Gli invisibili

di Nanni Balestrini (Bompiani)

Doveva essere un bello spettacolo da fuori tutti quei fuochi tremolanti sul muro nero del carcere in mezzo a quella distesa sconfinata ma gli unici che potevano vedere la fiaccolata erano i pochi automobilisti che sfrecciavano piccoli lontanissimi sul nastro nero dell’autostrada a qualche chilometro dal carcere o forse un aeroplano che passa su in alto ma quelli volano altissimi lassù nel cielo nero silenzioso e non vedono niente.

Nato nel 1935, il poeta, scrittore a artista milanese Nanni Balestrini debutta in letteratura nei primi anni Cinquanta, pubblicando alcune poesie su Mac Espace, la rivista del movimento artistico di Gillo Dorfles, e successivamente, nel 1960, con una raccolta edita da Scheiweller. Storico esponente della neoavanguardia italiana, è tra i fondatori del Gruppo 63, ed è il primo a comporre poesie con un computer IBM. In seguito, sempre sotto il segno dello sperimentalismo, scrive poesie, romanzi, pièces teatrali, ed espone le sue opere nelle maggiori gallerie italiane. Nel 1968, si lascia trascinare dallo spirito di rivolta giovanile, e partecipa alle manifestazioni che coinvolgono tutta l’Italia, e che influenzeranno gran parte della sua produzione letteraria.

Pubblicato da Bompiani nel 1987, e riedito diverse volte negli anni Novanta, Gli invisibili è considerato una delle migliori opere narrative dello scrittore/artista milanese e, oltre che la testimonianza di un periodo storico vissuto da vicino, rappresenta un simbolo della letteratura sperimentale. Con la sua scrittura inconfondibile, poetica, costruita di brevi paragrafi, priva di qualsiasi segno di interpunzione e resa nitida da un’iperrealistica ricchezza di dettagli, Nanni Balestrini racconta quella generazione che negli anni Settanta, forte dei propri ideali, cercò in qualche modo di rendere migliore il mondo in cui viveva.

Una rivoluzione mancata, forse una battaglia persa in partenza, condotta talvolta con mezzi inopportuni e sbagliati, e destinata non solo ad essere soffocata e rinchiusa in cella, ma anche irrimediabilmente sconfitta e cancellata dallo scenario sociale dell’epoca.

Al di là dal commentare o giustificare la sovversione politica degli anni Settanta e le conseguenti lotte metropolitane tra gruppi di orientamento opposto, il romanzo disegna un suggestivo ritratto degli anni di piombo, che appaiono così frammentati in un succedersi di fotogrammi, in parte documentario e in parte allegoria. Paradossalmente, ma non era un evento del tutto raro all’epoca, il protagonista non è un attivista politico né un militante terrorista, e viene incarcerato semplicemente per errore, sottolineando la mancanza di un reale distinzione tra ideologia, contestazione, lotta armata e crimine vero e proprio.

La scena della sommossa nel carcere, con conseguente azione repressiva, guerriglia e distruzione, ci appare ora tanto storica quanto inverosimile, ma la vera resistenza, se riflettiamo, non si materializza tanto nella lotta e nella ribellione, quanto nello sciame finale di fiammelle, scintillanti dalle finestre del carcere che, viste da lontano, appaiono come un avvertimento, e una supplica al non soccombere sotto le macerie di un secolo di illusioni.

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