tranquillo, solitario e malinconico di natura, che non è ancora arrivato ai quarant’anni e sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua vita.

Ed è proprio nel bar dell’ospedale dove gli è stato appena diagnosticato un cancro, che Stefan viene a conoscenza della morte di un ex collega: Herbert Molin, assassinato con sadica e spietata violenza nella casa dove viveva da pensionato, in completa solitudine, ai margini della foresta. La notizia sorprende Stefan, e si trasforma per lui una specie di sfida, un motivo forse abbastanza valido per riuscire ad esorcizzare la sua duplice paura: una malattia dall’evoluzione ancora ignota, e il possibile incombere della morte. Nelle poche settimane che precedono il suo ricovero, Stefan affronta il misterioso delitto come una battaglia da vincere ad ogni costo: si affianca, anche se non invitato e talvolta anche non gradito, alla squadra che sta seguendo le indagini, ed inizia ad investigare, ad interrogare, a cercare, a curiosare: apre armadi e cassetti, scassina porte e finestre, ignora i rischi e le conseguenze, gioca a sedurre e a farsi sedurre, sembra talvolta sull’orlo di mollare tutto, ma non si arrende mai.

Da un delitto apparentemente inspiegabile, scaturirà una verità terribile, una storia di odio e di violenza trascinatasi per decenni, una follia estrema e dilagante che lega tra loro persone insospettabili in un patto sanguinoso, la macabra resurrezione di una cruenta perversione dell’anima che forse non si è mai del tutto estinta. E anche la lotta di Stefan si trasforma e muta continuamente di significato: è una ricerca della verità attraverso il tempo e attraverso sé stesso, uno scontro con le forze di un male enorme ma non ancora invincibile, un desiderio incolmabile di bellezza, di amore e di giustizia, un viaggio dove egli incontrerà una malvagità più oscura della morte, ma anche l’amicizia, l’affetto, la bellezza che la vita è capace di offrire. Dove imparerà che il male riesce a nascondersi anche quando è sotto i nostri occhi e che, qualche volta, la vendetta ha in sé qualcosa di sublime, la sacralità di un destino obbligato a compiersi.

E infine, dei noir scandinavi, una cosa è da dire: oltre al pathos, oltre ai colpi di scena, l’emozione più forte è sempre il paesaggio. Laghi cristallini, nevicate improvvise, piogge lievi e silenziose, foreste immense, magiche e quasi primordiali che arrivano a sfiorare, persino ad avvolgere, paesi e città.

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Y

ydi Serge Quadruppani (Marsilio)

Il rumore e il calore lo svegliano. La porta è bruciata e la fornace brontola. Si rialza. In mezzo al fumo sente gli urli dei ribelli della Grande Moschea, il crepitio dei mitragliatori della guardia beduina, gli urli dei feriti che vengono finiti all’arma bianca. 

E’ in questo labirintico romanzo, il primo della trilogia di noir dello scrittore francese e militante politico Serge Quadruppani, che incontriamo per la prima volta Emile Krachevski, o meglio, Emile K., il tenebroso e sensuale investigatore privato, ex agente super speciale dell’antiterrorismo francese. La sua storia potrebbe già  essere un romanzo, e appare, infatti, nello svolgersi di Y, quasi fosse un racconto nel racconto, narrata dallo spietato e brillante medico arabo Aboub, che cerca di estorcere preziose informazioni dalla mente del glaciale detective, prima di cancellare per sempre la sua memoria.

Inutile dire che Emile K. non è persona da cedere neanche all’orrore di una simile vessazione e, come ci aspettiamo, riuscirà a sfuggirne con spettacolare successo, sebbene restino in lui le tracce di uno smarrimento confuso tra la nostalgia e il rimpianto. Una reazione normale, forse, in un ex rivoluzionario che, per le avversità del destino e della storia, è salito lungo le vie impervie di una sfavillante quanto straziante carriera militare, uscendone dilaniato sia da un senso del dovere quasi nichilista, sia da un codice etico cristallino.

