Il testimone inascoltato

di Yannick Haenel (Guanda)

“Non posso crederlo”.
“Pensa che io le menta?” gli domandò Jan Karski.
Frankfurter rispose: “Non ho detto che lei mente. Ho detto che non posso crederle”.

Il giudice della corte suprema degli Stati Uniti Frankfurter è solo uno tra i tanti a non poter credere ciò che Jan Karski sta cercando di rendere noto, dimostrando un’agghiacciate e totale indifferenza verso il messaggio di questo disperato testimone: la richiesta di aiuto degli ebrei d’Europa sterminati dalla follia nazista.

Prima che Jannick Haenel pubblicasse questo romanzo/biografia, dal significativo titolo di Il testimone inascoltato, Jan Karski aveva narrata la sua allucinante avventura, dopo 35 anni di silenzio, di fronte alla telecamera di Claude Lanzmann, e nelle scene finali di Shoah la sua angoscia, oltre alle frammentate parole che riesce a pronunciare, è già una terrificante testimonianza: se Jonathan Littel aveva scioccati pubblico e critica raccontando la Shoah dal punto di vista degli esecutori, la storia, vera del testimone ignorato Jan Karski, appare semplicemente spaventosa.

Nato a Lodz, Jan Karski negli anni Quaranta è un giovane militare dagli occhi azzurri, idealista e patriottico quanto basta da impegnarsi a rischiare la vita nel nome di una Polonia inchiodata dal tiro incrociato di Germania e Russia, lavorando come messaggero/intermediario nella Resistenza antinazista in un succedersi di avventure che, narrate nella prima parte del romanzo, per quanto drammatiche, si svolgono in un’atmosfera tra il romanzo giallo e il thriller storico.

Tra arresti, detenzioni, torture e fughe, Jan viene contattato da due alti esponenti dell’ebraismo polacco che lo supplicano di trasmettere agli Alleati il loro grido d’aiuto, di toccare la coscienza del mondo rendendo pubblica la violenza alla quale i nazisti li sottopongono, la morte alla quale li hanno condannati, invitandolo a visitare, per rendersi conto dell’enormità di questo crimine, il ghetto di Varsavia e il campo di sterminio di Izbica Lubelska.

Le scene a cui Jan assiste sono inimmaginabili. Sconvolto, egli trascorre i due anni successivi tra Europa e Stati Uniti, cercando con ogni mezzo di avvertire autorità politiche, diplomatiche e governative perché si attivino in favore degli ebrei d’Europa, destinati all’annientamento, ma si rende conto con orrore, che nessuno è disposto ad ascoltarlo, nessuno raccoglie il suo grido di aiuto. Narrata in prima persona, la seconda parte del romanzo è la voce di Jan quale testimone inascoltato della Shoah, a cui nessuno sembra poter credere, neanche il presidente Roosvelt, che segue le sue parole con ostentata indifferenza, distratto e svogliato.

Stabilitosi negli Stati Uniti, Jan pubblica un libro di memorie della guerra, riscuote un relativo successo, frequenta gli ambienti intellettuali, lavora come docente, a Gerusalemme viene proclamato giusto tra le nazioni. Ma il dramma d’aver assistito ad uno tra i peggiori crimini commessi dall’umanità, e di scoprire che in realtà la coscienza del mondo non esiste, diviene il suo incubo, il messaggio del ghetto di Varsavia si trasforma in un’ossessione che non lo abbandonerà mai per tutta la vita, con la sua oscura verità che non si poteva sentire e che forse non sarà mai intesa.

Nato nel 1967, il romanziere e saggista francese Yannick Haenel ricostruisce la storia straziante di questo disperato detentore di una verità volutamente ignorata, di una dissimulazione globale che, a pensarci bene, rende il resto del mondo ancora più colpevole dei criminali stessi.

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