L’onda dell’incrociatore

di Pier Antonio Quarantotti Gambini (Sellerio)

Portò la barca al largo, ove non era mai stato. Si vedevano, giù, lievi sopra l’azzurro, i promontori istriani.

E’ inspiegabile come alcune opere letterarie di rara bellezza, sia per la forma che per la profondità dei significati, vivano un breve periodo di rilevante successo, per poi finire quasi completamente dimenticate.

E’ il caso di questo malinconico e travolgente romanzo, premio Bagutta 1947, di Pier Antonio Quarantotti Gambini, scrittore, giornalista, saggista e poeta istriano, figlio dell’intellettuale Giovanni Quarantotto e grande amico di Umberto Saba.

Appena ventenne, Pier Antonio instaura una forte amicizia con il celebre poeta triestino (al quale si deve proprio la scelta dell’evocativo titolo L’onda dell’incrociatore), segnata inoltre da un’assidua corrispondenza, in parte raccolta in un carteggio pubblicato da Mondadori con il titolo Racconto d’amore – Il vecchio e il giovane.

Ma il primo a riconoscere il suo particolare talento di Pier Antonio, fin dalla prima racconta di racconti I nostri simili, è il poeta ligure Eugenio Montale, mentre Saba lo introdurrà successivamente nel clima intellettuale/letterario triestino, la cui dimensione di sottile e malinconica ambiguità frammista a quell’introspezione psicanalitica che ritroviamo, tra gli altri, in SvevoStuparich, è chiaramente percepibile nell’opera del giovane scrittore.

Scena d’apertura del romanzo è l’arrivo degli incrociatori nel porto di Trieste, sullo sfondo di una città in festa, splendente sotto il sole ed ingemmata dai tricolori innalzati per accogliere il Duca Amedeo d’Aosta e i reduci di ritorno dall’Africa. Nel corso di questa bella giornata, mentre l’onda sollevata dalle enormi imbarcazioni sconvolge le quiete acque del porto, l’adolescente Ario ripercorre i momenti significativi della propria esistenza in una sorta di continuo flashback fotografico intrecciato al presente, ed intriso di quella complessa e nostalgica tristezza che rappresenta il ritratto letterario di Trieste.

Avventure, disavventure e delusioni di Ario e dell’inseparabile amico Berto, sono lo specchio sia della complicata età che essi stanno attraversando, sia del luogo in cui vivono: nella vivace policromia di un porto di mare, tra scaricatori e velisti, ufficiali e marinai, inevitabilmente i destini si incrociano e si scontrano, le relazioni si fanno facilmente pericolose, le amicizie sfiorano territori proibiti. Nella loro giovanile ingenuità, Ario e Berto confondono esperienze e fantasie, vivono ruoli immaginari, inventano personaggi e mondi paralleli, sconfinano continuamente tra realtà e illusione addentrandosi lentamente in un’età di cui scoprono gli aspetti contraddittori, oscuri, talvolta morbosi, incarnati soprattutto in conturbanti figure femminili, quali la madre di Ario con i suoi amanti occasionali, e la provocante Lidia, sorella (o sorellastra?) di Berto e complice con entrambi di giochi che acquisiscono via via un lieve ma tenace tono di lascivia e perversione.

Sarà proprio la consacrazione di Lidia a donna adulta, giovanissima ma desiderabile e padrona delle sue scelte sessuali, a scatenare la tristezza di Ario e la rabbiosa gelosia di Berto, quando la ragazza, divenuta l’amante di Eneo, l’affascinante campione di canoa, idolo e modello dei due amici, in parte distrugge il loro ideale di perfezione, e in parte li rende consci dei loro limiti.

L’ingenua vendetta architettata dai due ragazzi non si concluderà, come era il loro intento, in un epilogo di grottesca comicità, ma, quale simbolo del destino avverso, incontrerà l’onda dell’incrociatore, trasformandosi in tragedia.

Romanzo bellissimo, per l’atmosfera onirica da cui è avvolta tutta la storia, per le splendide vedute di Trieste negli anni Trenta, e anche per quel linguaggio nautico che, sebbene richieda spesso l’utilizzo di un dizionario, lo rende doppiamente affascinante.

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