Category Archives: contemporanei

Isola Nera

piergiorgio di cara isola neradi Piergiorgio Di Cara (edizioni e/o)

Si sente un fragore pazzesco. Di vento, fronde, schianti. Ma soprattutto il mare.

C’è qualcosa di infinito, di primordiale e di oscuro, in questo romanzo breve, magnifico e violento, da leggersi senza interruzioni, trattenendo il respiro. Definirlo è già difficile: possiede l’intrigo di un giallo, la finezza di un thriller psicologico, l’eleganza tenebrosa di una tragedia classica, l’autoironia lievemente malinconica di un diario personale.

Non so se Piergiorgio Di Cara, commissario di polizia e scrittore siciliano, si sia reso conto di essere, prima di tutto, un’impressionista, un autore capace di ritrarre, con dolorosa limpidezza, attraverso i pensieri e le parole, il ritmo eterno del mare, il furore del vento, gli abissi e le tempeste dell’anima. Io narrante del romanzo (e, credo, alter ego dell’autore), Salvatore approda sull’Isola Nera durante una forzata pausa di riflessione, sospeso tra la nostalgia e l’ignoto, in un fragile equilibrio tra il dramma appena vissuto e un futuro ancora troppo incerto per non essere inquietante. E’ un poliziotto siciliano, un cacciatore di latitanti sopravvissuto quasi per miracolo alla vendetta della mafia e, anche se fisicamente si sta riprendendo senza conseguenze troppo gravi, è rimasto avvolto in una nebbioso disincanto, in una sottile e tenace tristezza, in una fitta rete di paura, forse, dove al ricordo di una morte quasi incombente si sovrappone l’ansia di una svolta obbligata.

Perché, se è vero che Salvatore è considerato un eroe, è consapevole del fatto che gli eroi non hanno vita facile e, quando sfuggono alla sorte più avversa, il loro destino spesso è l’oblio. Una visione offuscata e incerta che inevitabilmente peggiora il suo carattere, cinico, eccessivo, ipersensibile e vagamente nichilista di natura. A trascinare Salvo fuori dalle macerie dei pensieri negativi è l’amico Mario, la cui tranquilla saggezza è quasi il perfetto opposto dell’ansiosa malinconia di lui, che lo invita a trascorrere una vacanza / convalescenza all’Isola Nera, appunto, dove presta servizio di guarda medica: un luogo solitario, remoto, quasi atavico dove egli ha saputo trovare la propria dimensione.

Agli occhi di Salvo, e anche ai nostri, l’Isola Nera, vera protagonista del romanzo, è una rivelazione, un non-luogo che vive di vita propria, un’isola vulcanica che pare essere stata generata dal caos e dalla fantasia di un dio folle, eccentrico e geniale. Scoprire la sua anima di millenaria lava nera, il suo spirito ribelle di vento e di fuoco, l’esplosiva esuberanza delle sue piogge torrenziali, è un’avventura, un viaggio straordinario e allucinante, un percorso interiore che tocca il limite estremo del pensiero e della natura.

In questa atmosfera intensa, quasi conradiana, incantevole e spaventosa al contempo, Salvo si trova all’improvviso sulla scena di un delitto del quale, un po’ per gioco, un po’ per inclinazione professionale, vuole trovare una soluzione. E, amplificato dall’oscuro e misterioso splendore del paesaggio, il racconto si snoda lungo un intreccio noir fin troppo semplice, tanto da ribaltarsi completamente, svelando una storia d’amore, di dolcezza e di violenza, di solitudine e di disperazione.

Inizialmente, Salvo non si dimostra un protagonista particolarmente simpatico: è un duro, un difensore della giustizia abituato a non perdere mai, capace, suo malgrado, di sacrificare tutto in nome del dovere. Ma alla fine, quando si mostrerà in quel suo smarrimento da personaggio in cerca di autore, duplice vittima della criminalità e della disillusione, ci dispiacerà dover voltare l’ultima pagina e lasciarlo. E con lui lasciare quest’isola bella e struggente, simbolo del bene e del male, luogo dell’anima, sì, ma accessibile solo a chi ne sa udire, e comprendere, la voce.

Un romanzo straordinario, che le frasi in dialetto siciliano e le scene spettacolari hanno quasi trasformato in poesia.

