Opinioni di un clown

di Heinrich Boll (Mondadori)

Per la prima volta mi ero reso conto di quanto terribili possano essere gli oggetti che una persona lascia dietro di sé quando va via o quando muore.

Nato a Colonia nel 1917, il romanziere Heinrich Boll, premio Nobel 1972, interrompe gli studi letterari a causa della guerra, alla quale viene chiamato a combattere per poi scegliere la via della diserzione. Antimilitarista, antiamericano ma anche antisovietico, lo scrittore, non manca mai di dimostrare un atteggiamento fortemente critico nei confronti della Germania borghese e “ricostruita” del dopoguerra, suscitando spesso violente polemiche, che non frenano comunque il notevole successo raggiunto fin dalla pubblicazione del suo primo racconto.

Scritta nel 1963, Opinioni di un clown, l’opera indubbiamente più significativa e impegnata di Heinrich Boll, è un romanzo a dir poco geniale che, al di là dello stile studiatamente informale, ironico e divertente, traccia un ritratto grottesco e tragicamente oscuro della Germania in entrambe le sue due immagini più simboliche, il teatrale imperialismo nazista e la successiva quieta e religiosa borghesia.

Io narrante del lungo monologo che costituisce il romanzo, è il giovane Hans Schnier, la cui scelta, peraltro difficile e coraggiosa, di esercitare la professione di clown, rappresenta il sistema più sicuro per contestare spietatamente la società tedesca del dopoguerra e per difendersi dalle più o meno false correnti ideologiche, politiche o religiose, dilaganti nel paese.

Con quella malinconica comicità che è tipica dei clown, Hans denuncia apertamente l’ipocrisia di una nazione capace di dissolvere la memoria e il senso di colpa nella corsa alla ripresa economica, nel fanatismo religioso, negli eventi mondani mascherati da ambigui fini sociali, in una disumanità che di fatto è rimasta invariata ma apparentemente, mimetizzatasi perfettamente all’ambiente, ha assunto l’aspetto di un’ipotetica rinascita spirituale.

Nella sua disincantata disperazione Hans, rimasto senza lavoro, senza soldi e abbandonato dalla compagna Maria a causa delle pressioni di un’assurda ideologia religiosa, non risparmia nessuno. La sua satira spietata si rivolge alle famiglie della borghesia tedesca, che dopo aver sacrificato i figli alla patria si impegnano a combattere il razzismo, all’ambiente religioso, la cui dottrina da salotto altro non è che una subdola presa di potere, alle istituzioni politiche, capaci di trarre in inganno con i loro giochi idealistici una popolazione già smarrita e confusa.

Bellissima la scena finale, in cui Hans esce, finalmente, dal cerchio di guai nel quale si trova con lo stile di un professionista dello spettacolo così come di un outsider della società e della gente comune, a conclusione di un romanzo straordinario. Un romanzo che, a mio parere, dovrebbero leggere coloro che, nel nostro paese, si illudono di saper fare della satira: sarebbe indubbiamente un’ottima lezione.

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