Capo Horn alla vela

di Bernard Moitessier (Mursia)

Eccoci arrivati, dopo 126 giorni e 14.216 miglia percorse tra i punti nave di mezzogiorno.

Ci sono storie che hanno dell’incredibile. E persone capaci, in parte per volontà in parte per una sorta di casualità positiva, di compiere miracoli. Come ci riescano, è un mistero. Sembrerebbe esservi in gioco un complicato meccanismo di competenze tecniche, desideri, sentimenti e passioni, oltre ad un innato ottimismo, tale da non venir meno neanche nelle situazioni più drammatiche.

L’avventura raccontata da Bernard Moitessier in Capo Horn alla vela appare davvero miracolosa. Navigatore solitario, nomade nei mari e nella vita, all’inizio di questo lungo racconto si trova alla Martinica, in una situazione abbastanza disperata, in quanto ha recentemente fatto naufragio, perdendo la sua precedente barca Marie Therese, e non dispone di mezzi per riprendere, in qualche modo, il mare.

A questo punto, in seguito ad una serie di circostanze favorevoli, tra cui la pubblicazione del suo precedente libro autobiografico Un vagabondo dei mari del Sud, Bernard raggiunge la Francia e, prima di intraprendere altre avventure, si sposa. Forse è la coesione di forze generata dall’amore a realizzare il miracolo, ma comunque sia, Bernard riesce a ricostruire un bellissimo ketch, a cui darà il nome di Joshua in memoria del grande navigatore Joshua Slocum, e parte, insieme alla moglie Francoise, regalandole uno splendido viaggio di nozze tra Canarie, Galapagos e Tahiti.

Ma anche per Francoise, che non ha alcuna esperienze di navigazione, il mare diviene un irrinunciabile stile di vita, e la coppia decide sì, di ritornare in Francia, ma non prima di essere passati da Capo Horn: oltre 14mila miglia, alle latitudini meridionali, per poi risalire l’Atlantico e trasformare Francoise nella prima donna che abbia superato l’ambita meta. Bernard Moitissier ci racconta questa avventura con il suo stile, più personale che letterario, vivace, spesso divertente, ovviamente ricco di dettagli e termini tecnici propri della nautica, che costringono gli inesperti (me compresa) a ricorrere spesso ad un dizionario.

Ma l’emozione che egli ci trasmette è fortissima, non solo per quella temerarietà vagamente incosciente che permette di realizzare l’impossibile, ma per  la determinazione nel portare a termine l’impresa. Oltre al legame simbiotico che lega la coppia, consentendo ad entrambi di sopportare quattro mesi in mare, in condizioni non sempre favorevoli, a volte persino avverse, e condividendo uno spazio alquanto ristretto.

Bernard e Francoise riescono però a trovare quell’alchimia di ragioni e sentimenti che li rende invincibili, sia nel collaborare tecnicamente che nel saper creare un’armonia perfetta. Lei, dolcissima, e fragile solo in apparenza, apprende senza difficoltà l’arte della navigazione, lui, da vagabondo solitario che era, si dimostra un compagno affidabile e riconoscente. Insieme, grazie anche a questa reciprocità di emozioni e forse ad una certa complementarietà caratteriale, essi riescono a superare momenti drammatici e tratti pericolosi.

E, a fare da sfondo alla loro bellissima storia, i meravigliosi scenari oceanici, le spiagge, le isole, e quel mare che, per Bernard Moitessier, ma forse anche per noi, racchiude il senso stesso dell’esistenza.

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