Ma come ha fatto questa volta, Emile K., a finire in questo guaio? I romanzi di Serge Quadruppani hanno la particolarità di non mancare di nulla: dall’amore al terrorismo internazionale, dalla passione al commercio di droga, dal sesso agli intrighi mafiosi, dalla crudeltà alla dolcezza. Inoltre, la struttura intricata e il succedersi dei colpi di scena, ci rendono dipendenti da una lettura che, se da una parte non riusciamo a interrompere, dall’altra vorremmo non terminasse mai, chiedendoci quale sorpresa troveremo nella pagina successiva.

A ingaggiare il temerario Emile questa volta è stata Adele, per ritrovare la sorella Annie, scomparsa nel nulla insieme ad Alex Varga, banchiere, padre del malinconico e tormentato Claude ed ex eroe della Resistenza francese, e a una valigia dal misterioso (soldi? droga? documenti segreti?) contenuto. Alla ricerca della valigia, e quindi di Claude, al quale il padre ha lasciato solo un’enigmatica lettera, si muove rapidamente tutta la parte più temibile del mondo, servizi segreti, partiti politici, mafia, trafficanti di droga, integralisti religiosi, in una specie di caccia al tesoro dalle potenzialità devastanti e letali. Chissà, forse il contenuto è la spaventosa Angel Dust, la droga che trasforma chi l’assume in un pazzo sadico e violento, o forse un documento tanto compromettente da poter diventare la firma di un trattato di pace tra le forze oscure dell’Islam e della politica internazionale.

In tutto questo rincorrersi di potere, vendetta, rabbia e inganno, sullo sfondo di una Parigi in bianco e nero e di una Provenza inondata di pioggia, alla storia noir si intrecciano le emozioni dei protagonisti, il dramma di Claude, incatenato dall’eroina e dall’amore, di Adele, innamorata a sua volta, e legata alla sorella da quello stesso segreto scomparso con lei. E, in un finale che giunge improvviso, quando ormai ce ne aspettavamo un altro, scopriremo che l’impassibile Emile poi tanto impassibile non è, ma anche lui, come tutti, per quanto forte nel suo ruolo di professionista immune alla violenza umana, è preda di quei rapidi, ma strazianti, squarci di emozione, di quegli irrazionali momenti di delirio che la ragione non vorrebbe ammettere.

Non semplice, ma molto bello.

Rue de la cloche

di Serge Quadruppani (Marsilio)

Ad un anno di distanza dalla versione italiana di Y, torna ancora una volta Emile Krachevski, o meglio, Emile K., l’eccentrico e affascinante investigatore/ex agente speciale dell’antiterrorismo francese, allontanato (o allontanatosi?) ufficialmente dal servizio per un’apparente crisi di identità causata da motivi oscuri. Ma sempre ben disposto, con un piacere quasi perverso, a gettarsi dentro quegli intrighi internazionali e spaventosi creati dalla mente di Serge Quadruppani, scrittore, saggista e traduttore francese, non solo per attirarci nei labirinti del romanzo noir, ma per raccontare attraverso di esso la storia del nostro tempo.

Protagonista di Rue de la Cloche è Leon Jaquet, personaggio disilluso e tristemente romantico, traduttore di professione, residente, appunto, in questa periferica e quasi sconosciuta stradina, non per niente luogo prediletto dai clochard, appunto, che possiede ben poco della storica eleganza di Parigi.

Inconsapevolmente, Leon si trova ad avere tra le mani l’unica copia manoscritta di Death Job, un romanzo inchiesta terribilmente realistico in cui sono svelate le impensabili e sadiche speculazioni di prestigiose banche e brands multinazionali, in un raggio d’azione che coinvolge gli interessi di tutto il mondo, dal Giappone, agli Stati Uniti, al Medioriente, dove è in corso la prima guerra del Golfo.

