Il male naturale

di Giulio Mozzi (Laurana Editore)

Quella che io chiamo pazzia è, probabilmente, la capacità di continuare
a vivere come se niente fosse all’interno
di situazioni che a chiunque risulterebbero intollerabili.

A questa impressionante raccolta di racconti è legato un evento curioso e abbastanza assurdo, che Giulio Mozzi stesso, alla fine, ci rende noto. Dopo la prima edizione del 1998, uno dei testi di cui si compone Il male naturale (non sto a dire quale) finì casualmente sotto gli occhi di un parlamentare che ne colse un ipotetico aspetto perverso, scatenando una polemica tale da coinvolgere la presidenza del consiglio. Non che io voglia fare satira politica, ma trovo invece perverso che i parlamentari si diano alla critica letteraria, peraltro dimostrando palesemente di non avere letto né compreso ciò che criticano. Mentre, al contrario, spesso tralasciano le questioni di loro competenza.

Certo, Il male naturale non è una lettura facile. A dire il vero, non è neanche semplicemente una lettura. E’ un’esperienza estrema, sconvolgente, che spezza gli argini e ci travolge. E’ riduttivo chiamare racconti questi affreschi di vita in cui i protagonisti si cercano, si trovano, si rincorrono, fuggono l’uno dall’altro, si nascondono, si perdono per poi ritrovarsi e di nuovo perdersi per sempre, nella cornice di un tempo che varia da pochi momenti a interi decenni, e il loro destino che scorre davanti ai nostri occhi ritratto con un realismo crudele, nitido fin nei dettagli più intimi, e per questo lacerante.

Ognuno di essi vive momenti e situazioni comuni, ma colmi di una passionalità fortissima, un incrociarsi e sovrapporsi di sensazioni ed emozioni tanto intense da divenire insopportabili, dolorose, struggenti. L’amore, sempre presente, ci sorprende rivelandosi nei suoi aspetti più oscuri, apparentemente equivoci ma comunque drammatici, un amore che è necessità ma anche ossessione, splendido e terribile nel suo manifestarsi di voglia fisica, di sesso, di istinto violento e primordiale, di desiderio inaccessibile e quasi allucinato, di autodistruzione.

Ed è così che anche nelle sue forme più conturbanti (la ragazza disabile che desidera essere posseduta, il gioco erotico tra un adulto e un bambino, le relazioni ambigue o immaginarie, la violenza inflitta al proprio corpo) l’amore, anche nella sua fisicità più cruenta si rivela intriso di malinconia, di dolore, di desiderio straziante e spesso generato non da una presenza ma da un’incolmabile assenza: la morte, la separazione, la lontananza, la scomparsa di una persona vicina o amata vissute e compensate inutilmente con una sorta di disperata alienazione, di costrizione, di forza illusoria nei confronti propri e degli altri.

E’ questo il male naturale di Giulio Mozzi, non crimine, né malvagità, né perversione più di quanto la natura umana sia malvagia, perversa o criminale.
Un male che si traduce nella sofferenza e in una sopravvivenza simile ad una condanna, un male che abbiamo il dovere di riconoscere, di ammettere e accogliere in quanto parte di quella dimensione sacra e misteriosa alla quale, nonostante tutto, apparteniamo.

Giulio Mozzi, scrittore padovano nato nel 1960, ci ha regalata, e credo consapevolmente, un’opera straordinaria, di grande valore e significato per rappresentare l’insensata disperazione del nostro tempo.

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