Apnea notturna

Apnea_notturnadi Michele Lorefice (Erga)

Da un po’ di anni ormai, nella città in cui abito, va di moda piantare le palme, senza un vero perché, in ogni luogo, in maniera totalmente casuale.

La vita è un’arte rischiosa, difficile, assurda, impossibile a comprendersi. E’ un continuo succedersi di errori, di paradossi, di difficoltà spesso insormontabili, è un viaggio in un paese ignoto dove a dominarci sono solo la paura, la solitudine e la malinconia.

Lungo il percorso ad ostacoli al quale siamo costretti ogni giorno, forse una speranza rimane, anche se lieve e talvolta illusoria: l’amore che, per quanto oscuro e sconosciuto resti, è l’unica forza capace di sconvolgere l’esistenza, l’unica presenza senza la quale la vita probabilmente non sarebbe nemmeno una vita. Ma anche questo inebriante sentimento, tante volte, si confonde nell’incessante moto convulso della vita, si disperde, muta forma e colore, si frantuma e si ricompone. E, soprattutto, ci chiede delle prove.

Nel momento in cui l’io narrante di Apnea notturna, accidentalmente e senza rendersene, cade nel vuoto, ha inizio per lui un viaggio allucinante, una discesa agli inferi quasi dantesca dove, in una incessante successione di incubi e visioni, egli conosce, percepisce, vive e tocca le più crude e laceranti emozioni umane. A tratti, il ragazzo sembra risvegliarsi, ma immediatamente precipita in un altro incubo, un’altra dimensione allucinante dove la vita reale appare alterata, distorta, spezzata in grottesche metafore che ne mettono in risalto gli aspetti più spaventosi: fobie, perversioni, passioni ambigue, desideri repressi. Il suo viaggio nel profondo dei cerchi infernali si trasforma allora in un lento e difficile percorso di ricerca, in un’introspezione dove le allucinazioni generano quegli interrogativi che da sempre tormentano l’uomo: il senso della vita, lo scorrere del tempo, il significato della nascita e della morte, la nullità umana di fronte alle misteriose leggi che ne regolano l’esistenza.

Come ogni romanzo, anche questo secondo romanzo di Michele Lorefice ha una fine, ed è davvero una fine sorprendente, un colpo di scena da maestro del thriller. Ma, nella sua singolarità, è proprio questo finale inatteso a dare a tutto il racconto, dove comunque non manca mai una certa tensione emotiva da classico dell’orrore, quella ricchezza di significato che, in fondo, la vita stessa dovrebbe avere: senza l’amore, davvero, oltre alle nostre paure e alle nostre contraddizioni ci resta ben poco. Ma tante volte, per rendercene conto, è necessario toccare il fondo dell’abisso infernale e risalire: quell’abisso di indifferenza e vanità che è insito in ognuno di noi.

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