L'umiliazione

di Philip Roth (Einaudi) – Giugno 2010

“Ho bisogno di qualcuno” gli confidò lei in un mormorio “per uccidere quell’uomo malvagio”.
“Sono certo che potresti trovare una persona bendisposta”.
“Tu?” chiese Sybil con un filo di voce. “Pagherei”.
“Se fossi un killer, lo farei gratis”, disse lui, prendendo la mano che lei gli porgeva.

No, Simon Axler non è un killer. Il protagonista di questo, come sempre, brutale romanzo di Philip Roth dal titolo di L’umiliazione è un uomo over 60, dal fascino ancora relativamente integro, ma che per un complicato e sconosciuto meccanismo interiore unito ad un destino non particolarmente favorevole, si sta dirigendo lentamente verso la propria distruzione. Una distruzione apparentemente inconscia, ma forse voluta, e che per questo appare ancora più spaventosa.

Brillante e rinomato attore teatrale, Simon Axler all’improvviso perde il suo talento, quella dote innata e invidiata che lo aveva portato di fronte al pubblico di tutto il mondo, quella scintilla sacra che erroneamente credeva inestinguibile. Dopo l’ultimo, inutile e ridicolo tentativo di interpretare il Machbet, per Simon, annientato dalla critica, ha inizio un’era di angoscia e di disperazione. Non ricorda le battute, è terrorizzato dal palcoscenico, non ha il coraggio di presentarsi in pubblico, è tormentato dagli incubi. Inizia a temere il futuro. Al suo fallimento professionale si aggiunge l’abbandono della moglie, incapace sia di assisterlo quanto di incoraggiarlo, e la successiva morte del figlio tossicodipendente.

A nulla valgono i tentativi del suo agente teatrale: per Simon non rimane altro se non rifugiarsi in un ospedale psichiatrico, dove per un mese partecipa alle strane conversazioni degli altri pazienti sui metodi e tentativi di suicidio, e conosce la dolce e fragile Sybil la quale, se non altro, gli trasmetterà la convinzione che tutti, se lo vogliamo, sappiamo essere violenti fino al limite estremo. Una teoria che ovviamente non ridarà il coraggio a Simon, ma che rafforza in lui l’assurda speranza della morte come ultima via di uscita, autoindotta o provocata che sia.

Poi, nel momento in cui, dall’ovattata irrealtà della clinica rientra nella sua vita solitaria e fallimentare, per un assurdo gioco di contrasti Simon non ritrova la sua antica passione di attore ma la orienta verso un’altra direzione, trasformandola in desiderio erotico e forse anche amore, nel momento in cui la quarantenne Pegeen, figlia di vecchi amici, rimasta sola e delusa dopo un lungo periodo di amore saffico, bussa inaspettatamente alla sua porta. Se l’attore decaduto e la lesbica mancata giochino a fare i fidanzati o ne siano convinti, non lo sappiamo, e forse non lo sa neanche un maestro dell’eros psicologico come Roth, ma il gioco sembra funzionare. Non voglio che finisca, addirittura dirà lei di fronte all’indecisa ritrosia di lui, il quale finirà per crederle, regalandole, insieme ad un guardaroba rinnovato, una femminilità intensa e provocante.

Ma Philip Roth, chi lo conosce lo sa, non perdona mai. Colui che è definito uno dei più grandi scrittori viventi, capace di raccontare le perversioni dell’animo umano in ogni più impensato dettaglio con la convinzione che in fondo la natura dell’uomo non sia altro che questa, è consapevole che la felicità è solo un’illusione, e la soddisfazione del desiderio l’anticamera dell’oblio. Insensibile agli avvertimenti, Simon si lascia sedurre da Pegeen con un crescendo di bramosia erotica che tocca limiti primordiali, un’indecenza totalmente priva di barriere che si consuma con la drammaticità epica di un sacrificio.

Per comprendere poi, nelle ultime pagine, che a lui non è restato nulla tra le mani, che il suo dare non ha avuto riscontro, anzi, al contrario ha provocato il rapido divampare ed estinguersi di una passione salda e concreta solo in apparenza. E così, con una battuta di Cechov, esce di scena quell’uomo che un tempo aveva entusiasmato i teatri, ormai spogliato da tutto ciò che gli dava lustro, ricordandoci come la vita, spesso, non sia altro se non finzione.

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