La signora Dalloway

di Virginia Woolf (Mondadori)

“Un giovane (Sir William lo sta raccontando a vostro marito) si è ucciso. Aveva fatto la guerra”.
“Oh… Nel bel  mezzo della mia festa, ecco la morte” pensò Clarissa.

Ed è proprio la tragica morte di Septimus Warren Smith a congiungere indirettamente, alla fine, i personaggi che sfilano lungo le pagine del capolavoro di Virginia Woolf.

Romanzo unico e singolare per la caratteristica di non avere, in realtà, una trama, La signora Dalloway raccoglie le impressioni, le emozioni, i ricordi, i pensieri intimi, segreti e spesso pericolosi vissuti e provati dai protagonisti nel corso di un’unica giornata.

Quello che accade, infatti, non li coinvolge immediatamente ma, al contrario, essi compaiono sulla scena uno alla volta, sfiorandosi appena, e contemplando la stessa scena da punti di vista differenti, opposti, contrastanti, in un ininterrotto monologo interiore a voci alterne.

Tutto ruota attorno a Clarissa Dalloway quando, impegnata nei preparativi per la festa in programma la sera stessa, casualmente e inavvertitamente incrocia  Septimus Warren Smith, che vaga smarrito per Londra, insieme alla moglie italiana Lucrezia. Reduce di guerra, Septimus, che passa da spaventose allucinazioni a strani accessi di delirio poetico, è indubbiamente scioccato dalla morte dell’amico Evans, caduto al fronte, ma soprattutto è confuso, scettico e risentito a causa dei due medici a cui la moglie lo induce, quasi lo costringe, a rivolgersi: Holmes, che lo considera solo apatico e annoiato, e l’aristocratico e presuntuoso Sir William Bradshaw.

Parallelamente a Clarissa, si muove il malinconico e affascinante Peter Walsh, amico di gioventù e innamorato respinto di lei, che dopo anni trascorsi in viaggio torna a Londra appena in tempo per la serata di festa. Anche Peter, che suo malgrado scopre di essere ancora innamorato, disperatamente e irrimediabilmente, di Clarissa, si imbatte negli sconvolti Septimus e Lucrezia, scambiandoli per una giovane coppia di amanti litigiosi, e provando nei loro confronti un sentimento tra l’ammirazione e l’invidia.

Quasi concentrica, la narrazione procede per associazioni di idee, e si conclude alla festa di Clarissa, quando i protagonisti, a cui via via altri personaggi si sono aggiunti nel corso della giornata, si ritrovano in un’atmosfera di compiacimento apparente, di disillusione, di nostalgia, quasi di paura.

In parte autobiografico, il racconto rivela alcune delle fobie stesse che causarono l’autodistruzione della grande scrittrice: gli incubi di Septimus, l’ossessivo senso di rimpianto di Clarissa e Peter. Splendido e impareggiabile nella dettagliata analisi di quell’inarrestabile e lacerante scorrere dei pensieri a cui tutti siamo, nostro malgrado, soggetti, l’opera è anche un ritratto della Londra mondana del Novecento, che cerca inutilmente di celare in un divertimento quasi ossessivo, le oscure conseguenze della guerra.

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