Ma purtroppo, lo sfortunato traduttore non ha né letto, nè tanto meno tradotto, Death Job, ma ha addirittura passato il lavoro alla bella e capricciosa amante Juliette, da cui si separa brutalmente dopo un litigio durante il quale il prezioso manoscritto viene perduto. E così, ecco che in pochi istanti tutto il mondo si lancia alla caccia di Leon, considerato il privilegiato possessore francese di un documento che in altri paesi è già nelle mani di spie, terroristi e servizi segreti. Ritenuto, erroneamente, a conoscenza di quei brucianti segreti che il falso romanzo contiene, Leon (che il romanzo non lo ha mai nemmeno letto) viene imbrigliato in un intrigo letale tra mafiosi giapponesi, polizia segreta, impresari di banche estere e anarchici combattivi.

A questo punto, sulle tracce di Leon abbandonato e deluso, entra in scena inevitabilmente Emile K., infallibile, spietato, esasperante fino al limite estremo, e la storia prosegue in un’incessante catena di colpi di scena, inseguimenti e fughe, scontri a fuoco e omicidi, catturando tutta la nostra attenzione.

Con una maestria narrativa che si muove tra il romanzo e il saggio politico, Serge Quadruppani ritrae, dietro alle scene d’azione e di violenza tipiche del noir, il mondo contemporaneo, lo spostamento degli interessi e delle speculazioni internazionali avvenuto dopo il crollo del Muro e del blocco sovietico, delinea i nuovi piani di controllo del mondo, critica il falso idealismo e l’ambiguo perbenismo di alcune correnti politiche solo apparentemente “popolari”.

Il tutto con uno stile splendidamente trascinante, con una scrittura quasi cinematografica, scandita in fotogrammi visivamente distinti e percepibili, e in intrecci di storie e personaggi che sembrano perdersi di vista per poi ricongiungersi, restituendoci di nuovo la giusta direzione del racconto. Bellissimo.

Morire

di Arthur Schnitzler (Marsilio)

“Ti porto via con me, non voglio andarmene da solo. Ti amo, e non ti lascerò qui”.

Nato a Vienna nel 1862, Arthur Schnitzler, scrittore, drammaturgo e medico, è un personaggio atipico della letteratura, quasi uno sperimentatore, un alchimista capace di fondere la narrativa alla medicina, di appasionarsi ad entrambe le discipline, di interessarsi alla psicanalisi e all’ipnosi, ragioni che lo legarono a Freud con un lungo scambio di pensieri e di lettere.

Morire, romanzo breve scritto da Schnitzler poco più che ventenne, è già una dimostrazione della maestria di questo autore nell’addentrarsi tra le ombre più oscuri della natura umana, scoprendo quei meccanismi sorprendenti, a volte persino subdoli e ambigui, da cui hanno origine emozioni e reazioni.

Felix e Marie sono una coppia di fidanzati benestanti, abituati alle passeggiate in carrozza, ai viaggi, alle lunghe vacanze in giro per l’Austria, tra la quieta bellezza di laghi e montagne e la vivace eleganza di Vienna e Salisburgo.

Ma poco dopo l’inizio del racconto, Felix, affetto da un male incurabile (probabilmente tubercolosi), viene avvertito da un medico di avere ormai non oltre un anno di vita. Lunatico, pessimista e piuttosto egocentrico di sua natura, il ragazzo vive la sua condizione di condannato a morte con una specie di ostentato eroismo, proiettando su azioni e decisioni, proprie e di chi gli è accanto, l’angosciante ombra della sua fine imminente. Con rabbiosa ironia comunica la drammatica notizia a Marie e all’amico Alfred, anch’esso medico, il quale inutilmente cerca di fargli capire che, spesso, queste morti annunciate si verificano molto più tardi del previsto.

Innamorata e disperata, Marie dichiara all’amante che mai e poi mai sarebbe disposta a perderlo e a rimanere sola, e gli promette, nella follia della passione, di essere pronta a condividere la morte con lui, un proposito macabro e irrazionale al quale Felix, nel suo orgoglio di predestinato, pare opporsi. E’ giusto che Marie, dopo la sua morte, egli afferma, prosegua sola, libera e felice in una nuova fase della sua esistenza, lasciandolo alla sua sorte avversa e dimenticandolo.

