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La vita agra

bianciardidi Luciano Bianciardi (Rizzoli)

A questo punto puoi staccare, hai messo insieme le mille lire per dell’affitto, le quasi tremila per Mara, le altre mille tra luce, gas, telefono e tasse comunali, le duemila del vitto giornaliero, le altre mille per incerti, spettacoli, vestiario e varie, le cinquecento delle spesate tue a borsellino, caffè insomma, sigarette e qualche cinema nei paraggi.

Scrittore, saggista, traduttore della migliore letteratura americana (in particolare di London, Huxley, Miller, Steinbeck e Faulkner), giornalista, critico televisivo e grande attivista culturale (è stata sua l’idea del Bibliobus, una specie di biblioteca itinerante per portare i libri nelle aree di campagna dove non sarebbero mai arrivati), Luciano Bianciardi è stato un intellettuale piuttosto atipico e indubbiamente non abbastanza riconosciuto. Anarchico per natura e per convinzione, si impegnò nel sostegno alle lotte operaie e nel denunciare le durissime condizioni di vita dei minatori della zona di Grosseto, creando una profonda e significativa amicizia con gli abitanti del paesino di Ribolla.

Quando, nel 1954, uno dei pozzi minerari esplode, causando la morte di 43 lavoratori, e le disastrose conseguenze per le loro famiglie, lo scrittore si trasferisce a Milano, invitato a prendere parte alla fondazione della casa editrice Feltrinelli. Ed è proprio questo periodo di vita milanese a dare origine a La vita agra, il grande successo di Luciano Bianciardi, un autoritratto della sua esperienza nella metropoli lombarda dipinto con un realismo crudele e satirico, il cui risultato è a dir poco impressionante.

Volutamente emarginato da una società arrivista, instabile e dannosa, incapace di farsi strada e di difendersi dalle mille insidie metropolitane, il malinconico io narrante di questo straordinario romanzo sogna ad occhi aperti di poter rendere giustizia alle vittime dell’incidente minerario, facendo esplodere la sede di un grande gruppo industriale. Ma è solo un sogno: in realtà egli affoga continuamente nell’inutile burocrazia milanese, sopravvive a stento ad un abnorme e crescente costo della vita, non sopporta i vincoli di un lavoro dipendente ma è comunque oppresso dai ritmi serrati e umilianti delle collaborazioni editoriali, e schiacciato da una situazione famigliare inevitabilmente sdoppiata, e quindi doppiamente costosa.

La vita agra è un capolavoro del Novecento, un racconto vero e vissuto che ha segnato la vita di più d’una generazione, il ritratto triste e ironico di una società che già all’epoca si delineava alienante e disumana, una denuncia aperta contro quelle ingiustizie che, inevitabilmente, colpiscono sempre i più deboli. Da leggere assolutamente, se non lo avete già fatto, adatto forse ancora di più a questa nostra epoca, così colma, ogni giorno, di ingiustizie sociali e di crimini legalizzati.

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Racconti di guerra

di Mario Rigoni Stern (Einaudi)

Una cicogna arrivò nello stagno appena sgelato e in quel momento mi accorsi che le betulle nel bosco lì davanti al mio sguardo aprivano i rami primaverili a un tenerissimo verde senza l’ordine di nessuno.

La storia di Mario Rigoni Stern, uno tra i più grandi autori del Novecento italiano, è abbastanza nota. Arruolatosi volontario nella Scuola Centrale Militare di Alpinismo nel 1938, passa attraverso gli scenari di guerra dell’epoca: al confine con la Francia, in Albania, in Grecia, e infine in Russia, dove il dramma della devastante ritirata, tema portante di tutta la sua opera letteraria, stravolgerà completamente i suoi pensieri. Internato in Prussia dopo l’armistizio dell’8 settebre 1943, rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e rimane prigioniero nel campo di concentramento di Hohenstein fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa, nel 1945.

Questi Racconti di guerra, una raccolta di racconti e di brevi stralci delle sue opere più celebri, Il sergente nella neveRitorno sul Don e Amore di confine, ripercorre in ordine cronologico la memoria storica dello scrittore: dalla prima guerra mondiale, vissuta attraverso i ricordi del luogo e i segni indelebili scolpiti nelle montagne, all’allucinata drammaticità della ritirata di Russia, alla deportazione e alla prigionia, fino alla lunga strada del ritorno a piedi in Italia.

Svaniti quegli ideali che definirono la scelta iniziale di Mario Rigoni Stern, la guerra compare nei suoi scritti in tutto il suo tragico e crudele realismo fino alla disfatta russa, dove la Germania, con i suoi assurdi sogni di gloria frantumati dal gelo sovietico e dall’acciaio di Stalingrado, da alleata si trasforma in nemica.

La guerra degli italiani, smarriti e dimenticati in un inverno immenso e orribilmente ostile, diviene una disumana lotta per la sopravvivenza, e nel terrore della realtà brillano, come miraggi, ora la bellezza struggente della natura, ora la malinconica dolcezza di un incontro inatteso.