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Casa di riposo Michail Bakunin

casa di riposodi Daniele Borghi (Giulio Perrone Editore)

È ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile.
(Michail Bakunin)

Non so se esista, o sia mai esistita, qualcosa di simile alla Casa di riposo Michail Bakunin: un luogo sospeso tra il sogno e la nostalgia, dove dodici “ragazzi” del Novecento, ex partigiani, rivoluzionari e rigorosamente anarchici, vivono i loro ultimi anni di vita tra solitudine e ricordi, in una piccola comunità dove hanno costruito un perfetto equilibrio di ideali, solidarietà e rispetto.

Certo è che quando Danilo, il giovane io narrante del romanzo di Daniele Borghi, scopre l’esistenza di questa strana “casa di riposo” velata dalle nebbie mantovane, comprende subito di essere di fronte a qualcosa di straordinario.

Per lui è un periodo drammatico, quasi disperato. Incapace di adattarsi ad una società dove imperano ingiustizia, disonestà e giochi di potere, bloccato da una situazione economica e famigliare difficile e perso nell’inutile ricerca di un lavoro, risponde all’annuncio della Casa di riposo Michail Bakunin di Mantova con la diffidenza di un autoemarginato ma, contro ogni previsione, viene invitato a presentarsi il giorno dopo per quella che potrebbe essere una prova decisiva.

Per ottenere il posto, non sono necessari esperienza o titoli di studio, ma solo la voglia di lavorare, e un unico requisito: quello di condividere gli ideali dell’anarchia. Una richiesta che per Danilo non rappresenta una difficoltà: al di là di ogni retorica e simbologia, egli è anarchico di natura, antifascista nel dna, geneticamente refrattario ad ogni forma di potere, di repressione, di prevaricazione. E così, salutati i suoi unici due amici, un’anziana ex prostituta e un geniale meccanico extracomunitario, Danilo parte per Mantova, e inizia la sua avventura come “tuttofare” nella comunità di vecchi anarchici.

Un impatto non semplice: il ragazzo deve fare i conti con il lavoro impegnativo, con il carattere ribelle e stravagante dei dodici ospiti, e soprattutto con la loro acutissima e selvaggia ironia. Ma, giorno dopo giorno, Danilo riesce a instaurare con loro una profonda amicizia, a conquistarne la fiducia, a scoprire che dietro il disilluso sarcasmo dei vecchi rivoluzionari si nascondono un indomabile spirito di rivolta e un’inattesa, poetica dolcezza… E allora, perché non chiudere in bellezza una vita trascorsa a lottare? Con l’esperienza, e le armi, di dodici ex guerriglieri sopravvissuti ai peggiori eventi del XX secolo, e ancora capaci di “resistere”,  rovesciare un sistema politico corrotto è quasi un gioco… Danilo espone il suo utopico progetto ad Alfonso, guerriero e poeta, leader carismatico del gruppo, e vede l’antica luce del desiderio di libertà brillare nei suoi occhi azzurri…

Non voglio raccontare oltre: sarà il piacere della lettura a rivelare ogni istante di questa storia affascinante, quasi simile ad una fiaba, dove agli ideali più elevati  si intrecciano i conflitti tra ragione e sentimento a cui è soggetta la nostra specie. E anche il romantico sogno di Danilo verrà stravolto da un destino crudelmente umano, attraverso il quale egli incontrerà da vicino la violenza, la morte, il degrado morale, ma anche la generosità, la riconoscenza e l’altruismo.

Non sapremo mai se il progetto rivoluzionario dei nostalgici compagni di Danilo avrà un seguito, forse si realizzerà in un’altra epoca, forse quando loro, e noi, non ci saremo più. Ma, grazie alla loro storia, alla loro vita trascorsa in gran parte nel difendere la verità e la giustizia, spesso fino al sacrificio, anche noi possiamo imparare che i sogni, quando sono mossi dall’impeto della libertà, non muoiono mai, ma rinascono continuamente, decennio dopo decennio, generazione dopo generazione.

