La pazienza della pietra

di Sara Shilo (Giuntina)

Dimmelo tu, perché una persona nasce in un castello e un’altra in una tenda? Lo sai perché? Perché anche Dio ruba da una parte per mettere da un’altra, lo fa per non annoiarsi lassù quando guarda il mondo. E proprio quando prendiamo qualcosa che Dio è soddisfatto, perché vede che abbiamo capito il suo gioco.

A trarre questa considerazione dalla logica ferrea, è Itzik, una delle cinque voci narranti di La pazienza della pietra, splendido romanzo, elogiato da David Grossman, della giovane scrittrice israeliana Sara Shilo, il primo tradotto in italiano. Cinque visioni differenti di un’esistenza condivisa che si separano quasi volutamente proprio per raccontarsi, nel breve spazio di un giorno e una notte di allarme, in un piccolo villaggio al confine tra Israele e Libano.

Un luogo in cui la quotidianità subisce un’intermittenza forzata, scissa dalla caduta dei razzi libanesi, un pericolo di morte consueto al punto che, dopo la corsa nei rifugi, l’emergenza diviene semplicemente tempo vuoto e difficile da riempire. In questa inconsistenza temporale naufragano Simona e quattro dei suoi sei figli, ognuno determinato, a suo modo, a ritrovare la felicità che la morte improvvisa di Massud, marito e padre, ha sepolta sotto le macerie della nostalgia.

Alla narrazione di Simona, dal tono disperato e forzatamente rassegnato di una donna ritrovatasi vedova nell’attimo più bello, seguono quelle dei suoi figli, e tutti affrontano, in modo differente ma con un simile desiderio di fuga e rinascita, la scomparsa di Massud e la conseguente paura sia della morte che della vita, duplice simbolo di un destino certo inevitabile, ma che ognuno cerca di adattare alla propria volontà. Le voci si alternano, si passano la storia di mano in mano, ognuno scruta le mosse dell’altro ma vi sovrappone la propria immagine, rivela le stranezze altrui ma non nasconde le proprie.

Geniale, solitario, cinico e vagamente nichilista è Itzik, affetto da una malformazione a mani e piedi, un deficit al quale supplisce attraverso il fratello minore Dudi, suo esatto contrario, ingenuo e romantico, trascinandolo nelle imprese più rischiose, talvolta illecite, con il pretesto di difendere la famiglia da ipotetici terroristi. Il primogenito è Kobi, che ha vissuto da vicino la morte del padre e più ancora le conseguenze, inseritosi automaticamente nel ruolo del capofamiglia e ambiguamente in quello di padre di Oshri e Haim, i due gemelli nati già in assenza di Massud e inconsapevoli quindi della sua morte. Un ruolo in cui Kobi si immedesima totalmente, al punto di non riuscire a pensare ad un futuro senza Simona e i gemelli, e che dopo sei anni ha assunto il peso insopportabile della menzogna.

E a questo punto la narrazione si chiude con l’altra voce femminile, quella della figlia Etti: lei forse più dei fratelli ha conservato vivo il dolore della morte del padre, e la consapevolezza di una famiglia che rischia sempre più di disgregarsi. Rafforzata da questo ricordo, cerca le parole per svelare la verità ai gemelli, e il suo racconto raccoglie ed esprime la tristezza ma anche la speranza dell’intera famiglia, perché in fondo la loro storia si conclude proprio con questi due bambini, nati dopo la morte: la fine più bella che si possa immaginare.

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