Le ore

di Michael Cunningham (Bompiani)

Se fosse capace di parlare, direbbe qualcosa – non sa dire cosa, esattamente – su come lui abbia avuto il coraggio di creare e come, cosa forse più importante, abbia avuto il coraggio di amare in maniera singolare, nel corso dei decenni, contro ogni ragione.

Nel 1941, mentre la guerra impera sul mondo, Virginia Woolf, inquietante nel suo alternarsi di genio e follia, sceglie di morire tra le acque del fiume Ouse, lasciando al marito una struggente lettera in cui ammette di essere ancora, irrimediabilmente, preda della pazzia.

Partendo dalla scena in cui ella scompare, abbracciata dalla corrente, Michael Cunningham (forse ugualmente folle e geniale?), con un impressionante gioco di salti temporali, di flashback, di riflessioni, di incubi e di ricordi, narra tre storie parallele e legate da un destino indissolubile, dove amore e morte si intrecciano, si confondono e si scambiano di ruolo, dove la vita è simile ad una stanza oscura, opprimente e senza vie di uscita, dove amare, odiare, semplicemente essere, diventano imprese immani e quasi  impossibili.

Di nuovo ritroviamo Virginia Woolf, 20 anni prima del suicidio, apparentemente convinta di poter evitare la follia e ritornare ad una tranquilla vita londinese, ma interiormente vittima di quei terribili moti dell’anima che, suo malgrado, le consentiranno di scrivere un capolavoro di passione, nostalgia e disperazione quale è La signora Dalloway.

A decenni di distanza, ecco Clarissa, editor newyorkese, colta e intellettuale, impegnata in una relazione lesbica più per contestazione che per natura e innamorata, per quanto lo neghi, di Richard, il poeta, l’uomo capace di amare contro ogni ragione. Richard, che sta morendo di AIDS, ma fino all’ultimo rivive, incessantemente, il bacio rubato a lei molti anni prima, unica, e perduta, occasione di salvezza. Richard, che contiuerà fino alla morte, tra ironia e supplica, a chiamare Clarissa Signora Dalloway, lasciandola a perdersi nella condanna del rimpianto, così come Clarissa Dalloway nel capolavoro di Virginia Woolf si annienta nel dramma di Septimus.

A metà tempo tra Virginia e Clarissa, nel primo dopoguerra, c’è Laura, orgogliosa moglie di un eroe di guerra, casalinga perfetta, madre perfetta, amica perfetta, ma in realtà di questa perfezione non sa che farsene, le appare vacua e insignificante, fragile e inutile, incomparabile con il gesto estremo di Virginia Woolf, enormemente distante dalle altissime emozioni dei suoi romanzi, dove Laura si rifugia. Quella stessa perfezione che Clarissa e Richard si illusero, in qualche modo, di poter evitare.

In un tempo diverso, il dramma di Clarissa e Septimus sembra duplicarsi e ripetersi, e Laura diviene l’anello di congiunzione tra due storie il cui avvertimento, forse, è anche quello di non fingere e non costringere, di non sopprimere le emozioni, di non rinunciare ad esse se non ci sembrano tanto straordinarie, ma di capire e ammettere che anche una perfezione apparentemente semplice appartiene alla nostra natura e alla nostra vita.

Un libro bellissimo, che nel 1999 ha valso al romanziere Michael Cunningham, nato nel 1952 a Cincinnati, il premio Pulitzer.

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