Tra i continui sbalzi d’umore e la salute instabile di Felix, che passa dalla più profonda depressione alla più gaia speranza, la coppia decide di trascorrere un lungo soggiorno al lago, dove, nonostante tutto, entrambi trascorrono momenti piacevoli e romantici, fino al momento in cui, il duplice peggiorare dell’umore e della malattia di Felix li obbliga al ritorno. Forse, il presagio era esatto, e il tempo di vivere per Felix è sempre più corto.

A questo punto, la dimensione emotiva dei due protagonisti sembra ribaltarsi. Marie, stanca di subire i malumori del fidanzato, lo assiste con un’apatica e rassegnata abnegazione, ma nella sua mente si fa strada il desiderio di quella libertà che la malattia di lui le ha completamente tolta. Felix, al contrario, avvertendo la morte farsi sempre più vicina, rammenta il fermo proposito di Marie, che gli aveva promesso di seguirlo nell’ultimo viaggio, mentre, al contrario, ora lei sembra farsi sempre più lontana.

E sarà la presenza della morte, vera protagonista di questo sublime racconto, a provocare in lui la violenza, in lei la paura. e a porre fine, non una fine drammatica ma umanamente triste, alla loro storia.

Strade bianche

di Enrico Remmert (Marsilio)

Quando non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, allora gradualmente il nostro desiderio cambia.

Al di là di quell’irreale piacevolezza dell’imprevisto che accompagna i tre protagonisti, Strade bianche, travolgente romanzo/viaggio scritto e tracciato da Enrico Remmert, è in realtà una storia d’amore dominata da una lieve ma persistente malinconia. La stessa malinconia che, immagino, aveva accompagnato Sal Paradiso e Dean Moriarty On the road lungo le strade degli States, la stessa malinconia che segue tutti i grandi viaggiatori letterari, da Ulisse al suo alter ego joyciano Leopold Bloom.

Voci narranti del romanzo sono i viaggiatori stessi, e il loro percorso è un continuo succedersi di avventure fin dal primo istante, quando al violoncellista Vittorio e alla sua improbabile fidanzata Francesca, in partenza da Torino verso Bari, si aggrega l’amica Manu che, invece di accompagnarli fino al treno, come d’accordo, li supplica di accettare il suo passaggio in auto, e la conseguente condivisione del viaggio, fino alla destinazione finale. Con la complicità imposta dal limitato spazio, e dalla totale assenza di privacy, disponibile in un’automobile oltretutto dotata di doppi comandi, il percorso dei tre amici, costellato di colpi di scena talvolta divertenti e talvolta drammatici, si trasforma per ognuno di essi in una sorta di fuga, di estraniamento, di via d’uscita da situazioni divenute insopportabili, inaccettabili o incomprensibili. E così, se Vittorio cerca di immedesimarsi nell’essenza della musica e di liberarsi dalle sue continue crisi di ansia e paura, Francesca cerca il modo per liberarsi di lui, ma forse anche dell’altro amore che ha lasciato a Torino, e Manu, la più estrosa e trasgressiva dei tre, cerca di sfuggire ad un vendicativo amante e compagno, che la insegue caparbiamente per le strade d’Italia.

Non a caso, le tre narrazioni procedono su vie alterne e parallele, con l’impressione che i viaggiatori, nonostante l’intimità fisica ed emozionale che, a tratti, si instaura tra di loro a causa all’evolversi di eventi e dell’incrociarsi di destini, seguano percorsi differenti. Strade geograficamente identiche ma spiritualmente dirette verso luoghi diversi e distanti, e persino i momenti maggiormente condivisi appaiono osservati da punti di vista ineguali e interpretati secondo la chiave di lettura personale di ognuno.

E ognuno dei tre, al termine del viaggio non sarà più lo stesso, ognuno avrà imparato a rinunciare, a capire, a custodire un segreto, a cercare e a ritrovare un ricordo, a dare valore alla tristezza e alla nostalgia, sebbene la meta ormai raggiunta segni non solo la fine della loro avventura, ma anche di un periodo della loro esistenza. Proprio per questa ragione, non può esservi un finale a tre voci per questa storia, ma una separazione di strade e destini, a significare anche un gesto d’amore reciproco, di quell’amore disinteressato e totale, raro ma, a volte, ancora possibile. Bellissimo.