Pesce mangia cane

di Paolo Roversi (Edizioni Ambiente)

Il Po è parte di te. Lo diventa piano piano, sin da quando sei piccolo e ti portano a vederlo per la prima volta, una passione che cresce giorno dopo giorno, che ti scava dentro finché non ci puoi più fare niente.

Un assassino, forse un mostro o forse un folle, si aggira lungo le rive del Po, in quell’area di pianura che si posa tra la Lombardia e l’Emilia. I delitti che egli compie sono spaventosi nella loro perfezione, la fredda precisione con cui agisce lo rende più simile a un giustiziere, a un vendicatore o all’officiante di un rito macabro che ad un criminale. Le sue vittime vengono rinvenute sempre nella stessa posizione, finite con una procedura orrenda e simbolica che sembra voler fondere i loro corpi con il paesaggio stesso del fiume, un paesaggio degradato da un feroce inquinamento, un fiume dove la natura è stata brutalmente violata, e un ecosistema fragile e sconvolto ha generato forme di vita anomale e devastanti.
Il fatto che i morti siano tutti più o meno coinvolti in attività e speculazioni non proprio lecite, e fortemente dannose per l’ambiente fluviale, potrebbe non essere una coincidenza, ma l’omicida ha predisposto tutto così bene da mettere in serie difficoltà i due inquirenti del caso, un maresciallo dei carabinieri per la tutela dell’ambiente, dal romantico (e diametralmente opposto alla sua personalità) nome di Rodrigo, e un magistrato donna, la bella Francesca, seriamente romantica, ma proprio per questo eternamente destinata alla disillusione.
Parallelamente allo svolgersi delle indagini, in cui si intrecciano le loro due vicende personali tra ragione, sentimenti, passioni e perversioni inconsce o cercate, una voce fuori campo ci racconta la storia del fiume, vero protagonista del romanzo: le tradizioni, le celebrazioni e gli eventi legati ad esso, iniziando dall’esondazione del 1951, epoca in cui le acque erano chiare e limpide così come lo era anche l’anima delle persone che attorno ad esse nascevano e vivevano.
Una storia che la voce narrante ha ricevuta come eredità culturale e morale dallo zio con il quale è cresciuto, figura quasi leggendaria di pescatore, una sorta di Hemingway italiano che divideva la sua vita tra la riva del fiume, i cani da caccia, le spiagge di Cuba e una piccola isola persa nell’oceano Atlantico. Un uomo pienamente consapevole del rispetto dovuto alla natura, al punto da non sopravvivere a quello che rappresenta un culmine simbolico (e non certo l’ultimo) dell’agonia del grande fiume: il petrolio immesso volutamente nel Lambro nel febbraio 2010.
All’enorme tragedia ecologica, quasi ignorata dagli organi governativi, che coinvolge gran parte del corso del Po fino al delta nell’Adriatico, segue infatti la decisione del pescatore di morire proprio tra le acque di un fiume ormai privo di vita. Decisione peraltro inutile, poiché il mercurio contenuto nei pesci, prime vittime di un letale inquinamento, lo aveva già condannato a morte, a significare doppiamente come il rapporto simbiotico esistente tra l’uomo e il fiume sia ormai degenerato nel male assoluto, trasformando la sacralità del magnifico corso d’acqua in un luogo avvelenato, arido e portatore di morte.
Non posso rivelarvi né l’identità né il destino del killer, che nel  momento stesso in cui si riconoscibile scompare nel nulla, lasciando a Rodrigo e a Francesca una serie di documenti sufficienti a comprendere e, se pure in parte, a giustificare le sue azioni. Anche il suo gesto finale ha in sè la rabbia della vendetta e del sacrificio, e a loro due, rimasti soli con loro i drammi esistenziali sulla scena di un caso chiuso ma non per questo risolto, resta, forse, ancora una speranza. Bella l’ultima scena, bella davvero, quasi a ricordarci che esiste ancora qualche speranza.
Paolo Roversi ha 35 anni, è nato a Suzzara, in provincia di Mantova, e la sua terra compare spesso nei suoi scritti. E’ autore, tra l’altro, di 4 romanzi con un unico protagonista/alterego, Enrico Radeschi, giornalista di nera e genio informatico, ingenuo, disordinato, vagamente bohemien e molto distante dai tipici eroi del noir, di una biografia romanzata di Charles Bukowsky dal titolo Taccuino di una sbronza, e di una guida turistica dei misteri occulti di Milano.
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