Di Daniele Borghi non si sa molto. Abita a Roma e, come molti scrittori, nella vita ha fatto un po’ di tutto. Con Casa di riposo Michail Bakunin, il suo quarto romanzo, ci ha regalato una storia appassionante, un ritratto del nostro tempo con tutte le sue contraddizioni, e un invito a non arrendersi mai.

L’atelier

atelierdi Yeng Pway Ngon (Metropoli d’Asia)

Provai una strana sensazione, come se mi trovassi ancora lì, nudo davanti a lei, e il mio viso avvampò. Nonostante provassi un po’ di vergogna, le ero tuttavia molto grata per avermi ritratto nel pieno vigore della giovinezza.

Amore, arte e amore per l’arte, sentimenti, ideali, rivoluzione e storia, ma soprattutto una profonda analisi dell’esistenza umana in tutti i suoi aspetti più profondi e in quei dettagli apparentemente insignificanti, ruotano intorno alla città di Singapore e agli allievi del pittore Yan Pei, che ogni settimana si riuniscono in una vecchia villa dal fascino decadente, per dipingere e per discorrere d’arte. O, più probabilmente, per staccarsi dalla quotidianità, chi per sfuggire ad un matrimonio deludente, chi per incontrare la ragazza che ama, chi sperando, forse, di riuscire un giorno a “vivere” d’arte. Mentre al contrario, Yan Pei, il maestro, che all’arte ha sacrificato la vita e l’unico, grande amore, rivede il suo passato con tristezza, ancora innamorato dell’ex moglie Wanzhen, perduta, forse, proprio a causa di questa sua passione.

Poi, dal giorno in cui incontriamo gli artisti per la prima volta, intenti a ritrarre il giovanissimo Jizong, nudo e pieno di vergogna, settimana dopo settimana  il tempo passa, i loro destini si dividono, si intrecciano agli eventi della storia, si allontanano a volte per ritrovarsi, a volte per perdersi.

Opera del poeta, scrittore e drammaturgo di Singapore Yeng Pway Ngon, L’Atelier è un romanzo affascinante, ricco di riferimenti artistici, letterari, poetici, sia d’Oriente che Occidente, intriso di passione e spesso di una malinconica, quasi onirica nostalgia, accentuata dall’alternarsi delle diverse storie, dal passaggio narrativo tra la terza e la prima persona.

Nel corso di trent’anni, insieme al piccolo gruppo di artisti, anche Singapore muta, si evolve e spesso stravolge la vita dei suoi abitanti, come accade a Jangxiong, costretto alla fuga per le sue idee rivoluzionarie, che lascia la città senza neanche il tempo di un saluto, diretto verso la guerriglia nella foresta malese. E quando Wanzhen, consapevole, ma ormai inutilmente, dei propri errori sentimentali, torna a Singapore, non la riconoscerà più, così come Ningfang e Sixian, che si ritrovano per un fortunatissimo e impensabile caso in un albergo di Parigi, troveranno la città profondamente cambiata, mentre uguali sono rimasti loro, nei timori, nei sentimenti e nelle incertezze. Intanto, tra coloro che frequentavano l’Atelier, qualcuno ha ottenuto il successo, qualcuno ha seguito strade inattese, qualcuno è cambiato, a volte per scelta, a volte a causa del disincanto della vita. Ed è Jizhong che, indirettamente, diverrà il filo che li unisce, senza saperlo, attraverso i decenni, fino al giorno in cui ritroverà sé stesso nel ritratto di un ragazzino nudo, dallo sguardo ribelle.

L’Atelier è il ritratto di un’epoca, e insieme una riflessione sulle incognite della vita, della morte, del destino, dell’amore. Un capolavoro.

Free solo

Free-solo-fronte-bigdi Roberto Vaiana (Idea Montagna)

Aveva sempre saputo che poteva accadere, che avrebbe potuto precipitare e morire…

Progettato e realizzato da uno studio televisivo americano, lo spettacolare reality show The Mountain non è una semplice gara di resistenza. The Mountain è una sfida crudele e spietata, una partita a scacchi con la morte da giocarsi sulle pareti strapiombanti delle Alpi.

Scelti attraverso un durissimo percorso di selezione, gli aspiranti “concorrenti”, forse per follia pura, forse per passione sfrenata, forse per l’allettante premio in palio, dovranno dimostrare la loro impavida abilità salendo lungo la parete a strapiombo in free solo: unicamente con le proprie mani, senza la minima sicurezza.

