Category Archives: letteratura di viaggio

Montagne di una vita

montagnedi Walter Bonatti (Baldini & Castoldi)

Verso le tre del pomeriggio, quando mi trovo a soli cinquanta metri dalla vetta, improvvisa e splendente appare la croce metallica fissata alla sommità. Il sole che la illumina da sud la fa apparire quasi incandescente.

Immaginiamo di trovarci ad oltre 4000 metri di altezza, a metà di una parete di roccia ghiacciata e perfettamente verticale. La temperatura è di 30 gradi sotto zero, non abbiamo alcuna possibilità di tornare indietro e nemmeno di proseguire, poiché intorno a noi, nel cielo, sta scendendo lentamente la notte. Siamo lì, su di un gradino roccioso largo poche decine di centimetri, immersi nel gelo e nel silenzio, in assoluta solitudine, e a separarci dal mondo abitato ci sono migliaia di metri di strapiombo.

Così è stata in gran parte la vita di Walter Bonatti, impareggiabile alpinista e grandissimo narratore, autore non solo dei suoi splendidi racconti di montagna ma anche di una lunga serie di reportages di viaggio ai limiti estremi dell’avventura. Una vita intensa, libera, spesso spericolata, ricca di passione, coraggio, determinazione, e di una profonda sensibilità.

Nelle Montagne di una vita, Walter Bonatti ci racconta le sue storiche imprese di alpinismo estremo, accompagnandoci, passo dopo passo, in luoghi tanto affascinanti quanto spaventosi, tra ghiacciai millenari e pareti a strapiombo, tra guglie altissime e immense distese candide, tra frane violente e tempeste di neve tanto forti da togliere il respiro, tra bivacchi notturni sospesi nel vuoto e giornate trascorse sfidando i drammatici imprevisti dell’alta quota. Dagli 8000 metri del K2, dove le condizioni estreme e il paesaggio per noi sono davvero difficili da immaginare, alla catena delle Ande di Patagonia, limite assoluto del mondo e sorprendente fusione tra ghiaccio artico e foreste pluviali, agli scenari più belli delle nostre montagne, il Monte Bianco, il Cervino, le pareti di Lavaredo.

Nei suoi racconti, oltre a mostrarci luoghi di straordinaria bellezza, egli ci insegna il rispetto totale verso la natura, la tranquillità di chi sa dove vuole, e dove può, arrivare, la capacità di riflettere anche nei momenti più drammatici, quando il rischio vale la vita, l’umiltà di riconoscere i propri limiti e i propri errori, di lasciare sempre da parte orgoglio e presunzione.

Seguiamo Walter Bonatti lungo le celebri vie che ha tracciato sulla roccia, nella notte di Natale trascorsa sul Monte Bianco, nelle ascese solitarie e invernali dei versanti nord più difficili, le Grandes Jorasses, il Cervino, nelle ore drammatiche del K2 o del tragico evento del Pilastro Rosso. Lasciamo che ci porti con sé tra il sole e il ghiaccio, tra il cielo e le nuvole, lasciamoci trascinare dalla sua forza di narratore, dalla quella curiosità indomabile che lo ha accompagnato per tutta la vita. Lasciamoci incantare dalla sua storia, una storia che non è solo avventura e bellezza, ma anche una grande lezione di vita e di amore.

Leggete questo classico della letteratura di montagna, di viaggio e, soprattutto, del Novecento italiano: è un’esperienza davvero indimenticabile

Advertisements

Strade bianche

di Enrico Remmert (Marsilio)

Quando non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, allora gradualmente il nostro desiderio cambia.

Al di là di quell’irreale piacevolezza dell’imprevisto che accompagna i tre protagonisti, Strade bianche, travolgente romanzo/viaggio scritto e tracciato da Enrico Remmert, è in realtà una storia d’amore dominata da una lieve ma persistente malinconia. La stessa malinconia che, immagino, aveva accompagnato Sal Paradiso e Dean Moriarty On the road lungo le strade degli States, la stessa malinconia che segue tutti i grandi viaggiatori letterari, da Ulisse al suo alter ego joyciano Leopold Bloom.

