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I labirinti di Atene

petros-markarisdi Petros Markaris (Bompiani)

Mi trovo davanti a un commissario di mezza età, e al primo sguardo che gli do mi dico che vorrei averlo come cliente.

Il commissario di mezza età di fronte al quale si ritrova la sfortunata ragazza dell’est protagonista del racconto di Petros Markaris, una delle otto storie contenute nella raccolta I labirinti di Atene, è, naturalmente, Kostas Charitos, noto ai lettori affezionati a questo ironico, piacevole e anticonformista scrittore e sceneggiatore greco.

In realtà, I labirinti di Atene non sono totalmente dedicati al personaggio creato da Petros Markaris, questo commissario di polizia semplice, geniale e sensibile, una sorta di Montalbano ateniese, che viaggia con una vecchia auto Fiat e subisce con pazienza gli sbalzi d’umore e le stranezze della moglie, della figlia  e dei collaboratori. Ma, a esclusione del miniromanzo di apertura, un classico, brevissimo e divertente noir, dove Charitos e la sua squadra si muovono in un’Atene caotica, esuberante e sovreccitata dalla vittoria europea della squadra di calcio, cercando di svelare l’intrigo legato al ritrovamento di alcuni grotteschi cadaveri, gli altri sette racconti sono tracce, fotogrammi, scorci, a volte quasi privi di una trama vera e propria.

Il tratto d’unione tra le otto storie è l’immigrazione, la presenza straniera, più o meno lecita o clandestina, che transita per le strade, i vicoli, le piazze, ma anche i mercati, i sobborghi, i locali notturni, i ristoranti, i night club, gli ambienti più tenebrosi e oscuri della malavita ateniese. Sono storie brevi ma nitide, dettagliate, osservate da punti di vista spesso inediti, tali da renderle simili ad un esercizio di stile, ad una scrittura quasi sperimentale, come se fossero appunti, note, schizzi realizzati in previsione di un’opera più complessa.

L’atmosfera della metropoli con tutti i suoi lati ambigui e crudeli, le condizioni disumane in cui si trova chi è costretto a vivere un’emarginazione spesso violenta e degradante, compaiono nei racconti di Petros Markaris in una dimensione visionaria, quasi allucinata. La rivalità omicida che si nasconde dietro al lavoro nero, la disperata vendetta delle ragazze obbligate a vendersi, i subdoli (e romantici) intrighi della criminalità locale, l’esasperazione che porta i protagonisti di queste storie a reazioni estreme e irrazionali, vengono descritte in maniera indiretta, a chiusura di un percorso che rivela lentamente il peso del loro dramma.

Qualcuno ha detto che questi racconti non brillano di quella vivacità a cui questo autore ci ha abituati nei suoi noir. Probabilmente è in parte vero ma, leggendoli con attenzione, scopriremo che l’ironia, i giochi di luci e ombre, il rapido mutare di inquadratura, gli effetti quasi zoomati dei dettagli non mancano: semplicemente, sono utilizzati per mettere in luce, con un immancabile sarcasmo di sfondo, il destino che spesso tocca a chi è straniero.

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Le particelle elementari

Houellebecq_particelle-elementaridi Michel Houellebecq (Bompiani)

La nostra infelicità raggiunge il suo livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità.

Le particelle elementari è il romanzo che ha sedotto e terrorizzato centinaia di migliaia di lettori, regalando a Michel Houellebecq la celebrità, un notevole volume di critiche e la nomina di nichilista estremo e dissacrante.

Un giudizio non errato, se consideriamo la formazione scientifica di questo scrittore, che arricchisce i suoi testi di particolareggiate descrizioni cliniche, sezionando e analizzando da un punto di vista biologico le più profonde passioni umane.

A rappresentare il tentativo, del tutto normale e del tutto inutile, di trovare la felicità senza subirne le conseguenze, sono Bruno e Michel, figli di uomini diversi e di una madre girovaga e hippy per vocazione, simbolo ella stessa di un desiderio di trasgressione ben lontano da ogni concetto di libertà. Abissalmente diversi, ma intimamente simili, i due fratelli seguono percorsi estremi e paralleli, l’uno ossessionato da pulsioni sessuali incontrollabili, l’altro dedito solo alla scienza e ad un’apatica solitudine. Dopo essersi ignorati per anni, si perdono in lunghe conversazioni dalle quali emerge una profonda sofferenza che sta proprio in quella vita da loro scelta per evitare di soffrire.

