American Psycho

di Bret Easton Ellis (Einaudi)

Quando incontro una bella ragazza per strada, mi vengono in mente due cose.

Ed è grazie a queste due cose, ai chiodi morbosamente fissi nella mente e nella vita di Patrick Bateman, io narrante di American Psycho, che lo scrittore statunitense Brett Easton Ellis ha conquistato un notevole successo e il diritto di includere questo suo terrificante romanzo tra i casi letterari del secondo Novecento. Terrificante non solo per la cruda violenza delle scene, quanto per quella sorta di metafora che vi è contenuta.

Superficialmente, il giovane americano in carriera Patrick Bateman, bello, macho ed elegante, può essere scambiato, nonostante tutto, per un bravo ragazzo. Ventisei anni, vicino di casa di Tom Cruise, Patrick vanta un lavoro superpagato da broker di Wall Street, un fisico perfetto, muscoli scolpiti da ore di palestra, una maniacale passione per l’eleganza, una fidanzata affascinante, una cerchia di amici dello stesso rango. E’ vero, ha le sue manie, ad esempio trascorrere ore per decidere cosa indossare a cena, fare di tutto per prenotare un tavolo al ristorante di cui è cliente Donald Trump, spiare in qualche modo il lavoro dei colleghi, noleggiare all’infinito la videocassetta di Omicidio a luci rosse, seguire assiduamente un certo talk show televisivo, e altre piccole ossessioni apparentemente innocue. E’ altrettanto vero che sniffa abbastanza abitualmente, ma le sue tendenze salutistiche lo mostrano come un giovane per quanto viziato, anche a causa dell’estrazione sociale elevata, comunque affidabile, sicuro di sé e buon intenditore di musica rock. Insomma, un ritratto dell’America degli anni Ottanta.

Ma nessuno sa che Patrick a volte, la notte, si trasforma. Il serial killer che è in lui prende il sopravvento e, accada quel che accada, egli si lascia trascinare dalla violenza più estrema senza alcun ritegno, anzi, con un sadismo che, nella sua crudezza, potremmo definire creativo, fantasioso, ricco di dettagli descritti con estrema precisione. Le vittime possono essere casuali o prescelte, scene e strumenti del delitto improvvisati o prestabiliti. In genere si tratta di persone deboli, socialmente inferiori, vagabondi, prostitute, ragazzine facilmente abbordabili, ex compagne di liceo, persone di cui probabilmente nessuno avverte la scomparsa. I metodi adottati da Patrick sono diversi e tutti orribili, sparachiodi, acido, coltelli, asce, violenze sessuali di ogni genere, tutti eseguiti con la maestria di un regista e con l’accortezza, se le vittime sono più d’una in contemporanea, che ognuna veda il proprio terrore negli occhi dell’altra.

Le cronache dettagliate del ripetuto macello di Patrick sono impressionanti, ma lo stile diaristico e la scrittura cinematografica di Ellis, insieme alla bella traduzione di Giuseppe Culicchia, ci incateneranno alle avventure di questo malinconico ed esaltato omicida indubbiamente folle, tanto da chiederci se questo massacro sia reale, o sia solo una proiezione della sua fantasia.

Perché se esiste un Patrick sadico e perverso, artefice delle peggiori azioni eseguibili da un essere umano, talvolta traspare anche la sua fragilità e disperazione: l’implicita richiesta di aiuto, la dolorosa supplica alla fidanzata di allontanarsi, perché rimanergli accanto, in certi momenti, potrebbe per lei essere un rischio.

Una storia cruenta, ma forse anche un’accusa verso una società ugualmente sadica e crudele, che esige sacrifici umani e la morte dei sentimenti, nel nome del denaro e del successo.

Non abbiate paura del sangue, e leggetelo.

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