Canale Mussolini

di Antonio Pennacchi (Mondadori)

Anche Cisterna rasa al suolo, e Littoria quasi tutta per terra, coi palazzi sventrati e la torre del palazzo “M” dissolta nell’aria. Toccò rifondarla da capo, e bonificare di nuovo tutto l’Agro Pontino. Non erano bastate, evidentemente, tutte le monete gettate sia dal più umile manovale o carpentiere, sia da Cencelli, Rossoni e il Duce.

No, non erano bastate, poiché a distruggere i sogni di gloria arrivano, oltre agli errori strategici, gli aerei alleati, che tra il 1943 e il 1944 liberano l’Agro Pontino, bombardando e distruggendo canali, ponti e città, un’opera di ingegneria e architettura perfetta costata anni di lavoro quasi sovrumano. Ma questa è la storia, questa è la guerra, e Antonio Pennacchi ci ha regalato un Premio Strega dei tempi d’oro, come non lo si leggeva da anni, senza nulla togliere ai giovanissimi autori e a chi, come è accaduto, s’è visto sottrarre per un voto il prezioso riconoscimento letterario italiano.

Non so se avete avuto modo di conoscere questo autore da vicino, e di assistere ad uno dei tanti incontri con i quali ha presentato Canale Mussolini in tutta Italia, nei quali prima di tutto afferma che il suo racconto, sia pure trasformato in romanzo, non è altro che l’assoluta verità: la storia di una famiglia che subì la stessa sorte della sua. Infatti, in questo bellissimo romanzo storico/saga famigliare, lo scrittore veneto/romano narra ciò che ha vissuto in prima persona attraverso le voci della famiglia Peruzzi, simbolo di quelle famiglie contadine del nordest italiano alle quali, durante il regime fascista, viene assegnato un podere nelle pianure alluvionali situate tra il Tirreno, i monti Lepini e i Colli Albani. Se in un certo senso, questa terra rappresenta la salvezza da una carestia ormai imminente e dalla tirannia dei proprietari, è anche vero che le patriarcali famiglie del nordest si trovano a dover affrontare il dramma dell’emigrazione in una terra che il governo fascista ha bonificato e recuperato alla perfezione, ma dove le condizioni restano pur sempre dure, sia per il clima che per gli abitanti, agli occhi dei quali i coloni dell’altitalia non sono altro che immigrati, o meglio, cispdani.

Tra storia, memoria e cultura popolare, scritto in un italiano ricco di vivaci accenti dialettali e di espressioni caratteristiche della lingua veneta/friulana, il romanzo si inoltra nella lunga, avventurosa storia, ora allegra ora disperata, di Pericle Peruzzi e dei suoi fratelli, descrive la conquista di un progresso tecnico ma anche di un’identità perduta e riconquistata nel processo di migrazione e insediamento, e l’ascesa al successo di un fascismo quasi campagnolo e vagamente socialista, dove incontriamo un Mussolini ancora ragazzo, cortese e timido corteggiatore della nonna dell’io narrante. E dove, successivamente, i primi, già enormi, errori di questo governo totalmente privo di etica, appaiono come sotterfugi per sfuggire dalla crisi politica dell’epoca. E tutta Venezia, ormai trionfalmente trasferita attorno a Roma, assiste con emozione alla nascita di Littoria e delle altre città che segneranno la rinascita dell’Agro Pontino in un’atmosfera grottesca e quasi imperiale.

Pagina per pagina, incontriamo fatti e personaggi dell’epoca, da Giolitti a Matteotti, da Balbo a Ciano, la guerra in Etiopia, El Alamein e Vittorio Veneto, la Dalmazia e l’Albania, fino agli ultimi mesi di guerra, alla ritirata tedesca dall’Italia e all’entrata in scena di inglesi e americani, liberatori, sì, ma a costo della distruzione, con le famiglie dei contadini costrette a emigrare di nuovo, tra campi minati, incursioni aeree e ambigui soldati afroamericani. E così, si chiude infine la storia di mezzo secolo, con la nascita, a metà strada, del narratore stesso, anch’esso figlio di un errore, come solo l’amore può esserlo, soprattutto quando incontra la guerra. Bellissimo.

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