Voci narranti del romanzo sono i viaggiatori stessi, e il loro percorso è un continuo succedersi di avventure fin dal primo istante, quando al violoncellista Vittorio e alla sua improbabile fidanzata Francesca, in partenza da Torino verso Bari, si aggrega l’amica Manu che, invece di accompagnarli fino al treno, come d’accordo, li supplica di accettare il suo passaggio in auto, e la conseguente condivisione del viaggio, fino alla destinazione finale. Con la complicità imposta dal limitato spazio, e dalla totale assenza di privacy, disponibile in un’automobile oltretutto dotata di doppi comandi, il percorso dei tre amici, costellato di colpi di scena talvolta divertenti e talvolta drammatici, si trasforma per ognuno di essi in una sorta di fuga, di estraniamento, di via d’uscita da situazioni divenute insopportabili, inaccettabili o incomprensibili. E così, se Vittorio cerca di immedesimarsi nell’essenza della musica e di liberarsi dalle sue continue crisi di ansia e paura, Francesca cerca il modo per liberarsi di lui, ma forse anche dell’altro amore che ha lasciato a Torino, e Manu, la più estrosa e trasgressiva dei tre, cerca di sfuggire ad un vendicativo amante e compagno, che la insegue caparbiamente per le strade d’Italia.

Non a caso, le tre narrazioni procedono su vie alterne e parallele, con l’impressione che i viaggiatori, nonostante l’intimità fisica ed emozionale che, a tratti, si instaura tra di loro a causa all’evolversi di eventi e dell’incrociarsi di destini, seguano percorsi differenti. Strade geograficamente identiche ma spiritualmente dirette verso luoghi diversi e distanti, e persino i momenti maggiormente condivisi appaiono osservati da punti di vista ineguali e interpretati secondo la chiave di lettura personale di ognuno.

E ognuno dei tre, al termine del viaggio non sarà più lo stesso, ognuno avrà imparato a rinunciare, a capire, a custodire un segreto, a cercare e a ritrovare un ricordo, a dare valore alla tristezza e alla nostalgia, sebbene la meta ormai raggiunta segni non solo la fine della loro avventura, ma anche di un periodo della loro esistenza. Proprio per questa ragione, non può esservi un finale a tre voci per questa storia, ma una separazione di strade e destini, a significare anche un gesto d’amore reciproco, di quell’amore disinteressato e totale, raro ma, a volte, ancora possibile. Bellissimo.

Capo Horn alla vela

di Bernard Moitessier (Mursia)

Eccoci arrivati, dopo 126 giorni e 14.216 miglia percorse tra i punti nave di mezzogiorno.

Ci sono storie che hanno dell’incredibile. E persone capaci, in parte per volontà in parte per una sorta di casualità positiva, di compiere miracoli. Come ci riescano, è un mistero. Sembrerebbe esservi in gioco un complicato meccanismo di competenze tecniche, desideri, sentimenti e passioni, oltre ad un innato ottimismo, tale da non venir meno neanche nelle situazioni più drammatiche.

L’avventura raccontata da Bernard Moitessier in Capo Horn alla vela appare davvero miracolosa. Navigatore solitario, nomade nei mari e nella vita, all’inizio di questo lungo racconto si trova alla Martinica, in una situazione abbastanza disperata, in quanto ha recentemente fatto naufragio, perdendo la sua precedente barca Marie Therese, e non dispone di mezzi per riprendere, in qualche modo, il mare.

A questo punto, in seguito ad una serie di circostanze favorevoli, tra cui la pubblicazione del suo precedente libro autobiografico Un vagabondo dei mari del Sud, Bernard raggiunge la Francia e, prima di intraprendere altre avventure, si sposa. Forse è la coesione di forze generata dall’amore a realizzare il miracolo, ma comunque sia, Bernard riesce a ricostruire un bellissimo ketch, a cui darà il nome di Joshua in memoria del grande navigatore Joshua Slocum, e parte, insieme alla moglie Francoise, regalandole uno splendido viaggio di nozze tra Canarie, Galapagos e Tahiti.

