Vendette

di Philippe Djian (Voland)

In quanti arrivano incolumi al traguardo, quanti riempiono tutte le caselle, quanti scelgono il cammino degno, la via del sacrificio?

C’è qualcosa di spietato, addirittura di sadico, nel modo in cui Philippe Djian, questo scrittore atipico, temerario, costantemente on the road, disassembla, smembra e frantuma la vita umana, scoprendone non solo le debolezze ma le ombre più perverse, maledette, letali.

La vita di Marc potrebbe apparire quasi invidiabile, è un artista affermato, creativo, di successo, un uomo che ha saputo congiungere arte e benessere. Relativamente benestante, può permettersi locali e alberghi lussuosi, lunghe feste notturne, donne, alcool, cocaina. Insieme ad Anne e Michel, amici, agenti ed ex compagni di militanza politica, trascorre una vita piacevolmente dissipata, evanescente e trasgressiva, un’atmosfera da America Psycho che qualche volta si confonde con la visione e l’incubo.

Una vita che cade improvvisamente a pezzi quando Alexandre, il giovanissimo figlio di Marc, forse depresso, forse alcolizzato, forse insoddisfatto, forse tutte e tre le cose insieme, si toglie la vita, sparandosi un colpo di pistola in testa durante una festa in casa di amici.

Inizia così la lenta opera di autodistruzione dei protagonisti, di Marc, prima di tutto, allibito di fronte al suicidio del figlio ma incapace di trovarne la ragione, e della coppia di amici che seguono il suo destino. Con l’arrivo di Gloria, misteriosa ospite accolta in casa di Marc, il fragile equilibrio che sosteneva le loro esistenze si sfalda, si deteriora, crolla completamente di fronte alla cinica malizia della ragazza, dura e provocante al contempo, vendicativa artefice di una giustizia che, alla fine, distruggerà anche lei stessa, rivelando la vera, orrenda natura di ognuno.

Un romanzo violento, tristemente realista, che ritrae con nitida freddezza il declino a cui sono soggette le generazioni più giovani, e l’incapacità di evitarlo da parte degli adulti che, in fondo, ne sono i responsabili.

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