Venezia rosso sangue

di Stelvio Mestrovich
(Dario Flaccovio Editore)

La nebbia era ancora alta all’inizio di quella giornata di fine ottobre e aveva lo stesso colore triste e indefinibile del mare.

Nato a Zara nel 1948, Stelvio Mestrovich è poeta, romanziere, saggista e critico musicale, noto anche, soprattutto per le liriche e i saggi di musicologia, ai lettori di lingua tedesca. Il suo romanzo d’esordio, Suor Franziska, risale al 1992, e in epoca più recente ha iniziato a dedicarsi alla letteratura noir.

E in Venezia rosso sangue ci rendiamo conto come una delle sue particorità sia quella di saper fondere, all’interno di una trama classicamente gialla, la presenza costante, potremmo dire quasi fisica, della musica. La scrittura stessa sembra possedere una dimensione musicale, accentuata dalle frequenti espressioni locali, un vivace mix tra Venezia, Trieste e Istria. Al pari dell’autore, anche il protagonista vanta origini istriane, ed una straordinaria cultura musicale dovuta anche ad un fattore genetico: l’ispettore Giangiorgio Tartini discende infatti dal grande violinista Giuseppe Tartini, autore del celebre Trillo del diavolo.

Disordinato, lunatico, romantico e malinconico, prigioniero della duplice nostalgia di una patria perduta e di una mancata carriera di musicista, questo atipico ispettore di polizia, un po’ sognatore e un po’ disilluso, incanta i lettori fin dal primo incontro, tanto che ci dispiacerà arrivare al termine delle sue avventure.

Appassionato di musica, intenditore d’arte, innamorato di donne tanto belle quanto incapaci di comprendere i suoi sbalzi d’umore, costretto a svolgere, sia pur brillantemente, un’attività della quale è totalmente insoddisfatto, Giangiorgio Tartini ci accompagna, nello svolgersi delle sue indagini, in un Venezia inedita, tenebrosa, a volte spettrale, emozionante nella sua nobile decadenza, affascinante nel suo incrociarsi di culture. Chiese, ponti e calli, cortili e salite, palazzi storici, sale da concerto e opere d’arte, piazza San Marco, il caffè Florian, ma anche il degrado della periferia, la disarmonia feroce tra il turismo e la miseria.

Gli episodi sono due, e in entrambi i delitti si presentano avvolti da un simbolismo mistico, oscuro e letterario, nella cui soluzione Giangiorgio vede morire, quasi fosse una sorta di ripetuta maledizione, persone che gli erano care. Ma la vita, purtroppo, tra amore e morte, continua.

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