Viaggio in una guerra

di Cristopher Isherwood e W.H. Auden (Adelphi)

Gli organizzatori del movimento progettano di appellarsi alla Lega delle Nazioni e ai partiti laburisti di paesi stranieri amici, per supporti tecnici e finanziari. Noi, semplicemente, ci auguriamo che non rimangano delusi dai risultati.

Se Christopher Isherwood è ritornato, indirettamente, a farsi conoscere dopo la (discutibile) versione cinematografica del capolavoro A single man, non so quanti siano i conoscitori dell’opera, prevalentemente poetica, di Wystan Hugh Auden, autore, tra l’altro, del celebre Funeral Blues, recitato anche in una scena de L’attimo fuggente. E, forse, in una società come la nostra, in cui prevale la cronaca scandalistica, passa purtroppo in secondo piano la lunga relazione, certamente sentimentale ma soprattutto intellettuale e letteraria, avvenuta tra i due scrittori anglo/americani ancora in giovane età.

Siamo nel 1937 quando ai due poeti/scrittori, intorno ai trent’anni e amici ormai di lunga data, viene commissionato un “diario di viaggio” con l’Estremo Oriente come meta e un itinerario lasciato a loro discrezione. I due coautori di Viaggio in una guerra sceglieranno di recarsi in Cina, dove si tratterranno circa sette mesi, attratti da una curiosità forse più personale che professionale di assistere da vicino al conflitto cino-giapponese, scoppiato di recente. Come essi stessi dichiarano in premessa, la mancanza di un’approfondita conoscenza delle questioni locali rende forse non provata l’attendibilità delle fonti da cui essi attinsero informazioni, ma regala ai lettori  un’intensa vivacità emotiva e un senso del vissuto impossibili a ritrovarsi in un classico reportage.

Arrivati ad Hong Kong, all’epoca sotto amministrazione britannica, Isherwood e Auden raggiungono Canton tramite battello fluviale, e da lì iniziano il loro lungo percorso all’interno della Cina, un avventoroso e pittoresco viaggio percorso a tratti in battello, a tratti su lentissimi treni viaggianti con giorni di ritardi, a tratti a cavallo, in risciò e a piedi, durante il quale incontrano diplomatici, ufficiali e governanti cinesi, ambasciatori, temerari medici di guerra e missionari, ma anche altri intraprendenti reporters, tra i quali l’elegantissimo Peter Fleming e un giovane ma già affermato Robert Capa.

Fermamente convinti, ma spesso ostacolati, a voler raggiungere la prima linea di una guerra che, come un miraggio, appare e scompare, frammentata da inviti a pranzo, presentazioni, sbalzi di clima e di umore, episodi comici e quasi assurdi, i due poeti viaggianti ci raccontano un intero paese in tutti quei dettagli che alla cronaca passarono di certo inosservati: il variare del paesaggio e dei suoi colori, le intermittenti scene di battaglia, spesso vissute come uno spettacolo, l’eccentricità degli abitanti, l’imperturbabile calma dei soldati cinesi, costretti a combattere un nemico tecnicamente sovrastante.

Non mancano di soffermarsi sulle ristrettezze e sulle condizioni inaccettabili a cui il popolo, soprattutto nelle classi più basse, agricoltori, operai e coolies, è costretto, con un realismo che, al termine del racconto, di fronte alla disfatta di Shangai straripante di profughi, si trasforma in aperta denuncia verso gli oppressori ma anche verso le grandi potenze occidentali, limitatesi ad un inutile ruolo di mediatori, e, con stridente ironia, verso i resoconti giornalistici, drammaticamente distanti dalla realtà.

Un opera letteraria di notevole spessore, ma anche un documento storico di grande importanza, arricchito inoltre dai versi di entrambi i poeti, e dai bellissimi scatti eseguiti “sul campo” da Auden.

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