Mario Rigoni Stern racconta la tragedia e vi dipinge paesaggi e stagioni, racconta la morte e la confonde con fragili sogni e tenui speranze, racconta la disperazione della memoria e la colora di vento, di cielo, di erba. Le distese di frumento, gli improvvisi lampi di colore dei fiori, lo scintillio del verde, la silenziosa indifferenza della neve sembrano sovrapporsi al frastuono delle armi, la quieta e calda penombra delle isbe è un angolo di pace quasi fiabesco, tra il fuoco dell’inferno. Cavalli e caprioli si accompagnano a soldati e partigiani, guerra e caccia divengono un unico scenario con la comparsa di starne, urogalli, allodole e quaglie…

Lo splendore della natura deflagra, violento, anche sui campi di battaglia, anche nella nostalgica desolazione dei ricordi, dove le montagne, vicine o lontane, maestose, sembrano vegliare, eternamente.

Sessanta racconti

di Dino Buzzati (Mondadori)

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro ai vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.

Narratore straordinario e trascinante, artista, giornalista, appassionato di montagna e inviato di guerra (sono sue le cronache di El Alamein apparse sul Corriere della Sera negli anni ’40), Dino Buzzati, nato in Veneto e scomparso quando avrebbe avuto ancora molto da regalarci, sembrava (come aveva notato il collega e amico Indro Montanelli) essere egli stesso uscito da uno dei suoi travolgenti racconti.

Travolgenti perché capaci di toccare tutte le possibili emozioni e percezioni dell’animo umano, negative o positive che siano, in una cornice dove la scena passa da un realismo paradossale ad una metafisica impressionante, ad un surrealismo nitido e dettagliato. Dall’odio all’amore, dalla nostalgia alla paura, dalla rabbia ad una tirannica vendetta, dall’ipocrisia all’invidia, dal desiderio all’estraniamento… Tutto si sussegue nei racconti di Dino Buzzati con una limpidezza scioccante, in una dimensione mutevole e discontinua dove anche l’incombenza della morte, la fine del mondo, la presenza minacciosa di Dio assumono contorni onirici, suscitando ora l’ira, ora il terrore, ora persino l’indifferenza.

Una lettera inviata ad un amante immaginario, un distinto commerciante che si trova coinvolto in una guerra primordiale, un facoltoso nobile che va a caccia di animali preistorici, un cane che riesce ad incontrare Dio, un ospedale dove la morte si avvicina piano dopo piano, un complotto rivoluzionario ordito durante una serata alla Scala, la vittima di un assassino che cerca vendetta, un fantasma in cerca di alloggio, un ricco mercante trasformato in lebbroso ed un lebbroso miracolato trasformato in un santo, una bomba atomica consegnata a domicilio ed un’altra che esplode nel corso di una parata militare…

… E così via, in una serie di situazioni talvolta spaventose,  e per questo irreali, talvolta disperatamente vere, narrate con quello stile inconfondibile, da reporter d’azione e da grande romanziere, che ha reso Il deserto dei tartari, con la sua atmosfera di ignota attesa, uno dei più grandi capolavori del Novecento letterario italiano.

Un amore

di Dino Buzzati (Mondadori)

No, sai, senza di me tu non sei capace di vivere.

Al confronto delle consuete atmosfere di Dino Buzzati, del suo giocare tra metafora e fantasia, dei suoi scenari evocativi, onirici, a tratti inquietanti ma colmi di quell’irrealtà visionaria ed enigmatica, di quella magia allegorica che caratterizza lo stile del grande scrittore contemporaneo, Un amore rappresenta un’eccezione, un brutale cambio di registro: il ritratto nitido e freddamente realista del morboso confondersi nell’uomo di istinti e sentimenti, delle sue più basse debolezze e di come queste costituiscano un’oscuro ma determinante aspetto della società.

In una Milano malinconica, autunnale, offuscata da uno spleen opprimente, rugginoso, appesantito dal freddo paesaggio industriale, si consuma la relazione tra l’architetto Antonio Dorigo e l’adolescente Laide, seducente ballerina scaligera, ma nel contempo esperta ragazza di vita. Cliente abituale delle case di appuntamento, che rappresentano per lui l’unica via di comunicazione con il mondo femminile, Antonio, dopo il primo incontro vagamente romantico con la conturbante fanciulla, si lascia travongere e incatenare da una passione intensa, struggente perché senza vie di uscita, incontrastabile nel suo rafforzarsi, ma disperata nella consapevolezza della mancata corresponsione.

In un incessante gioco di inganni, bugie, illusioni e rimpianti, Buzzati affronta magnificamente luoghi e personaggi dell’amore a pagamento, ritrae con lucidità ragioni e perversioni di chi se ne serve, descrive con precisione quasi clinica l’evolversi del morboso sentimento di Antonio e l’ininterrotta catena di umiliazioni alla quale lui, per amore, si lascia sottoporre.

Costretto, per motivi di immagine, a mantenere la relazione nell’ambiguo contesto dello scambio commerciale, egli si lascia sottomettere dalle capricciose pretese della ragazza pur di non perderne il contatto, accetta compromessi degradanti, subisce senza ribellarsi l’umiliante e calcolato opportunismo di lei.