Ma anche per Francoise, che non ha alcuna esperienze di navigazione, il mare diviene un irrinunciabile stile di vita, e la coppia decide sì, di ritornare in Francia, ma non prima di essere passati da Capo Horn: oltre 14mila miglia, alle latitudini meridionali, per poi risalire l’Atlantico e trasformare Francoise nella prima donna che abbia superato l’ambita meta. Bernard Moitissier ci racconta questa avventura con il suo stile, più personale che letterario, vivace, spesso divertente, ovviamente ricco di dettagli e termini tecnici propri della nautica, che costringono gli inesperti (me compresa) a ricorrere spesso ad un dizionario.

Ma l’emozione che egli ci trasmette è fortissima, non solo per quella temerarietà vagamente incosciente che permette di realizzare l’impossibile, ma per  la determinazione nel portare a termine l’impresa. Oltre al legame simbiotico che lega la coppia, consentendo ad entrambi di sopportare quattro mesi in mare, in condizioni non sempre favorevoli, a volte persino avverse, e condividendo uno spazio alquanto ristretto.

Bernard e Francoise riescono però a trovare quell’alchimia di ragioni e sentimenti che li rende invincibili, sia nel collaborare tecnicamente che nel saper creare un’armonia perfetta. Lei, dolcissima, e fragile solo in apparenza, apprende senza difficoltà l’arte della navigazione, lui, da vagabondo solitario che era, si dimostra un compagno affidabile e riconoscente. Insieme, grazie anche a questa reciprocità di emozioni e forse ad una certa complementarietà caratteriale, essi riescono a superare momenti drammatici e tratti pericolosi.

E, a fare da sfondo alla loro bellissima storia, i meravigliosi scenari oceanici, le spiagge, le isole, e quel mare che, per Bernard Moitessier, ma forse anche per noi, racchiude il senso stesso dell’esistenza.

Breviario mediterraneo

di Predrag Matvejevic (Garzanti)

Sul Mediterraneo ho navigato con gli equipaggi e con compagni di viaggio; ho percorso i fiumi e le loro foci in solitudine.

Scrittore, critico letterario, docente universitario a Roma, Zagabria e Parigi, straordinario viaggiatore, Predrag Matvejevic, nato a Mostar ed emigrato in Francia, uno tra i più grandi intellettuali europei del nostro tempo, non finirà mai di stupirci.

Nato e vissuto a poche decine di chilometri dall’Adriatico, fin da giovanissimo ha subito il fascino delle distese d’acqua, dei fiumi, del mare, delle carte nautiche, dei fari accesi, delle rive e di quelle differenze che le caratterizzano, anche a brevi distanze, non solo nell’aspetto geografico ma persino nelle parole, nei gesti e nelle abitudini degli abitanti. Con l’audacia di un cavaliere errante, la precisione di uno studioso e la fantasia di un grande narratore, egli ci prende per mano e ci accompagna in un lungo viaggio dove la terra, contemplata dalle acque di questo Mediterrano eterogeneo e sorprendente, rivela aromi, colori, armonie ed emozioni inaspettate.

Il Mediterraneo di Predrag Matvejevic è un incessante succedersi di meraviglie, un mondo incantato che si trasforma continuamente davanti ai nostri occhi, un arcobaleno di ombre e di luci in cui miti e leggende si confondono a dettagli di natura più tecnica o scientifica. Ma, quando si parla del mare, anche la scienza diviene un percorso misterioso e affascinante, nel corso del quale scopriamo il complesso meccanismo delle maree e delle temperature, delle correnti marine e dei venti, impariamo quanto sia prezioso il sale, comprendiamo la difficoltà e la magia del determinare una rotta, osserviamo le forme che contraddistinguono isole, golfi, penisole e promontori. Andando oltre, incontriamo il volto più oscuro e incantevole del mare, le creature fantastiche e spaventose di cui è popolato, le leggende di naufragi e isole misteriose che, a partire dall’Odissea, ne costituiscono l’essenza.