Niente chiodi, niente corde, nemmeno la più piccola speranza di poter sopravvivere ad un incidente o ad un errore. Perché chi arrampica in free solo sa come la sua vita dipenda solo dalle mani, dalla forza, dalla capacità di fondersi con la roccia, di percepirne l’essenza, di annullarsi e diventarne parte. Sa che la minima distrazione può essere fatale.

Trasmesso in tutto il mondo, The Mountain diverrà lo sfondo di una lotta sovrumana, tra uomini e roccia, al limite della pazzia e di un assurdo, incomprensibile coraggio. Il sadismo estremo della diretta televisiva porterà ovunque non solo l’abilità degli atleti e l’eleganza della performance ma, eventualmente, anche la loro morte, violenta e inevitabile.

Un contesto così cruento spiazza subito gran parte dei migliori climber, riducendo infine lo spettacolo ad una sfida tra soli quattro concorrenti. A salire leggeri sulla parete liscia e verticale rimangono un grande campione di arrampicata sportiva, un’affascinante climber americana, un solitario free solo scozzese e un virtuoso alpinista altoatesino. Le loro storie, non semplici e in parte deviate dal destino, si intrecciano nei difficili passaggi verticali, i loro sogni si incontrano e si perdono tra fessure e cenge, i loro desideri si confondono con la paura della quale, inevitabilmente, spesso sono preda.

Ognuno di loro ha speranze e rimpianti, chi sogna di vincere il premio per risolvere una drammatica situazione economica, chi desidera, e infine troverà, solo la pace e il silenzio, chi sa riconoscere l’amore anche in una sfida mortale, chi scopre che l’orgoglio di essere padre può essere superiore a quello di essere un vincitore. E alla fine, tra momenti di emozione e attimi di tragedia, ognuno capirà che sfidare la morte può anche essere eccitante, sì, ma nessun atto di coraggio, per quanto possa essere temerario, vale una gesto di amicizia e una prova d’amore.

Free solo è un romanzo appassionante, dove ai magnifici paesaggi di montagna si alternano gli abissi dell’animo umano, e le riprese ravvicinate, quasi al rallentatore, degli atleti impegnati in uno sport estremo e suggestivo. Un racconto emozionante al punto da aver meritato la bella e poetica prefazione del grande clinber Manolo.

Roberto Vaiana è un medico chirurgo, che si è appassionato all’alpinismo piuttosto tardivamente. Free solo è il suo primo romanzo.

Sotto questo cielo

Iparraguirre cop esecutivodi Sylvia Iparraguirre
(L’Asino d’Oro)

«Vedi, lì: San Alfonso, 1946» dice Cristóbal indicando il retro.
Bautista tiene a lungo la foto davanti agli occhi; la gira. Quando ritrova la voce, dice: «No, questa è la calligrafia di Sonia. Di tua nonna. È di quando ci siamo sposati; del giorno dopo che ci siamo sposati…». Continua a osservarla, assorto. «Credevo fosse andata perduta».

Cinquant’anni prima che Bautista ritrovi la foto perduta, lui e Sonia, sposati da poche ore, siedono in veranda, tenendosi per mano. Intorno a loro scende il silenzio della sera, gli ultimi raggi del sole filtrano attraverso la grata di legno che lui ha costruito, si intrecciano sul pavimento in un gioco di luci e ombre, fino a lasciare il posto al chiarore della luna.

In un lungo alternarsi di flashback, Sonia e Bautista ripercorrono insieme la strada che li ha portati a condividere questa tranquilla felicità. Una strada che per anni ha allontanato i loro destini, li ha orientati verso direzioni diverse, ma senza mai separarli del tutto, un percorso fatto di errori, di passioni, di sofferenza, di pensieri, di speranze. 

Quando Bautista, senza saperlo, vede Sonia per la prima volta, lei è una bambina, una delle tante orfane ospiti delle suore di San Alfonso, un paese situato al margine della pampa argentina, avvolto da un’atmosfera surreale, tra storie di fantasmi e avvenimenti dalle tinte leggendarie. Lui, giovane immigrato italiano, è stato condannato a dieci anni di carcere a causa delle sue idee di anarchico, del suo sfrenato amore per la libertà, per l’uguaglianza, per la giustizia. 