Michel, biologo molecolare e vero protagonista del romanzo, come il chimico sepolto a Spoon River pare vivere solo di fronte alle reazioni degli elementi, alla calcolata imprevedibilità delle loro fusioni, affascinato dalla spaventosa possibilità di poter riprodurre l’uomo senza la necessità dell’amplesso. Al contrario, proprio dall’amplesso è affascinato Bruno, tanto che il sesso diviene per lui una malattia, un desiderio implacabile e morboso, slegato da ogni sentimento e praticato con una frenesia gelida e disperata.

Due punti di vista diversi che in realtà convergono verso la stessa immagine, quella di un’esistenza gelida e perfetta, inattaccabile dalle emozioni: non a caso uno dei loro lunghi dialoghi verte intorno al Mondo nuovo di Huxley. Entrambi rifiutano di cedere all’amore nel nome delle loro convinzioni, e la tragica morte di Christiane e di Isabelle, le uniche donne capaci di vedere in loro qualcosa di sublime, assume il valore di un sacrificio. Intanto, intorno a loro, il mondo va distruggendosi lentamente, aggrappandosi a paradisi terrestri di breve durata: beat, hippies, new age, meditazione, sesso libero ed estremo.

Leggendolo con attenzione, Le particelle elementari dichiara e condanna i fallimenti di una società in continuo degrado, rivelati con un linguaggio ricco di riferimenti storici, letterari, scientifici, filosofici, e con quella spietatezza cruenta tipica di Houellebecq. Ma, quando Michel accetta di dare un figlio a Isabelle e, giunto all’orgasmo, vede nella sua mente le prime divisioni cellulari, o quando Bruno rivela il suo lato più oscuro alla saggia dolcezza di Christiane, allora, anche nel materialismo glaciale che fa da sfondo al romanzo, scopriamo che, nella vita, mai e poi mai potremmo evitare di emozionarci.

Le ore

di Michael Cunningham (Bompiani)

Se fosse capace di parlare, direbbe qualcosa – non sa dire cosa, esattamente – su come lui abbia avuto il coraggio di creare e come, cosa forse più importante, abbia avuto il coraggio di amare in maniera singolare, nel corso dei decenni, contro ogni ragione.

Nel 1941, mentre la guerra impera sul mondo, Virginia Woolf, inquietante nel suo alternarsi di genio e follia, sceglie di morire tra le acque del fiume Ouse, lasciando al marito una struggente lettera in cui ammette di essere ancora, irrimediabilmente, preda della pazzia.

Partendo dalla scena in cui ella scompare, abbracciata dalla corrente, Michael Cunningham (forse ugualmente folle e geniale?), con un impressionante gioco di salti temporali, di flashback, di riflessioni, di incubi e di ricordi, narra tre storie parallele e legate da un destino indissolubile, dove amore e morte si intrecciano, si confondono e si scambiano di ruolo, dove la vita è simile ad una stanza oscura, opprimente e senza vie di uscita, dove amare, odiare, semplicemente essere, diventano imprese immani e quasi  impossibili.

Di nuovo ritroviamo Virginia Woolf, 20 anni prima del suicidio, apparentemente convinta di poter evitare la follia e ritornare ad una tranquilla vita londinese, ma interiormente vittima di quei terribili moti dell’anima che, suo malgrado, le consentiranno di scrivere un capolavoro di passione, nostalgia e disperazione quale è La signora Dalloway.

A decenni di distanza, ecco Clarissa, editor newyorkese, colta e intellettuale, impegnata in una relazione lesbica più per contestazione che per natura e innamorata, per quanto lo neghi, di Richard, il poeta, l’uomo capace di amare contro ogni ragione. Richard, che sta morendo di AIDS, ma fino all’ultimo rivive, incessantemente, il bacio rubato a lei molti anni prima, unica, e perduta, occasione di salvezza. Richard, che contiuerà fino alla morte, tra ironia e supplica, a chiamare Clarissa Signora Dalloway, lasciandola a perdersi nella condanna del rimpianto, così come Clarissa Dalloway nel capolavoro di Virginia Woolf si annienta nel dramma di Septimus.

A metà tempo tra Virginia e Clarissa, nel primo dopoguerra, c’è Laura, orgogliosa moglie di un eroe di guerra, casalinga perfetta, madre perfetta, amica perfetta, ma in realtà di questa perfezione non sa che farsene, le appare vacua e insignificante, fragile e inutile, incomparabile con il gesto estremo di Virginia Woolf, enormemente distante dalle altissime emozioni dei suoi romanzi, dove Laura si rifugia. Quella stessa perfezione che Clarissa e Richard si illusero, in qualche modo, di poter evitare.