Sulle rive del Mediterraneo esiste anche una policromia culturale tanto ampia da disorientarci, costruita sia dalle differenze che dalle affinità: la lingua e le sue mutazioni, le diverse parole che ogni luogo possiede per definire un unico oggetto, le religioni e le credenze, i nodi e le reti, le mille sfumature dell’acqua e delle tenebre, il continuo migrare e spostarsi dei popoli che ha dato origine a questo splendido incrocio di voci, pensieri e visioni.

A metà strada tra il diario di un navigante e il saggio storico/geografico, il breviario di Predrag Matvejevic racconta, innanzitutto, la bellezza di un mare forse sottovalutato e quasi sconosciuto, un mare da scoprire e da leggere, nei suoi orizzonti spettacolari, ma anche nelle antiche mappe, ricche di significati simbolici, e nelle infinite varianti della bellissima rosa dei venti.

Ad introdurre questa nuova versione del Breviario Mediterraneo, le parole, come sempre travolgenti, di Claudio Magris.

L’altra Venezia

di Predrag Matvejevic (Garzanti)

Siamo tornati insieme ai cacciatori. Portavano mazzi di svariati uccelli legati per le zampe, quegli stessi che avevo visto volare poco prima, e dei quali avevo annotato alcuni nomi. Erano orgogliosi di averli abbattuti a fucilate. Non volli ascoltare le loro storie. Il mio pensiero stava ancora con i gabbiani, ai loro obitori lagunari.

Per quanto Venezia si riveli sempre unica e affascinante, e rappresenti per molti un luogo dove perdersi, ci renderemo conto, dopo avere letta questa suggestiva raccolta di pensieri, appunti e riflessioni dello scrittore bosniaco/italiano Predrag Matvejevic, di non essere mai stati capaci di cogliere i dettagli più emozionanti e coinvolgenti di questa splendida città. Perché, come afferma Raffaele La Capria in prefazione, è da proprio questi particolari che nasce la poesia.

Se è vero che esiste la Venezia a tutti nota, affollata dai turisti, con la sua ricchezza di monumenti e opere d’arte, esiste anche una sua dimensione sconosciuta che, al pari delle Città invisibili di Calvino, si manifesta solo a chi è in grado di percepirne la suggestiva bellezza. E così, con la sua forza descrittiva trascinante e lievemente malinconica, Predrag Matvejevic ci accompagna, passo dopo passo, per le vie di quell’altra Venezia che spesso, se non sempre, sfugge al nostro sguardo.

Insiema a lui scopriamo i pali segnaletici infissi nella laguna e i simboli che li decorano, avvertiamo la presenza di quelle sconosciute piantine verdi, quasi invisibili, che nascono e crescono tra le fessure di scale e pareti, riconosciamo i molteplici colori di un tramonto, impariamo a “vedere” le piccole sculture nascoste lungo le mura, ci perdiamo ad osservare vecchie fotografie e mappe antiche e misteriose. Arriviamo a percorrere luoghi periferici e distanti dalle mete turistiche, dove i gabbiani vanno a morire, e persino a ritrovare il punto dove un’intera isola è stata sommersa dal mare…

Le immagini di questa Venezia insolita, sconosciuta e nostalgica, legata alla storia, spesso violenta, delle regioni balcaniche, si sovrappongono, di fronte ai nostri occhi, al ritratto convenzionale della città lagunare al quale siamo abituati, fino a prenderne il sopravvento, delineando il ritratto di un luogo dell’anima e della memoria, di una città surreale e fantastica che, indubbiamente, anche noi lettori ci sentiremo esortati a cercare.

Scrittore e saggista, Predrag Matvejevic è nato a Mostar, ha insegnato letteratura a Zagabria e alla Sorbona, ha lasciato il proprio paese negli anni Novanta, e attualmente vive in Italia.