Gli anni passano veloci, Sonia lascia l’orfanotrofio, Bautista termina di scontare la pena, entrambi vivono l’emozione di una libertà conquistata giorno per giorno, qualche volta i loro sguardi si incontrano, qualche volta si sfiorano, qualche volta si parlano, ma sono ancora lontani. Seguono passioni apparentemente contrastanti, cercano il significato dell’esistenza in dimensioni forse parallele, lei così romantica e malinconica, chiusa nella struggente attesa dell’impossibile ritorno di un amore estivo e sfuggente, lui indeciso tra il tempo per lottare e quello per riflettere, tra la guerra di Spagna e quei piccoli gesti di solidarietà della vita di ogni giorno. 

Intanto, così come il paese intorno a loro si evolve e diventa una piccola città, anche il loro spirito si modifica, si perfeziona, raggiunge mete inattese lungo sentieri che parevano condurre all’opposto. Bautista comprende che la sua bramosia di libertà e di pace non può completarsi con una guerra, e che aveva già deciso da tempo di fermarsi, di mantenere saldi i propri ideali nel luogo ormai scelto per trascorrervi la vita, fissandoli negli occhi di un’altra persona. Sonia si rende conto di avere inseguito per anni un amore mai esistito, perdendo così inevitabilmente momenti di gioia, sguardi, parole, attimi irripetibili. Perché l’amore, come gli insegnerà lui, può assumere tante forme, e non bisogna rifiutarne nessuna.

Sotto questo cielo è un libro bellissimo, di quelli che si leggono in una notte, e che dispiace aver finito. Una storia d’amore insolita, un completarsi di sentimenti e ideali differenti ma simili, un’unione perfetta dove il senso più profondo dell’anarchia, l’equilibrio perfetto di giustizia, libertà e uguaglianza senza distinzioni, incontra quella passione inestinguibile che lega due persone per tutta la vita. Con un finale quasi a sorpresa, a confermare che i grandi ideali, così come i grandi amori, non muoiono davvero mai. Una scrittura limpida e poetica, sullo sfondo di un’Argentina avvolta da un fascino visionario. Un libro raro di quest’epoca, e sicuramente da non perdere.

Nina

ninadi Marisa Fasanella
(Editori Internazionali Riuniti)

L’Uomo scrisse due righe su un foglio e lo consegnò al giovane per darlo alla serva. Era per Nina. “Ti aspetto, amore mio”. 

Ma chi è l’Uomo, questo sconosciuto che ha letto Marx, ama poesia e musica, somiglia più ad un romantico intellettuale che ad un militare… E’ un veterano di guerra, un avventuriero o, come pensa Ulisse Calvosa, l’anarchico amico dei poveri e dei bambini, l’Uomo è un ribelle, e per questo Ulisse si fida di lui… ?

Pacifista e rivoluzionario, ma capace di rischiare la vita per un ideale, il nuovo ufficiale medico arriva da esperienze abbastanza tristi da non temere la morte, ma anche da avere ancora qualche speranza, tra sogno e illusione. Non porta la divisa, non è armato, non si cura dell’enorme pericolo che sta correndo quando ruba medicine e cibo per i poveri, o quando i suoi occhi e la sua anima entrano nella malinconica e segreta dolcezza della bellissima Nina Degli Armenti.

Sullo sfondo di un anonimo paese del Sud Italia, con le vittime della grande guerra che, dal fronte, arrivano in un ospedale sovraccarico di morte e malattia, l’Uomo si occupa dei reduci ma, coinvolto da Ulisse e compagni, si avvicina alla drammatica realtà di un popolo ormai allo stremo. Condannati alla miseria, i contadini sono oppressi dalla fame, ma soprattutto dalla violenza del feudatario Jacopo Degli Armenti, avido e crudele al punto da avere “comprata” la giovane moglie, che costringe a subire il sadismo delle sue perversioni. 