In un tempo diverso, il dramma di Clarissa e Septimus sembra duplicarsi e ripetersi, e Laura diviene l’anello di congiunzione tra due storie il cui avvertimento, forse, è anche quello di non fingere e non costringere, di non sopprimere le emozioni, di non rinunciare ad esse se non ci sembrano tanto straordinarie, ma di capire e ammettere che anche una perfezione apparentemente semplice appartiene alla nostra natura e alla nostra vita.

Un libro bellissimo, che nel 1999 ha valso al romanziere Michael Cunningham, nato nel 1952 a Cincinnati, il premio Pulitzer.

Il cimitero di Praga

di Umberto Eco (Bompiani)

Dicono che bisogna vivere, ma vivere è un problema che alla lunga conduce al suicidio

Una cosa è certa: nonostante le critiche di varia natura e origine, Il cimitero di Praga, il nuovo thriller storico/gotico che l’intellettuale, romanziere e saggista Umberto Eco ci propone diversi decenni dopo l’insuperabile Il nome della rosa, è già diventato un mito letterario, un Codice Da Vinci italiano dove, nonostante le affermazioni dell’autore sull’assoluta veridicità dei personaggi e in gran parte delle lora gesta, non ci è mai del tutto chiaro dove finisca la verità storica e dove abbia inizio la finzione.

Come ogni opera del celebre semiologo, la lettura non è semplice e la trama, che si estende su un ampio arco storico e temporale, è di una complessità estrema, resa ancora più intricata dalla struttura stessa del romanzo, in cui la cronaca di un narratore ignoto si alterna al diario “sdoppiato” del protagonista e di un suo presunto alter ego. Ne risulta un racconto non lineare, ma costruito da un’ininterrotta serie di flashback, di eventi storici, di visioni deliranti, dove i personaggi incrociano i loro destini in momenti carichi di tensione, di mistero, di oscura violenza, addirittura di follia.

Primo protagonista in assoluto è il capitano Simonini, autore del citato diario, scritto dietro consiglio di un giovane medico austriaco. Eccezionale falsario, totalmente privo di scrupoli ma, a mio parere, non così sgradevole come lo vorrebbe l’autore, Simonini è astuto, geniale, cinico e ambiguo, grandissimo intenditore della buona cucina e dichiarato nemico delle donne, degli ebrei, del clero, della massoneria e degli esseri umani in genere. Nella sua avventura segue la storia d’Italia e di Francia nei momenti più drammatici, incontra Ippolito NievoGiuseppe Garibaldi, si aggira per una Parigi stravolta dalle barricate e grazie alla sua naturale avversione verso il resto del mondo, collabora ai servizi segreti ora di un paese ora dell’altro, spesso con un audace e riprovevole doppio gioco, e non esita a togliere di mezzo chiunque ostacoli i suoi progetti.

Nel diario di Simonini compaiono figure inquietanti, una conturbante satanista, un abate perverso, un esperto di esplosivi, Dreyfus e i suoi sostenitori, personaggi in eterno conflitto attraverso un continuo sorgere di eterogenei complotti, tra guerriglie, spettacolari messe nere e oscure manovre politiche di cattolici, ebrei, massoni e ufficiali più o meno corrotti. Culmine del racconto, la prima bozza della sua più grande opera di falsario, la cui stesura procede per tutto il romanzo: la cronaca di una tanto inverosimile quanto spaventosa riunione a sfondo politico/cabalistico avvenuta, appunto, nel cimitero ebraico di Praga. Il lavoro, incredibile al punto da poter sembrare autentico, verrà acquistato da un misterioso diplomatico russo, e allora ci renderemo conto che altro non è se non i celebri Protocolli dei savi di Sion, quel testo tanto assurdo da aver ispirato Hitler nella sua Endlosung.

A questo punto, sono obbligatorie due note. Primo, Umberto Eco affascina sicuramente per l’intrigo delle trame, ma soprattutto per la bellezza di cui sa rivestire la lingua italiana. Leggetelo solo per provare il puro piacere del suo gioco di frasi e periodi, di termini e forme verbali. Secondo, come era previsto, l’argomento ha suscitato forti critiche da parte del mondo ebraico, il che può anche essere comprensibile, ma totalmente immotivato. Al contrario, la sottile satira di sfondo, smonta e ridicolizza il concetto stesso dell’antisemitismo. Sicuramente da leggere, ma con molta calma.

La carta e il territorio

di Michel Houellebecq (Bompiani)

“Sto organizzando una personale per la primavera. Franz, il mio gallerista, vorrebbe uno scrittore per il catalogo. Ha pensato a Houellebecq”.
“Michel Houellebecq?”
“Lo conosci?” chiese Jed sorpreso.

