La mano mozza

cendrarsdi Blaise Cendrars (Guanda)

“Ho violato il segreto del vostro incognito, Blaise Cendrars” mi disse come fummo soli e come gli ebbi spiegato lo schieramento delle linee tedesche che ora gli mostravo col mio binocolo, dalla riva del canale fino alla cima del Calvario e all’inizio della passerella di Feuillères, che spiccava in pieno sul disco del sole calante.

E’ il 1914 quando, allo scoppio della prima guerra mondiale, il poeta svizzero Frédéric Sauser, bohémien irrequieto e temerario, dopo una vita trascorsa on the road in giro per il mondo, si trasforma in Blaise Cendrars arruolandosi nella Legione Straniera, o meglio, come volontario straniero nell’esercito francese che, successivamente, provvederà ad incorporare gli stranieri nella Legione. Un’esperienza che, iniziata forse per spirito d’avventura, forse per estro creativo, forse per una strana forma di patriottismo, gli costerà le dita della mano destra, epilogo drammatico per uno scrittore che alla fine, sorprendentemente, si scoprirà mancino, riaffermandosi anche come reporter di guerra.

Quasi sconosciuto in Italia, purtroppo, e non troppo celebre neanche in Francia, Cendrars è invece un autore imperdibile: irresistibile, geniale e travolgente. Impossibile non innamorarsi della sua irrequieta esuberanza, della sua spericolata temerarietà, del suo modo di vivere che lo porta sempre all’estremo limite dell’avventura e della poesia. La mano mozza in realtà, come tutti gli scritti di Cendrars, non narra direttamente il momento dell’incidente subito, episodio quasi rimosso dalla memoria dello scrittore, ma racconta, con disillusa chiarezza, la vita di trincea. Un racconto di guerra insolito, completamente diverso dal diario di Remarque, o dall’analisi filosofica di Junger, privo di una continuità cronologica ma steso a tratti, a episodi frammentati e intrisi di rabbia, di disperazione, e spesso anche di allegria, dove l’autore ritrae la violenza, l’assurdità, il senso di solitudine, ma anche il fascino profondo che sono propri di ogni campo di battaglia, il luogo dove Dio è assente.

La sua doppia identità di combattente e poeta, lo rende quasi straniato dalla guerra, che peraltro vive in prima persona, e dal pericolo, malinconico di fronte alla morte e all’ingiustizia, anarchico e ribelle nelle strategie e nelle decisioni. Con una prosa immediata, in tempo reale che, da esponente delle avanguardie, ricorda vagamente Céline, Cendrars ritrae con dolcezza, ironia e crudeltà anche la sua piccola guerra personale, portata avanti con 5 eterogenei fratelli d’armi (ma non è difficile riuscire ad immaginarli compagni di qualsiasi avventura) con i quali riesce a trasformare la trincea in una continua e mutevole improvvisazione, un po’ cucina e un po’ al salotto letterario, un luogo quasi metaforico dove spesso i ricordi si sovrappongono e si intrecciano, gli incontri fuggevoli, gli amori disperati, le vittime dell’odio reciproco tra due paesi.

Un racconto con cui l’autore vuole anche esorcizzare, fortunatamente con successo, il desiderio di morte seguito alla mutilazione, un racconto bellissimo, straripante di emozioni e di lacrime, e tante volte persino divertente, dove l’essenziale è sempre il coraggio, perché il mestiere dell’uomo d’armi è cosa orribile, come la poesia.

Leggetelo.

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