Amori, altopiani e macchine parlanti

morellidi Gianni Morelli (Garzanti, 2009)

Lentamente, molto lentamente, Viani nell’ombra girò la manovella fino a fondo corsa, abbassò la puntina sul disco e lasciò il freno. Poi si allontanò mentre Caruso-Rhadamès cominciava la sua celeste serenata ad Aida, principessa etiope chiave del suo destino.

Ci sono persone capaci di incantare, di regalarci emozioni rare e profonde attraverso le loro parole. Di Gianni Morelli, chimico, fisico, viaggiatore entusiasta, grande appassionato e instancabile esploratore del pianeta su cui viviamo, credo di invidiare, prima di tutto, quanti lo hanno come amico, poiché immagino sia un’esperienza straordinaria semplicemente stare ad ascoltarlo. Ammettiamolo, qualcosa ha regalato anche a noi: nei racconti, nei testi dedicati allo studio della geografia, e nella bellissima serie dei libri/itinerario di ClupGuide di cui è ideatore, oltre che autore dei volumi dedicati a Messico, Guatemala, Repubblica Dominicana, Perù, Bolivia, Costa Rica, Cuba e Nicaragua.

Ma questo recente romanzo dal titolo di Amori, altopiani e macchine parlanti, dove l’avventura, la bellezza, la sensualità e il mito del viaggio si incontrano, ha qualcosa di straordinario, e riuscirà ad affascinarvi fin dalle prime righe, tra l’Aida di Enrico Caruso e le melodie napoletane del protagonista Viani De Luca. In un meraviglioso intrecciarsi di musica, opere liriche, amore, sogni e illusioni, la storia di questo giovane romantico e temerario prosegue lungo un inarrestabile percorso di nove anni, da New York a Buenos Aires, alla Patagonia chatwiniana, alle acque fredde e splendenti del Titicaca, alle spiagge di Mar della Plata, alle strade di La Paz, tra teatri e saloni da ballo, palazzi eleganti e salotti mondani, miniere e carovane, navi da carico e caffè alla moda.

Nel suo itinerario, seguito realmente dall’autore, passo dopo passo, Viani vive momenti ora felici, ora difficili e talvolta surreali, e incontra lungo la strada personaggi staordinari, indimenticabili compagni che lo aiutano a comprendere sè stesso, i suoi sogni, e il mondo in cui si muove. Tre donne affascinanti, prima di tutto, che a tratti alterni lo accompagnano divenendo le sue guide più preziose, Clara, Luz, e persino Etta Place, la donna del Wild Bunch, e i suoi avventurosi compagni Butch Cassidy e Sundance Kid, eternamente in fuga da cacciatori di taglie e detectives. Personaggi letterari, a volte fantastici e immaginari, ma forse, non tanto rari da incontrare in un viaggio così impegnativo, sia sulla strada che dentro sè stessi.

Noi non dovremo fare altro che seguire Viani e Gianni Morelli, seguirli con il pensiero, meravigliarci insieme a loro, parola per parola, per tutti quei magici luoghi che il romanzo attraversa. Forse un giorno avremo il desiderio di intraprendere lo stesso viaggio di Viani, ma certamente, ovunque fossimo, avremo imparato a sognare.

Grido di pietra

MESSNER_grido di pietra copia--150x189di Reinhold Messner (Corbaccio)

Rifletti: non avere ottenuto ciò che si desidera può essere una grande fortuna.

Così ci avverte, nella sua immensa saggezza, il Dalai Lama, citato da Reinhold Messner, nome certamente più noto per le molteplici ascensioni oltre 8000 che per le escursioni letterarie, ma leggendolo lo troverete sorprendente, e capace di trascinare i lettori con uno stile limpido e non troppo tecnico verso luoghi splendidi e quasi irraggiungibili. Ovviamente non saprei dire se l’intenzione di Messner, alpinista e scrittore, sia quella di rivolgersi ad un pubblico di arrampicatori estremi o di topi di biblioteca, ma poiché li sa incantare entrambi, mi piace pensare che ad entrambi si rivolga.