Nel momento in cui Jed Martin decide di ritrarre Michel Houellebecq, che ha accettato di firmare il testo per il catalogo della sua mostra, certamente non immagina quale orrendo destino avrà origine da questo ritratto.

Artista piuttosto quotato e ugualmente indifferente anche verso la propria vita, Jed Martin decide di tornare alla pittura dopo la serie di elaborazioni fotografiche delle carte geografiche Michelin, un’esperienza apparentemente felice, la cui fine coincide con l’inevitabile rottura della relazione con Olga, una delle cinque donne più belle di Parigi.

Jed è un solitario, più disincantato che scettico, la sua vita, rigorosa e anticonvenzionale al contempo, sembra trascinarsi al ritmo della cena annuale, ogni vigilia di Natale, insieme al padre che ha ormai abbandonato sia il proprio lavoro di architetto che la voglia di vivere. L’incontro con lo scrittore Michel Houellebecq, il cui ritratto completa la serie che Jed ha dedicato ai protagonisti della contemporaneità, assume per l’artista un carattere rivelatorio, quasi fosse uno specchio dove lui stesso, ormai abituato al silenzio, riesce a vedersi e a confrontarsi. Lo scrittore, con la sua eccentrica misantropia, i suoi estremismi esistenziali tra l’edonismo e l’autodistruzione, e uno sguardo in cui brilla una passione, qualcosa di allucinato, persino, riesce ad impressionare Jed e ad instaurare con lui, nei limiti delle loro personalità così intricate, qualcosa di simile ad un’amicizia. Ma il destino non permetterà loro di essere amici: quotato vertiginosamente sul mercato, Michel Houellebecq, scrittore, come era stato per il ritratto di Dorian Gray, reca in sè una maledizione che si materializzerà in un agghiacciante delitto.

Con il ritmo di un thriller e la complessità di un romanzo filosofico, Houellebecq descrive spietatamente la natura umana, compresa la propria, non concede sconti, non ha mezzi termini, non evita di palesare apertamente i peggiori istinti a cui l’uomo può arrivare, ma anche le incomprensibili profondità di pensiero di cui è capace. E, mentre per Jed Martin, ormai ricchissimo, si compie una tranquilla esistenza di ricerca artistica, all’autore di Particelle elementari il proprio ritratto rammenta di avere avuto una vita intensa, a tratti.
Effettivamente, più intensa di così…

Michel Thomas (Houellebecq), scrittore, regista e sceneggiatore pubblicato in Italia da Bompiani, è uno dei maggiori autori contemporanei francesi, celebre per il suo stile provocatorio e sfrontato. Con La carta e il territorio è stato insignito del Premio Gouncort 2010.

Gli invisibili

di Nanni Balestrini (Bompiani)

Doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere o forse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente.

Nato nel 1935, il poeta, scrittore a artista milanese Nanni Balestrini debutta in letteratura nei primi anni Cinquanta, pubblicando alcune poesie su Mac Espace, la rivista del movimento artistico di Gillo Dorfles, e successivamente, nel 1960, con una raccolta edita da Scheiweller. Storico esponente della neoavanguardia italiana, è tra i fondatori del Gruppo 63, ed è il primo a comporre poesie con un computer IBM. In seguito, sempre sotto il segno dello sperimentalismo, scrive poesie, romanzi, pièces teatrali, ed espone le sue opere nelle maggiori gallerie italiane. Nel 1968, si lascia trascinare dallo spirito di rivolta giovanile, e partecipa alle manifestazioni che coinvolgono tutta l’Italia, e che influenzeranno gran parte della sua produzione letteraria.

Pubblicato da Bompiani nel 1987, e riedito diverse volte negli anni Novanta, Gli invisibili è considerato una delle migliori opere narrative dello scrittore/artista milanese e, oltre che la testimonianza di un periodo storico vissuto da vicino, rappresenta un simbolo della letteratura sperimentale. Con la sua scrittura inconfondibile, poetica, costruita di brevi paragrafi, priva di qualsiasi segno di interpunzione e resa nitida da un’iperrealistica ricchezza di dettagli, Nanni Balestrini racconta quella generazione che negli anni Settanta, forte dei propri ideali, cercò in qualche modo di rendere migliore il mondo in cui viveva.

Una rivoluzione mancata, forse una battaglia persa in partenza, condotta talvolta con mezzi inopportuni e sbagliati, e destinata non solo ad essere soffocata e rinchiusa in cella, ma anche irrimediabilmente sconfitta e cancellata dallo scenario sociale dell’epoca.