In un luogo dove nessuna legge difende il popolo, dove l’esercito soffoca brutalmente la sommossa e dove la tirannia impera, l’incontro tra Nina e l’enigmatico medico segna l’inizio di una travolgente storia di passione e libertà. Rivelatosi ormai con la sua vera identità di idealista, disertore e ribelle, l’Uomo, come tutti lo chiamano, porta avanti con irriducibile determinazione il suo doppio sogno di rivolta e di amore. 

Scritto con uno stile che rievoca il tempo e il luogo a cui appartiene, alternato con le lunghe lettere dove, in prima persona, la protagonista confida emozioni, paure e sentimenti, Nina appare come una storia quasi arcaica, popolata da personaggi che portano con sé un’atmosfera di leggenda, il racconto di una terra legata ad antiche leggi di vendetta, di passione e di sangue. Seguendo il ritmo di una novella di fine Ottocento, il romanzo, bellissimo, si chiude con il trionfo di una libertà che, per compiersi, esige un sacrificio di pari grandezza.

Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato

sandrodi Sandro Settimj (Mondadori)

Aveva ragione Clara, la signora anziana che ho conosciuto in Calabria: la vita non è necessariamente triste. Dipende solo da come la leggi.

Come aveva fatto, decenni fa, il protagonista de La coscienza di Zeno, anche Ugo, giovane del terzo millennio, arrivato al punto di non ritorno sceglie la strada della psicanalisi e, ispirato dalla sua professione di sceneggiatore televisivo, trasforma le sedute terapeutiche in una serie di travolgenti racconti.

Ragioni per essere “in terapia” sembra averne molte: eterno studente universitario, nel suo immaginario è innamorato di Cenerentola e nella realtà si infatua di donne troppo facili o quasi inavvicinabili, trascinandosi tra la convivenza con il nonno, un’interminabile tesi di laurea e una sfarfallante professione di animatore turistico, con il risultato della malinconia cronica e di un’intermittente tendenza alla depressione.

Ma, a leggerlo con attenzione, nelle 13 contrastate avventure che presenta allo psicanalista colmando gli angoscianti 45 minuti di ogni seduta, Ugo non è poi così perso, anzi, al contrario, si rivela molto meno assurdo delle sue partner, romantico ma abbastanza razionale e piacevolmente autoironico. Animato da una sensibilità estrema, elegantemente mimetizzata nel sarcasmo, Ugo incontra ragazze “esperte” e non, donne reduci da storie fallite tragicamente, ex amiche di gioventù che il tempo ha modellato con crudeltà, giovani disilluse in cerca di sicurezza, mogli e fidanzate annegate nella noia, signore che vivono di ricordi splendidi come le fiabe… 

Nonostante le svolte complicate che le sue storie spesso assumono, egli dimostra sempre di conoscere il senso del rispetto e dell’amicizia, e di possedere una precisa scala di valori dove l’amore, quello vero, ha un suo peso, non intaccato dal sesso estremo e a tutti i costi, che pare invece essere l’ossessione delle sue donne. 

Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato è un romanzo, forse in parte autobiografico, perfettamente in sintonia con il nostro tempo. Con una scrittura brillante e sottilmente ironica, l’autore rivela non solo i problemi e i drammi, materiali e sentimentali, dei giovani e meno giovani di oggi, ma anche la paura, l’ansia, il conflitto interiore e le difficoltà nel relazionarsi in una società dove tutto, sì, è fragile e impermanente, ma permangono le insormontabili barriere delle classi sociali.

E dove è ancora possibile, e crediamo lo sarà sempre, vivere un istante di felicità, un frammento di vita unico e irripetibile da portare sempre con sé, un ricordo d’amore forse breve ma eterno. Perché la felicità e la bellezza sono troppo preziose per farsi trovare in un lieto fine: si nascondono invece nell’ombra, ed è la luce con cui il nostro sguardo osserva la vita a scorgerle. 

E anche per Ugo, la brevissima e lacerante felicità nascosta nell’ultima storia, quella che racconterà solo a sé stesso, diventerà la stella di tutta la sua vita: troppo forte per potersi chiudere in 45 minuti di terapia, troppo ardente per potersi ibernare nell’eternità di una favola. Un libro veramente bello, capace di coinvolgere e di far sorridere, un invito non cercare lontano la risposta alle grandi domande della vita, perché spesso sono a pochi passi da noi.