Portrait

di Joyce Lussu (L’Asino d’Oro)

Nella deflagrazione interiore innescata dal primo sguardo c’era già tutto: dall’intensa attrazione fisica al sincero rispetto, dal bisogno di affetto alla passione politica. 

Potrebbe essere istintivo, leggendo questa vivacissima autobiografia di Joyce Salvadori Lusso, cogliere gli aspetti più “politici” della sua storia: l’impronta laica e liberale dei genitori, l’avversione verso il fascismo, la militanza partigiana, comunista e femminista, la solidarietà verso ogni popolo represso da un regime più o meno aggressivo. Ma ne otterremmo un ritratto incompleto, estremista e privo di quell’affascinante romanticismo che invece, a mio parere, costituisce la vera particolarità della moglie del celebre politico e scrittore sardo Emilio Lussu.

Nata in un ambiente intellettuale piuttosto anticonformista, Joyce fa di questa informale ed eclettica brillantezza la sua forza, unita ad un carattere curioso e indipendente, e ad un’intraprendenza che la conduce verso esperienze addirittura contrapposte. L’educazione liberale ricevuta dai genitori si scontra inevitabilmente, e violentemente, con il fascismo, del quale il nonno paterno è un grande sostenitore: da Firenze Joyce e la famiglia si rifugiano in Svizzera, e così ha inizio la sua avventura.

Entrata in contatto con Giustizia e Libertà, ella si oppone fin dall’inizio ai regimi dittatoriali ma frequenta l’università in Germania, condivide il pensiero marxista ma è grande amica di Benedetto Croce, mostra un forte atteggiamento femminista ma frequenta gli ambienti della resistenza antifascista con un attivismo pari a quello maschile. Ed incontrerà così Emilio Lussu che, maggiore molti anni di lei, diverrà non solo il grande amore ma anche l’ideale di tutta la sua vita sentimentale, culturale e politica e, come sempre avviene con gli ideali, motivo di conflitto interiore e di competizione.

Con quell’entusiasmo quasi delirante con cui affronta l’esperienza politica, Joyce si innamora follemente, ma né lei né Emilio hanno esperienza di vita di coppia, sebbene condividano pensieri, emozioni, opinioni e attivismo. Cambiano spesso dimora, quasi per provare la tenacia del loro amore contro l’instabilità, a volte sono costretti a separarsi, a volte agiscono simultaneamente, ma sembrano rimanere legati da una telepatica simbiosi. La maternità non la tranquillizza ma addirittura provoca in lei un notevole disadattamento, un senso di incapacità e di crisi nei confronti di una nuova e sconosciuta vita da condurre verso il futuro.

Quando l’affermazione politica di Emilio Lussu nel governo italiano trasforma l’identità pubblica di Joyce in quella della “moglie del ministro”, lei si ribella e, alla ricerca di una propria collocazione, inizia quella che forse è la parte più bella, coinvolgente ed emozionante della sua vita: la ricerca e traduzione dei poeti più sconosciuti, persi nell’ombra della repressione culturale e della dissidenza. Nei suoi viaggi dalla Turchia al Kurdistan, dall’Albania alla Cina, dall’Algeria al Congo, da Cuba all’Angola, da Capo Verde alle regioni artiche, Joyce trova finalmente la sua strada, di donna, di artista, di voce di popoli e di culture oppressi o sconosciuti, e ci permetterà di leggere,  in una traduzione più sentimentale che tecnica, non solo Nazim Hikmet ma Agostinho Neto, José Craveirinha, Gegherxhuin e altri grandi poeti africani, curdi, arabi, portando i loro versi in Italia.

Tutto questo fa delle memorie di Joyce Lussu sicuramente il ritratto storico di un lungo periodo, dagli anni Venti agli anni Settanta, ma anche, e soprattutto, una grande storia d’amore e di bellezza.

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