Il cimitero dei pianoforti

di Jose Luis Peixoto (Einaudi)

Ricordai il primo giorno in cui l’avevo vista. Lottavo, cercavo di pensare ad altro, ma guardavo lei e riuscivo solo a ricordare il primo giorno in cui l’avevo vista.

Nato nel 1974 a Galveias, José Luis Peixoto è un autore portoghese della nuova generazione. Poeta, romanziere, drammaturgo, ha esordito giovanissimo, ed ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra, nel 2001, cui il Premio José Saramago, con il romanzo Nessuno sguardo. La sua scrittura, similmente alla sua terra, è dolce e rovente, crudele e passionale, romantica e violenta al contempo, i personaggi sono ritratti con una nitidezza spietata che li spoglia da ogni barriera difensiva, presentandoli al lettore nella bassezza degli istinti e nella profondità delle emozioni.

Il cimitero dei pianoforti è una sorta di memoriale a due voci ora alternate ora sovrapposte: Francisco Lazaro padre, morto dopo una lunga malattia, ricostruisce la storia di famiglia incrociandosi con quella del figlio, che porta lo stesso nome e che rivive i ricordi mentre corre la maratona alle olimpiadi di Stoccolma fino al 30mo chilometro, quando morirà per un’insolazione nello stesso momento in cui suo figlio, a Lisbona, sta nascendo.

Il loro racconto si snoda attorno al laboratorio di falegnameria che, tramandato di padre in figlio, racchiude un antico segreto: nascosto dietro ad una porta quasi invisibile, il cimitero dei pianoforti si rivela ad ogni erede nel momento in cui vive le passioni più forti, odio o amore, felicità o disperazione, tradimento o vendetta. Nell’ombra polverosa, gli strumenti, sgretolati dal silenzio del tempo, hanno cessato di vivere, ma la loro musica continua a dar voce al dramma dell’esistenza mentre essi assistono, immobili, al succedersi delle generazioni e del loro carico di errori, debolezze, emozioni, sentimenti.

Le due voci narranti non si concedono sconti, e così colpe, rimorsi e rimpianti appaiono accanto ai momenti di relativa felicità: Francisco padre, egoista, violento verso la moglie e il figlio Simao, Francisco figlio confuso tra due amori, ostinato a vincere fino a morirne, e le due figlie Marta e Maria, entrambe vittime di matrimoni infelici che le renderanno reciprocamente complici e colpevoli. A tratti, compare la voce del terzo Francisco, nato mentre il padre muore stremato a Stoccolma, e nei suoi frammenti sembra che il racconto si ripeta di nuovo, come se le sue parole chiudessero un cerchio per poi ricominciare.

Il fluire della memoria crea un effetto di distorsione, la scrittura appare talvolta discontinua, lacerata, sconnessa, come se i ricordi, frantumati, fossero stati raccolti e ricomposti disordinatamente. Solo i pianoforti riescono a fermare il tempo, e la stanza in cui sono chiusi, colma di un’atmosfera di tenebrosa magia, altro non è se non un’allegoria della vita stessa: ombra e polvere dietro ad un inesorabile declino ed al profondo mistero della morte.

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