Il canto delle manere

di Mauro Corona (Mondadori) – Settembre 2010

Con fatica, gli uomini lo tirò su, lo portò in paese e lo seppellì. Più fatica fu disgropparlo dall’albero. Pareva che il faggio non volesse mollarlo.
Da quel giorno, tutti gli anni, a novembre, nelle notti di luna calante, su per l’aspra Val da Diach, si sente il canto d’argento di una manéra. Tin, tin, tin. I vecchi assicura essere la Muller di Santo Corona della Val Martin in battaglia col suo faggio per l’eternità.

Così finisce la vita del boscaiolo ertano Santo Corona della Val Martin, sessantasei anni di lavoro, avventura, vendetta, ricchezza, delusione, malinconia e solitudine frammisti a rari momenti di gioia, una vita segnata dal canto della manéra, e da quell’orgoglio che diverrà la sua maledizione. Fin dal momento in cui, ancora bambino, apprende l’unico mestiere che la sua terra è in grado di offrirgli, la vita di Santo ha in sé qualcosa di epico, di predestinato, simile ad una lunga e ininterrotta fuga da sé stesso, oltre che da una sorte avversa spesso per effetto delle sue stesse azioni.

Nella sua semplicità apparentemente primordiale, la vita dei boscaioli di Erto, raccontata da Mauro Corona con il ritmo dialettale delle montagne, non è affatto facile. Tra di loro nascono spesso invidie, gelosie alimentate da donne solite a concedersi facilmente, desideri di vendetta, odio, sentimenti negativi rafforzati dalle condizioni estreme del luogo, fino a sfociare in una violenza crudele, dura, che non lascia spazio né a ripensamenti né a rimpianti. A questo si unisce il carattere di Santo Corona, portato agli eccessi in tutto, nelle passioni, nell’amicizia, nell’amore, nella brama di ricchezza, fino a distruggersi. Dopo la morte dell’amico e maestro Agusto, ucciso in un’interminabile vendetta tra squadre di lavoro rivali, e l’infedeltà, sia pur giustificata, dell’amante Paula, la vendetta di Santo oltrepassa il limite della ragione, costringendolo a fuggire dal piccolo paese incastonato nelle montagne.

Una fuga che in parte sarà la sua fortuna, poiché in Austria Santo conoscerà luoghi, incontrerà persone, accumulerà ricchezze, arriverà a comprendere aspetti della vita da lui ignorati, attraverso la preziosa amicizia con Hugo Von Hoffmanstahal. Dopo la morte dello scrittore, la nostalgia si rafforza e, improvvisamente come l’aveva lasciata 30 anni prima, Santo decide tornare in Italia, ritrovando un paese sconfitto e segnato dalla guerra non ancora finita.

La sua morte forse cercata, e dovuta all’unico errore tecnico della sua carriera di boscaiolo, ha il significato di resa giustizia nei confronti di una natura che Santo ha spesso violata, ma anche del chiudersi di un cerchio che, nella silenziosa voce dei boschi, gli concede finalmente quella dolcezza mai incontrata nella vita.

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