Pietra di pazienza

rahimidi Atiq Rahimi (Einaudi)

Lui posa l’arma accanto alla porta e con passi incerti si avvicina in piedi al di sopra di lei. Un brivido interiore rende il suo respiro concitato. La donna chiude gli occhi.

L’Afghanistan di Atiq Rahimi è quasi surreale, ed è attraverso questa surrealtà che appare spaventoso.  Pietra di pazienza, scritto interamente in lingua francese, con il quale l’autore nel 2008 ha conquistato il Premio Goncourt, non è un romanzo, non è, come potrebbe sembrare, un semplice monologo: è un grido, incessante, disperato, rabbioso, a tratti crudele, talvolta intriso di una passione profonda e inestinguibile.

La scrittura è quasi teatrale, la storia si apre come una sceneggiatura, con la precisa descrizione di una stanza. Una città ignota, un quartiere sconvolto da una frammentata guerriglia civile, da uno scontro tra fazioni opposte che distrugge le mura e le anime. Nella stanza c’è una donna, bella, giovane, sola in questa devastazione. Indossa il velo, ha due bambine che compaiono solo per qualche istante, raramente, tra le pagine, si odono le loro voci. Accanto a lei c’è un uomo steso a terra, privo di conoscenza a causa di un colpo di fucile ricevuto per un motivo insignificante, sospeso tra la vita e la morte. E’ suo marito.

La donna lo assiste, nei limiti degli scarsi mezzi di cui dispone, e nel contempo, ininterrottamente, prega, sgrana un rosario, e gli parla. Ora con una dolcezza disperata, ora con una struggente malinconia, ora con un’angoscia soffocante, ora con un dolore violento e insopportabile, parla e racconta la sua vita fatta di umiliazioni, di piccole gioie segrete, di solitudine, di tristezza. Come se il suo uomo fosse la pietra della pazienza, quella pietra che secondo la leggenda persiana raccoglie tutte quelle confidenze impossibili da rivelare ed esplode, alla fine, per donare la libertà, così ella confida all’uomo immobile e silenzioso, tutto ciò che ha taciuto e subito in un’intera vita. Ne emerge una storia struggente, che finalmente trova voce dopo anni di silenzio e di attesa che lei, la moglie dell’eroe, del ribelle, del combattente, di cui, forse, è stata anche innamorata, ha vissuto senza mai provare la felicità e la tenerezza dell’amore, costretta a fingere, a ingannare, a mentire persino a sé stessa.

Intanto i giorni trascorrono, la battaglia per le strade continua, nella stanza della donna entrano uomini armati, entra un ragazzo in cerca di amore, entrano le voci di un mondo che si sgretola lentamente. Un finale sorprendente, quasi incomprensibile, chiude l’ultima scena di quella che è una storia d’amore, una preghiera, un inno alla libertà e alla giustizia, un omaggio alle donne dell’Afghanistan e di ogni luogo dove non hanno pace.

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