I pesci non chiudono gli occhi

erridelucadi Erri de Luca (Feltrinelli)

La prima coppia umana, creata in un giardino il sesto giorno, ebbe sopra di sé la prima notte sconfinata. A loro insaputa spuntò nei corpi l’appetito, la sete, l’entusiasmo e il sonno. La prima notte, sconosciuta, sembrò a loro il resto del giorno uno, sbriciolato in puntini di luce. Non sapevano se sarebbe tornato il sole, allora si abbracciarono.

E’ quasi un flashback, più spirituale che fisico, I pesci non chiudono gli occhi, il racconto in cui Erri De Luca, con quella sua maniera di narrare sempre in perfetto equilibrio tra la poesia e il ricordo, tra la visione e l’incanto, rievoca i suoi dieci anni, momento in cui l’età si scrive per la prima volta con due cifre. Una progressione numerica (i giochi di lettere e numeri compaiono spesso negli scritti di Erri De Luca, nel suo strano intreccio di passioni, tra la roccia e la lingua ebraica) che non è causa di un mutamento visibile, ma interiore, mentale: un desiderio di crescere, di cambiare forma, forse di schiudersi e prendere il volo.

E sono davvero tanti i cambiamenti di questo decimo anno di vita che lo scrittore rivede cinquant’anni dopo, dove impara a conoscere emozioni nuove, sentimenti ancora ignoti, gesti inconsueti, parole che acquistano un significato e un valore diverso, come se venissero riscritte.

Nell’idillio estivo, incontra l’amore e le sue conseguenze, quasi sempre drammatiche, dai pescatori apprende l’arte della pazienza e di una vita costruita su poche cose, nei giochi enigmistici scopre l’arte oscura delle parole, il loro continuo annodarsi e sciogliersi, come gli affetti, come i giorni, come i passi che, anni dopo, tracceranno la sua vita: il desiderio di rivoluzione, le guerre d’Europa, i lunghi percorsi segnati sulla roccia.

Come accade ogni volta, i racconti di Erri De Luca non hanno una fine, ma una successione di momenti brevi, sospesi nel tempo, una sovrapposizione di tempi e dimensioni, di vero e immaginario. E la consapevolezza di un’infinita nostalgia, di quanto è avvenuto, di quanto abbiamo perso, di quanto non si è mai realizzato, di quanto è sfuggito al nostro sguardo.

Perché forse è questo il motivo per cui i pesci non chiudono mai gli occhi: per non perdere davvero nulla della vita, nemmeno un istante.

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