E anche quando verrà a conoscenza dell’assoluta infedeltà e ipocrisia di Laide, Antonio, anche se in parte liberato dai suoi inutili rimorsi, ancora una volta non riuscirà a rinunciare alla ragazza, ancora una volta andrà in cerca di lei, senza difendersi né sottrarsi, in un estremo e straziante omaggio alla donna oggetto del proprio amore, ma anche causa della propria distruzione.

La coscienza di Zeno

di Italo Svevo (Mondadori)

Fui accompagnato tutta la notte da un ferreo proposito. Sarei stato sincero con Carla prima di farla mia e le avrei detta l’intera verità sui miei rapporti con Augusta. Nella mia solitudine mi misi a ridere: era molto originale andare alla conquista di una donna con in bocca la dichiarazione d’amore per un’altra.

Aron Hector Schmitz, di nazionalità austriaca e di origine ebraica, nasce a Trieste nel 1861, quando la città friulana, inserita nell’impero astroungarico, rappresentava un eccezionale punto d’incontro di etnie e culture, un policromo e affascinante alternarsi di armonia e di conflitto. Un’atmosfera originale, inevitabilmente trasmessa dai romanzi di Schmitz, firmati con il nome d’arte di Italo Svevo, il quale, dopo la pubblicazione, a fine ‘800, di Una vita e Senilità, passati quasi inosservati dalla critica, rimane in silenzio per oltre vent’anni prima di comporre il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che riceverà i complimenti di Eugenio Montale. L’amicizia con James Joyce, allora residente a Trieste, contribuì a diffondere l’opera di Italo Svevo anche oltreconfine.

Redatto in forma di diario personale, con una forte introspezione filosofica e psicoanalitica dovuta anche all’influenza che Sigmund Freud ebbe su Italo Svevo, il romanzo rappresenta la storia di Zeno Cosini, io narrante e alterego dell’autore, il quale inizia a scrivere di sè stesso dietro suggerimento del proprio psicanalista. Questo misterioso personaggio compare unicamente come autore della prefazione, firmata Dottor S., in cui dichiara come, a seguito dell’improvvisa interruzione della terapia da parte di Zeno Cosino, egli avesse deciso, per vendetta e sperando che gli dispiaccia, di farne pubblicare il diario, rimasto in suo possesso.

A questo punto ha inizio la lunga e complessa biografia di Zeno, in cui egli ripercorre i momenti e le situazioni più significative della sua vita: la morte del padre, i continui tentativi, totalmente privi di volontà, di liberarsi del vizio del fumo, le contrastate relazioni con le donne, le infatuazioni molteplici e il conseguente matrimonio deciso quasi per rivalsa, la vita coniugale frammentata tra moglie e amanti, le avventure commerciali in società con il cognato, e il fallimento della psicanalisi con la conclusione che, in fondo, la vita non è nè brutta nè bella ma originale, ed è soprattutto una malattia, incurabile, inguaribile e inevitabilmente mortale.

Mirabile ritratto non solo di una persona ma dell’ambiguità stessa della natura umana, delle insidie affettive, delle affinità e delle dipendenze a cui ognuno è soggetto, dei contrasti interiori talvolta irrisolvibili, o risolvibili per vie errate, Zeno appare come un uomo non troppo estroverso ma sufficientemente brillante, a suo modo romantico e passionale, sicuramente sognatore, vagamente idealista, spesso attraversato da buone intenzioni che poi non riesce a mettere in atto fino in fondo, e continuamente orientato verso direzioni opposte che, per mancanza di volontà o di scelta consapevole, segue contemporaneamente in maniera alternata.

E così, oltre a sperimentare i più contorti e fallimentari sistemi per smettere di fumare scoprendo di non averne affatto l’intenzione, Zeno corteggia le due sorelle Ada e Alberta e ne chiede in sposa la terza, Augusta, quasi per risposta al rifiuto delle prime due. Costruisce, nonostante tutto, una famiglia serena e felice, ma tradisce la moglie con maniacale continuità, reso forte dal fermo proposito che ogni volta sia l’ultima, per poi perseverare nuovamente nel tradimento proprio per effetto di questa convinzione.

Nonostante i momenti di malinconia, disperazione e angoscia, e le crisi ipocondriache cui è soggetto, Zeno non è affatto fragile o insicuro, e addirittura nei momenti veramente drammatici, come i fallimenti economici o il suicidio del cognato Guido, marito della bella Ada, suo primo e incorrisposto amore, rivela una lucidità e una calma incrollabili, derivanti dalla raggiunta constatazione filosofica che non vale mai la pena di prendersela per una sconfitta in quanto la vita può riservarci sempre sorprese inaspettate.

Il diario si chiude sul preludio, quasi farsesco, della grande guerra, e con la conclusione che, in fondo, il mondo è destinato a distruggersi per sua stessa mano. Leggetelo, e scoprirete ancora una volta come i grandi capolavori si riadattino ad ogni epoca. Un particolare da non lasciarsi sfuggire: Trieste, splendida, è percepibile, come una presenza viva.