L’enigma di Finkler

di Howard Jacobson (Cargo)

Raccontiamo belle storie sulla creazione, ma con la distruzione siamo anche più bravi. Siamo al principio e alla fine di tutto. E tutti, in un modo o nell’altro, vogliono prendere parte all’azione. Alcuni non vedono l’ora di spingerci tra le fiamme, altri vogliono inabissarsi tra le urla con noi.

Non ci può essere alcun dubbio su quanto afferma Jonathan Safran Foer: Howard Jacobson è uno scrittore geniale, superlativo, estremo, spesso inquietante. Uno scrittore destinato a passare alla storia, nel bene e nel male, un narratore straordinario di quell’assurda tragedia che è la vita, così assurda e tragica che, come l’autore stesso ha dichiarato al Festivaletteratura di Mantova conversando con Moni Ovadia, non c’è altro da fare se non riderci sopra.

Il risultato è a dir poco impressionante. Se in Kalooki nights, amore, vendetta e memoria si fondevano in un delitto dai moventi sentimentali e storici, ne L’Enigma di Finkler i tre protagonisti ruotano attorno ad un destino tanto drammatico quanto incontrastabile, e la loro amicizia, apparentemente ferrea, si sfalda poco a poco a causa delle tragedie imposte dalla vita, dalla maniera in cui essi le affrontano, ma anche dal loro differente senso di appartenenza. Ritratto da Jacobson fino nei più assurdi dettagli, l’ebraismo, la cui atmosfera sovrasta tutto il romanzo, appare sì, nella sua antica, spaventosa e rovente sacralità, ma anche nei dettagli più oscuri, irrazionali e di difficile, forse impossibile interpretazione.

Per Julian, malinconico, sfortunato in amore e incapace di imporsi nella vita, l’ebraismo involontariamente ostentato dai due amici, il brillante filosofo Samuel e il nostalgico Libor, diviene quasi un’ossessione, un sentiero predestinato da seguire, un tesoro da nascondere e preservare, un ideale di vita dal valore incorruttibile e necessario. Deluso dalle proprie esperienze, Julian percepisce il senso di appartenenza dei due amici come una meta obbligata, il traguardo di un percorso a ostacoli al quale una serie di eventi, grotteschi e probabilmente casuali, sembra averlo condotto.

Da parte loro, Samuel e Libor, sconvolti, sia pure in modo diverso, dalla morte delle rispettive mogli, non riescono a comprendere a fondo il dramma interiore di Julian, ed assecondano senza troppa convinzione la sua improvvisa passione ebraica, l’uno distratto dalla mondanità intellettuale e vagamente militante in cui si muove, l’altro sempre più avvolto da una nebbiosa e profonda tristezza. Entrambi, per quanto Julian li vorrebbe emulare, vivono la loro appartenenza con distaccato protagonismo, talvolta con indifferenza, disinteressandosi o addirittura ammettendo l’odio antiebraico, di fronte al quale solo Julian, smarrito, inorridisce.

La caducità della natura umana, l’incoerenza di cui essa è capace, la totale impossibilità nel ribellarsi ad una sorte che, forse, chissà, ha origini divine, sembrano insinuarsi ad ogni pagina, anche quando Julian pare aver raggiunta un’inattesa, fin troppo facile felicità. Attraverso un lungo giro di amori e tradimenti, di sospetti e di, poche, certezze, di ingiustizie e di incomprensioni, si arriverà alla conclusione, drammatica e indefinibile come, del resto, lo è tutta la vita.

E se Howard Jacobson, come afferma egli stesso, scrive e racconta di ebrei e di sesso perché non avrebbe saputo di cosa altro scrivere e raccontare, la sua forza narrativa, dalle forti influenze yiddish, si rivela sconvolgente, capace di quella comicità autoronica e straziante che solo l’essenza dell’ebraismo riesce a generare. E, se voleva travolgerci con quel suo irresistibile modo di ritrarre il folle gioco della nostra vita, ancora una volta ce l’ha fatta. Un capolavoro.

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