Il cimitero di Praga

di Umberto Eco (Bompiani)

Dicono che bisogna vivere, ma vivere è un problema che alla lunga conduce al suicidio

Una cosa è certa: nonostante le critiche di varia natura e origine, Il cimitero di Praga, il nuovo thriller storico/gotico che l’intellettuale, romanziere e saggista Umberto Eco ci propone diversi decenni dopo l’insuperabile Il nome della rosa, è già diventato un mito letterario, un Codice Da Vinci italiano dove, nonostante le affermazioni dell’autore sull’assoluta veridicità dei personaggi e in gran parte delle lora gesta, non ci è mai del tutto chiaro dove finisca la verità storica e dove abbia inizio la finzione.

Come ogni opera del celebre semiologo, la lettura non è semplice e la trama, che si estende su un ampio arco storico e temporale, è di una complessità estrema, resa ancora più intricata dalla struttura stessa del romanzo, in cui la cronaca di un narratore ignoto si alterna al diario “sdoppiato” del protagonista e di un suo presunto alter ego. Ne risulta un racconto non lineare, ma costruito da un’ininterrotta serie di flashback, di eventi storici, di visioni deliranti, dove i personaggi incrociano i loro destini in momenti carichi di tensione, di mistero, di oscura violenza, addirittura di follia.

Primo protagonista in assoluto è il capitano Simonini, autore del citato diario, scritto dietro consiglio di un giovane medico austriaco. Eccezionale falsario, totalmente privo di scrupoli ma, a mio parere, non così sgradevole come lo vorrebbe l’autore, Simonini è astuto, geniale, cinico e ambiguo, grandissimo intenditore della buona cucina e dichiarato nemico delle donne, degli ebrei, del clero, della massoneria e degli esseri umani in genere. Nella sua avventura segue la storia d’Italia e di Francia nei momenti più drammatici, incontra Ippolito NievoGiuseppe Garibaldi, si aggira per una Parigi stravolta dalle barricate e grazie alla sua naturale avversione verso il resto del mondo, collabora ai servizi segreti ora di un paese ora dell’altro, spesso con un audace e riprovevole doppio gioco, e non esita a togliere di mezzo chiunque ostacoli i suoi progetti.

Nel diario di Simonini compaiono figure inquietanti, una conturbante satanista, un abate perverso, un esperto di esplosivi, Dreyfus e i suoi sostenitori, personaggi in eterno conflitto attraverso un continuo sorgere di eterogenei complotti, tra guerriglie, spettacolari messe nere e oscure manovre politiche di cattolici, ebrei, massoni e ufficiali più o meno corrotti. Culmine del racconto, la prima bozza della sua più grande opera di falsario, la cui stesura procede per tutto il romanzo: la cronaca di una tanto inverosimile quanto spaventosa riunione a sfondo politico/cabalistico avvenuta, appunto, nel cimitero ebraico di Praga. Il lavoro, incredibile al punto da poter sembrare autentico, verrà acquistato da un misterioso diplomatico russo, e allora ci renderemo conto che altro non è se non i celebri Protocolli dei savi di Sion, quel testo tanto assurdo da aver ispirato Hitler nella sua Endlosung.

A questo punto, sono obbligatorie due note. Primo, Umberto Eco affascina sicuramente per l’intrigo delle trame, ma soprattutto per la bellezza di cui sa rivestire la lingua italiana. Leggetelo solo per provare il puro piacere del suo gioco di frasi e periodi, di termini e forme verbali. Secondo, come era previsto, l’argomento ha suscitato forti critiche da parte del mondo ebraico, il che può anche essere comprensibile, ma totalmente immotivato. Al contrario, la sottile satira di sfondo, smonta e ridicolizza il concetto stesso dell’antisemitismo. Sicuramente da leggere, ma con molta calma.

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