Quando ci batteva forte il cuore

di Stefano Zecchi (Mondadori)

Non c’era più niente della mia storia nella mia città, tutto cancellato. Nulla, nessuna traccia. Probabilmente mi ero davvero sbagliato: non sono mai nato a Pola, quella casa in via Smareglia non è mai stata la mia casa, forse neppure ho avuto una madre… forse noi istriani, fiumani, dalmati, non siamo mai esistiti.

Quando ci batteva forte il cuore, impressionante romanzo del saggista, scrittore, filosofo e docente di estetica Stefano Zecchi, affronta con una narrazione evocativa e coinvolgente un contesto storico poco noto e molto discusso. Pola, il luogo di cui non è rimasta nessuna traccia, è una bella cittadina situata sulla costa del promontorio istriano, citata nei versi di Callimaco e celebre per il suo magnifico anfiteatro romano. A causa della posizione strategica, nel corso dei secoli venne ripetutamente contesa, ma dopo il 1918, con l’inserimento dell’Istria nel Regno d’Italia, visse un periodo particolarmente brillante, culminante nella celebre stagione lirica dell’Arena. Poi, negli anni ’40, l’Istria cade sotto occupazione tedesca e i partigiani slavi che paradossalmente la “liberano” dall’assedio annettendola alla Jugoslavia, dimostrano una forte ostilità verso gli italiani, vittime di una violenta repressione trasformatasi da un lato in una sorta di genocidio che passa quasi inosservato, dall’altro in un assurdo esodo forzato tale da rendere gli italiani profughi nel loro stesso paese.

Dopo l’occupazione tedesca e i bombardamenti che distruggono gran parte della città, ha inizio il racconto di Sergio, io narrante e protagonista del romanzo, che all’epoca è un bambino il cui padre Flavio è appena tornato dalla guerra, e la madre Nives è un’insegnante attivamente e pericolosamente impegnata nella difesa dell’identità italiana. Sergio assiste alla metamorfosi del suo paese con gli occhi di un bambino, senza soffermarsi sugli antagonismi politici (che neanche a noi lettori interessano), ma chiedendosi il motivo della persecuzione a cui gli italiani sono sempre più soggetti. Nel racconto compaiono eventi storici più o meno conosciuti: il periodo di occupazione alleata, il restauro del Duomo e del Tempio di Augusto, la strage di Vergarolla, la pubblicazione del quotidiano italiano L’Arena di Pola, l’attentato al generale inglese De Winton da parte dell’italiana Maria Pasquinelli, l’orribile tragedia delle foibe. Dopo il 10 febbraio 1947, quando l’Istria viene definitivamente ceduta al governo jugoslavo, per Sergio la situazione precipita: la mamma, politicamente troppo coinvolta, scompare e il padre, per evitare rivalse contro sé stesso e il figlio, fugge con il bambino verso Trieste.

Il percorso che porterà i due fuggitivi da Pola a Trieste è irto di rischi e difficoltà, tanto allucinante da ricordare vagamente lo spaventoso viaggio di padre e figlio in La Strada di McCarthy. In un paese ormai distrutto e assediato, non meno del Friuli descritto a volte da Tullio Avoledo, Sergio e Flavio camminano sfidando il tempo avverso, le malattie, il freddo, la fame, il pericolo di essere scoperti e uccisi. Incontrano amici e nemici, sono costretti a nascondersi tra le rovine e nei fossati, sono obbligati a muoversi la notte per poi sparire durante il giorno, assistono impotenti alla morte di chi non ce l’ha fatta a fuggire, rischiano spesso loro stessi di morire, fino ad arrivare ad uccidere per sopravvivere. La loro storia, che è stata la storia di molti, osservata da questa distanza di tempo appare surreale, fantastica, quasi impossibile.

E Stefano Zecchi, con grande forza narrativa, non si ferma al contesto storico, ma lascia trasparire l’alleanza e la solidarietà che lega padre e figlio, ritrovatisi per la prima volta così vicini a condividere paura e speranza.

Al di là di ogni interpretazione politica delle tragedie storiche, delle loro cause e di come avrebbero potuto essere evitate, è bello pensare che qualcuno, come Sergio e Flavio, sia riuscito nonostante tutto a ricostruire la propria esistenza e, in qualche modo, a vincere l’ingiustizia della storia e l’avversità del destino. Nonostante gli ostacoli incontrati comunque anche in Italia, nonostante l’incolmabile vuoto e la nostalgia per le cose, le persone, i sogni e i desideri, obbligatoriamente abbandonati, insieme alla propria terra.

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