Al di là dal commentare o giustificare la sovversione politica degli anni Settanta e le conseguenti lotte metropolitane tra gruppi di orientamento opposto, il romanzo disegna un suggestivo ritratto degli anni di piombo, che appaiono così frammentati in un succedersi di fotogrammi, in parte documentario e in parte allegoria. Paradossalmente, ma non era un evento del tutto raro all’epoca, il protagonista non è un attivista politico né un militante terrorista, e viene incarcerato semplicemente per errore, sottolineando la mancanza di un reale distinzione tra ideologia, contestazione, lotta armata e crimine vero e proprio.

La scena della sommossa nel carcere, con conseguente azione repressiva, guerriglia e distruzione, ci appare ora tanto storica quanto inverosimile, ma la vera resistenza, se riflettiamo, non si materializza tanto nella lotta e nella ribellione, quanto nello sciame finale di fiammelle, scintillanti dalle finestre del carcere che, viste da lontano, appaiono come un avvertimento, e una supplica al non soccombere sotto le macerie di un secolo di illusioni.

L’ereditiera veneziana

di Fulvio Tomizza (Bompiani)

Leggendo Fulvio Tomizza, lo scrittore nato nell’Istria che oggi è croata e vissuto a Trieste, ci rendiamo conto come sia stato talvolta attratto da sentimenti complessi e tormentati (come l’amore impossibile del best seller Franziska o la passione dal finale agghiacciante di Dal luogo del sequestro), oltre che dagli inevitabili e avvincenti intrighi della Storia.

Questa volta, con la romantica e tragica storia di Paolina Rubbi, L’ereditiera veneziana, egli non ci propone una creazione della sua fantasia, ma racconta con parole proprie l’opera che Giancarlo Rinaldi, economista, poligrafo, scrittore e intellettuale istriano, scrisse in memoria della moglie, deceduta a soli due anni dal matrimonio. Un libro antico e rarissimo, capitato tra le mani di Fulvio Tomizza il quale, inevitabilmente, si lascia sedurre sia dalla personalità dell’intraprendente signora veneziana sia dalla romantica atmosfera settecentesca in cui lei e il marito vissero, e che egli ci narra con la sua scrittura intensa e trascinante, frammista a qualche citazione dall’originale e con una lieve e voluta sfumatura arcaica.

Bella e seducente quanto intraprendente e determinata, Paolina Rubbi sopravviverà fino a 25 anni, per poi soccombere ad un misterioso morbo (forse una strana forma di tubercolosi) che in pochi anni stermina tutta la sua famiglia, ma riesce a vivere ogni istante in maniera estrema e profonda. Dotata di un’intelligenza acuta e vivace e di un’innato spirito imprenditoriale, ella si dimostra in grado di gestire magnificamente l’eredità di famiglia, dalle aziende, agli immobili, al patrimonio, nei pochi anni in cui ne può godere, senza tralasciare, con i dovuti limiti, la vita mondana e la presenza in società.

Prevedibilmente, la bella ereditiera riceve subito le attenzioni dei giovani veneziani, alcuni con nobili intenzioni, altri semplicemente in cerca di una sistemazione, ma si dimostra abile anche questa volta, organizzando una vera e propria selezione che determina l’eliminazione della maggior parte dei concorrenti. Poi, quando alla fine, si lascia convincere a prendere in considerazione un temerario pretendente “fuori concorso”, che ha osato addirittura (per quanto non lo ammetterà mai completamente) inventarsi una doppia identità attirando l’attenzione sulle prime lettere d’amore, ormai dentro di sé ella si è già lasciata sedurre dal fascino discreto ma audace di lui. Un corteggiamento che non può terminare se non nel matrimonio, e nella completa armonia tra Paolina e Giancarlo, una coppia vivace e brillante nonostante i pochi anni da trascorrere insieme che il destino ha riservato loro.

Non mi soffermo sulle diatribe famigliari, che occupano gran parte della storia, sulle sofferenze che precedono la morte di Paolina, o sul disorientamento sentimentale del marito rimasto solo. La bellezza di questo racconto, oltre che nel ritratto dei due singolari protagonisti, si trova nella magia dell’epoca e del luogo: il Settecento veneziano, con le sue ville e i suoi giardini, le feste e i balli, i viaggi in carrozza e in gondola, i romantici paesaggi impressionisti, e il Carnevale, nella sua grazia innocente, poetica e maliziosa. Da non perdere.