Protagonista indiscusso del Grido di Pietra è il Cerro Torre, la montagna impossibile della Patagonia, sogno, incubo e follia di intere generazioni di alpinisti, una spettacolare guglia di roccia alta poco più di 3000 metri e considerata quasi inaccessibile poiché, da qualunque via si affronti, implica una salita di almeno 800 metri in verticale, ora su roccia e ora su ghiaccio, con un clima imprevedibilmente violento e variabile: una meraviglia naturale che i tentativi di conquista hanno reso leggendaria. Leggenda che è costata la vita all’esperto di ghiacciai austriaco Toni Egger, purtroppo dimenticato da molti, a cui Reinhold Messner rende finalmente giustizia dedicando questo libro.

Toni Egger ha poco più di 30 anni quando intraprende la salita al Torre insieme all’arrampicatore dolomitico Cesare Maestri, personaggio enigmatico e contradditorio di natura, con l’appoggio morale del reduce dell’Aconcagua Cesarino Fava. Un’impresa voluta da Maestri in parte per personale aspirazione all’impossibile, in parte per reazione all’essere stato escluso da Ardito Desio dal gruppo diretto al K2, di cui è invece parte Walter Bonatti.

L’avventura di Egger e Maestri ha un esito tragico e inspiegabile: dopo un’ascensione in situazioni di estremo pericolo i due, sorpresi dal maltempo, iniziano la discesa, e con essa il dramma: una slavina trascina con sè Egger, mentre Maestri, resosi conto che all’altro capo della corda ormai vi è solo il vuoto, viene ritrovato da Cesarino Fava in stato confusionale, semisepolto nella neve. La mancanza di diretti testimoni rende impossibile una precisa ricostruzione sia dell’evento che dell’incidente, scatenando un succedersi di fantasiose polemiche contro l’unica versione, quella di Maestri, il quale afferma di essere giunto a pochi metri dalla sommità del Torre piantando chiodi con un perforatore a mano, dei quali peraltro non verrà trovata traccia nelle successive spedizioni. Istrionico e combattivo, Maestri nel 1970 riattacca il Torre armato di trapano elettrico e compressore, arrivando questa volta appena sotto la perenne copertura di ghiaccio della guglia ma, in un gesto fortemente provocatorio, lascia il compressore appeso all’ultimo chiodo e spacca tutti gli altri durante la discesa, aprendo comunque una via che verrà ripetuta più volte.

Ricostruendo, attraverso interviste e testimonianze, una storia avvincente come un romanzo criminale e sconvolgente come uno psico dramma, Messner, ci rivela come nel 1959, Maestri ed Egger non sarebbero mai stati tecnicamente in grado di affrontare le impervie pareti del Torre fino alla vetta, ma la sua non è affatto una critica o un’accusa nei confronti di Maestri, che ha sempre considerato un eroe, piuttosto la controprova che le condizioni atmosferiche, lo stato di choc e la mancanza di strumenti precisi, avrebbero contribuito a convincere Maestri stesso di essere salito più di quanto fosse umanamente possibile all’epoca.

Secondo Messner, che non è mai salito sul Torre, per Maestri ed Egger, i cui resti compariranno a distanza di anni, è come se il tempo si fosse fermato è come se fossero rimasti là entrambi. Come se continuassero ad arrampicare… lungo placche di granito lisce, sul ghiaccio verticale, in giornate di bufera, da settimane, da mesi, da decenni. E’ bello pensare che sia così, che essi rimarranno in eterno a montare la guardia a questa eccezionale bellezza della natura alla quale, in fondo, come ricorda l’autore, poco importa chi l’abbia conquistata per primo.

Noi comuni lettori, lasciandoci guidare da Reinhold Messner, abbiamo la possibilità di conoscere questa montagna nella struttura e nello spirito, di incontrare coloro che hanno contribuito a renderla grande, e di rendere omaggio ad una persona straordinaria, scomparsa tra le rocce e il cielo, come se avesse preso il volo.