San’kja

di Zachar Prilepin (Voland)

Se non avessimo preso queste armi, sarebbero stati loro a uccidere noi, che saremmo disarmati. E poi, noi siamo nel giusto. E loro no. E loro possono scegliere, mentre noi non abbiamo scelta.

Quando, al termine di questo magnifico romanzo, ci saremo inevitabilmente innamorati di San’kja, il protagonista, del suo sovrapporsi di ingenua semplicità, persino tenerezza, ad un idealismo ferreo, ad una coerenza inflessibile e ad un coraggio quasi, e inconsapevolmente, eroico, allora potremo solo sperare che tutto questo possa accadere. Che le gesta di questo ragazzo dolce, nostalgico e temerario non siano solo l’opera di un romanziere eccezionale, brillante, sarcastico nel descrivere i peggiori difetti del potere e crudelmente realista nel raccontare ciò che probabilmente ha vissuto quando operava nei corpi speciali dell’esercito russo.

Non è del tutto chiaro che intenzione abbia l’Unione dei Costituenti, il partito a cui appartengono San’kja e gli amici, e nel momento in cui noi li incontriamo il loro leader Kostenko, qualcosa tra il guerriero e il poeta, è già stato arrestato. Gli unionisti sono tutti giovanissimi, vivaci e fantasiosi, allegramente sfrontati, irriducibili, all’occorrenza violenti. Non si arrendono, non si tradiscono, sembrano uniti da una forza coesiva terribile, da un patriottismo incrollabile e quasi folle, a volte lievemente teatrale.

Il loro orientamento non è del tutto comprensibile, sono capaci di distruggere una città ma non sono anarchici, odiano la borghesia ma non sono bolscevici, non rimpiangono Stalin ma non sono fascisti… La loro sembra una ricerca di giustizia e libertà purissima e disinteressata, il desiderio di ritrovare un’identità perduta, l’orgoglio di un paese capace di reinventarsi, di non soccombere sotto la corruzione, l’indifferenza, l’ignoranza.

San’kja, o meglio Aleksandr, è nato in un paese di campagna che sta morendo, giorno dopo giorno, dimenticato dallo stato e dai suoi stessi abitanti. Vive in una città che odia, suo padre è morto alcolizzato come tanti altri, sua madre sopravvive a fatica, tristemente. Lui si agita incessantemente tra il riflettere e l’agire, tra sogni d’amore e piccole avventure, tra l’improbabile ipotesi di un lavoro e l’utopia di ricostruire una nazione spezzata dal corso della storia, distrutta da un progresso arido e illusorio, dal degrado fisico e morale di luoghi e persone. Sopravvive in lui un sentimento struggente, romantico e bruciante, nel vedere la nonna, l’unica rimasta a chiamarlo con questo nome un po’ arcaico, San’kja, attendere la morte dopo aver visto tre figli uccisi dall’alcool, incapaci di ribellarsi al destino.

San’kja resiste, non cede neanche quando viene arrestato e torturato, un’esperienza che lo renderà più duro, forse più triste e disilluso, sicuramente più crudele. Giunti al limite estremo, quando non hanno più nulla da perdere, perseguitati da uno stato orribilmente repressivo, privati di un avvenire ma anche della bellezza del passato, dell’eredità della memoria, guidati da San’kja e dal giovanissimo veterano di guerra Oleg gli unionisti scendono in campo. Il loro colpo di stato è inatteso, la loro strategia improvvisata si rivela scioccante, il loro gesto è tanto devastante quanto simbolico.

Non ci è dato di sapere se e quanto resisteranno, se verranno annientati dai carri armati russi e la storia ripeterà il suo corso. Ma è bello pensarli vivi e trionfanti, e che lo sguardo di San’kja, sul quale si chiude il romanzo, sia solo l’inizio di una nuova epoca.

Bellissimo e imperdibile.

Scrittore, giornalista, veterano della guerra in Cecenia, Zachar Prilepin, nato nel 1975, è considerato una delle più significative voci della narrativa russa contemporanea.

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