Non fare la cosa giusta

di Alessandro Berselli (Perdisa)

Da tutta questa storia non ho imparato assolutamente niente. Ci sono cose che so che non avrei dovuto fare ma che se messo messo nelle stesse condizioni di certo rifarei.

Non è un giallo, non è un thriller, non è un romanzo psicologico, sebbene si presenti come un lungo monologo interiore. Non fare la cosa giusta è un incubo, un viaggio allucinante, una discesa all’inferno senza possibilità di ritorno.

Se Patrick Bateman in American Psicho soddisfava i suoi folli desideri di edonista e megalomane con spettacolari performances (visionarie o reali che fossero) di sadismo e crudeltà, Claudio Roveri si dimostra ancora più terribile, perché la sua vita non è quella di un ricco e palestrato trader di Manhattan, ma di un padre di famiglia, forse annoiato, forse deluso, forse sognatore, ma pur sempre marito e padre, semplice, normale, forse anche troppo.

Claudio è insoddisfatto di sé stesso e non ha il coraggio, o la volontà, di cambiare, sogna di tradire la moglie ma teme le conseguenze, è totalmente incapace di avvicinarsi al misterioso e inquietante mondo della figlia adolescente, accetta la superficialità con un senso quasi di colpa ma vorrebbe fuggire da responsabilità ed obblighi, invidia l’intraprendenza di amici e colleghi ma si rifugia nell’odiata ripetitività della vita, non sopporta il degrado che ormai soffoca la sua città ma non ha la forza di ribellarsi ad esso.

Poi, un giorno, incontra Luca, psicanalista e, a quanto pare, avventuriero e conquistatore di natura, e la sua vita incomincia, lentamente, a cambiare. Ma non sarà un cambiamento piacevole. Come le parole di Henry Wotton si erano insinuate nel fragile narcisismo di Dorian Gray, così la subdola tecnica persuasiva di Luca si infiltra nell’apatia di Claudio, risveglia drasticamente i suoi desideri repressi, libera da ogni catena i suoi istinti, confonde in lui la violenza con la giustizia, la perversione con la libertà, la sfrontatezza con l’audacia.

Giorno dopo giorno, la vita di Claudio si trasforma in un’allucinazione, dove egli si trascina attraverso una catena di cerchi infernali manovrati da un destino perverso e cruento del quale, senza rendersene conto, è il primo artefice: una rivoluzione interiore che lo conduce a scoprire una realtà della quale ignorava, o voleva ignorare, l’esistenza, e quindi a distruggersi.

Come era accaduto con il romanzo di Bret Easton Ellis, non riusciremo più a comprendere quale sia la realtà e quale la fantasia di un visionario impazzito, fino al momento in cui il cerchio si chiude senza un vero finale… O forse, sì, con quella devastante nostalgia che rimane nell’aria, ed è l’unico finale possibile per questa storia.

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