Il deserto della Libia

di Mario Tobino (Mondadori)

Il sole era presente in tutte le cose.

Questo sole rovente, spietato, violento al punto da offuscare la realtà e confonderla con l’illusione, splende sulla Libia che Mario Tobino, scrittore, medico e ufficiale, incontra all’inizio della seconda guerra mondiale, quando viene richiamato al fronte e, come tanti altri, in mancanza di mezzi utili per non andare alla guerra, è costretto a partire. Il deserto della Libia, questa raccolta di 21 racconti brevi, immediati, simili a cortometraggi, ricchi di dettagli nitidi, di scenografie forti, di personaggi sorprendenti, sono il ricordo della sua esperienza, non una cronaca, non un diario di guerra, ma una serie di emozioni che l’autore ha trasformate in immagini attraverso la scrittura.

La Libia di Mario Tobino è incarnata soprattutto nel ritratto del deserto: la sabbia incandescente, le oasi, il sole tanto ardente da farne una terra senza lacrime, il vento, la polvere. Sotto questa luce accecante, crudele, estranea anche spiritualmente, si muovono i soldati italiani, come in vita e già morti, vittime della nostalgia, della lontananza, della noia e di un ambiente duro, estremo, che li spoglia da ogni entusiasmo esaltandone, al contrario, gli istinti irrazionali, la paura, ma anche i desideri, le passioni e le fantasie.

L’esercito italiano in Libia non ha un vero nemico contro cui combattere, è costretto spesso a sostare per giorni in un’atmosfera sospesa nel vuoto, dove tempo e spazio si dilatano verso una dimensione surreale, assurda, dove un personaggio folle e assurdo come Oscar Pilli può diventare comandante e  dove la burocrazia italiana, con le sue abnormi quantità di carte, diviene simbolo di una patria sconfitta ma forte nell’osservanza di regole totalmente inutili.

In questo clima malinconico e allucinato, il tenente medico Marcello, alter ego letterario di Mario Tobino, si guarda intorno non senza una certa curiosità e, malgrado le avversità del luogo, riesce a scoprire il fascino di una cultura diversa e sconosciuta: gli uomini arabi, come l’affascinante Mahmud, signore dell’oasi, duri e inflessibili, forgiati dal deserto e dalle ferree leggi religiose, e le donne, la cui leggenda vuole bellissime, avvolte da un conturbante alone di mistero, nascoste dai veli, quasi invisibili ma capaci di trasformarsi in maliziose e provocanti tentatrici.

Nelle memorie di Tobino riappaiono momenti drammatici e altri divertenti, situazioni a volte contemporaneamente grottesche e tragiche, la grazia selvaggia e quasi sensuale di Tripoli, con le sue due anime, araba ed ebrea, e infine, negli ultimi brani, la morte, inevitabile e violenta, trionfa e sovrasta gli ormai disillusi soldati italiani: si delineano la tragedia di Agedabia, l’allucinante strage di Sirte, il drammatico scenario di Tobruk, dove Marcello, suo malgrado, diviene inconsapevolmente una sorta di eroe.

Un libro malinconico, poetico e bellissimo, una splendida testimonianza non tanto contro la guerra, ma contro una guerra inutile, combattuta solo da chi non aveva la possibilità di sottrarsi ad essa, un’elegia per un paese antico e splendido, la Libia dove le stelle sono così vicine che sembrano tra noi. E un omaggio a tutti quegli italiani che, nonostante tutto, fino all’ultimo istante di vita, mantennero intatti i loro ideali.

Nato a Viareggio nel 1910, Mario Tobino, grande autore del Novecento purtroppo non sufficientemente valutato, oltre che medico e psichiatra, è autore di poesie, racconti, romanzi, spesso ispirati alle esperienze professionali negli ospedali psichiatrici. Nel 1962 vince il Premio Strega con Il clandestino, il Premio Campiello nel 1972 con Per le antiche scale e il Premio Viareggio nel 1976 con La bella degli specchi.

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