Il campo 29

di Sergio Antonielli (Isbn)

L’ufficiale inglese chiamava i nomi uno per uno, sotto la pioggia. Non più numeri: nomi e cognomi e ogni volta pareva che s’inchinasse.

Non mi addentrerò, ovviamente, nei dettagli politici che possono essere colti in quest’opera, come in tutta la letteratura del Novecento a sfondo biografico/storico, ma ai più coinvolgenti aspetti narrativi, filosofici e sociali che essa trasmette.

Scritto nel 1947, come afferma l’autore stesso in prefazione, in un periodo piuttosto breve, Il campo 29, romanzo/diario involontariamente neorealista e difficilmente classificabile in un genere preciso, riscosse un notevole successo già da inedito, e ricevette il premio Bagutta nel 1950.

Per raccontare l’esperienza dei 4 anni trascorsi in un campo di prigionia inglese allestito in India, Sergio Antonielli decise di inventarsi un alter ego letterario e di esprimersi in terza persona, evitando l’eccessiva drammaticità della memoria personale e trasferendo la realtà nell’immaginario piacevolmente narrativo di Massimo Venturi, protagonista e indiretto io narrante del racconto.

La particolarità del libro, oltre alla forza descrittiva che ritrae con maestria personaggi, ambienti e paesaggi, sta nell’affrontare il tema della guerra non nella sua sensazionalistica epicità, ma a battaglia avvenuta e perduta, osservata dal punto di vista di quegli italiani che, giunti in Africa un po’ da idealisti, un po’ da avventurieri e un po’ da sognatori, non trovarono nè morte nè gloria, ma lo squallido epilogo di una prigionia insignificante e noiosa e, proprio per questo, struggente.

Il campo in cui Massimo, Paolo, Diego e gli altri vengono rinchiusi, non è mirato allo sterminio. Collocato in una regione indiana affascinante e climaticamente accettabile, offre loro, nei limiti del contesto, un’esistenza discreta. Hanno a disposizione una mensa, un bar, un circolo, una chiesa, un ospedale, possono scrivere poesie, dipingere, riunirsi a discorrere di storia e letteratura, persino organizzare escursioni in montagna. Tra di loro nascono piccoli gruppi culturali, i più arditi e creativi si dilettano nel teatro, dando vita a compagnie di attori con tanto di registi, costumisti e pubblico pagante.

La vita, insomma, sembra sopportabile. Ma a consumare lentamente i prigionieri nella mente e nel fisico, tanto che due anni dopo gli ultimi arrivati vedranno con orrore in sé stessi quegli effetti sconvolgenti notati in chi li aveva preceduti, è proprio questo senso di tedio apparentemente innocuo, di oblio sottile e insinuante. La presenza di una rete che comunque li rinchiude e li isola dal resto del mondo, dalla possibilità di progettare, crescere, incontrare, progredire. L’intimità obbligata li rende deboli e facili alla trasgressione, l’antagonismo di ideali provoca una rivalità subdola e sleale, chi aveva una famiglia sa che potrebbe non ritrovare più le stesse persone lasciate da anni, chi era solo vede dileguarsi nel nulla gli anni più belli.

Privata del valore eroico, la prigionia si rivela nei suoi aspetti di costrizione, di nostalgia, di tristezza, di abbandono, di un’apatia tale da rendere troppo arduo persino il suicidio. E, soprattutto, al di là di ogni motivazione storica o politica, la privazione della libertà e dell’identità appaiono in questo racconto, peraltro bellissimo, in tutto il loro macabro effetto di devastazione.

Nato a Roma nel 1920, Sergio Antonielli, scrittore, saggista e critico letterario, viene fatto prigioniero nel 1942 ad El Alamein, e trascorre 4 anni in uno dei campi allestiti dagli inglesi nel Punjab, ai piedi dell’Himalaya. Ritornato in Italia si trasferirà a Monza, dove per 20 anni esercita l’attività di insegnante, e successivamene a Milano, dedicandosi interamente alla letteratura e alla critica.

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