La casa col mandorlo

di Fulvio Tomizza (Mondadori)

Incominciai a scrivere, ossia a cercare di colmare l’improvviso vuoto prodottosi tra me e quanto viveva fuori.

Un vuoto enorme, considerando tutto quanto è riuscito a scrivere Fulvio Tomizza nella sua vita relativamente breve, e con un impeto passionale così forte da riuscire addirittura a disorientarci. Come è detto in postfazione a La casa col mandorlo, questa raccolta di racconti edita da Mondadori, per il noto scrittore istriano/triestino (ho sempre delle difficoltà a collocare geograficamente gli autori appartenenti alle metamorfosi territoriali) la forma letteraria breve non risulta complementare a quella del romanzo, ma rappresenta un’entità a sé stante, con la quale egli riesce magnificamente a narrarsi e a narrare, passando continuamente il confine tra realtà e invenzione, tra sogno e verità, tra autoanalisi e memoria storica, in maniera tale da rendere indistinguibile la differenza.

Con il suo stile sobrio, roccioso, dal quale emergono frequenti assonanze dialettali oltre a sottili rimandi psicanalitici, l’autore rivela, attraverso una scrittura indubbiamente autobiografica, la propria natura dalla duplice, o potremmo dire molteplice, identità, legata ad una terra plurietnica e storicamente contesa e contrastata, spesso scenario di situazioni violente e drammatiche, così come di armonie e fusioni uniche e irripetibili.

Ugualmente contrastata appare la personalità, vivente o letteraria che sia, dell’autore stesso, un contrasto peraltro più voluto che indotto, come dimostrano la decisione di scegliere l’università di Belgrado, così come di mantenere intensi e attivi rapporti con la terra d’origine, anche se divenuta ufficialmente straniera. Il risultato è una prosa quasi priva di riferimenti politici, ridotti se mai a rari lampi di nostalgia, ma resa eccezionalmente appassionata proprio da questo retaggio culturalmente policromo.

E così, alternando memoria e fantasia, Tomizza ci racconta la storia di amori impossibili e audaci, di famiglie apparentemente inestinguibili nonostante gli oscuri movimenti della storia, di incontri romantici rimasti sospesi nel vuoto immenso di uno sguardo, di viaggi al confine tra sentimento e paesaggio, di metaforiche reinterpretazioni della vita quotidiana, di avventure erotiche affascinanti, temerarie e quasi assurde. Tutto questo in un’ovattata atmosfera da Eyes wide shut, una dimensione parallela a metà strada tra Borges e Kafka, dove l’esistenza reale diviene, e forse lo è davvero, la massima potenza del sogno.

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