Il ponte sulla Drina

di Ivo Andric (Mondadori)

Giù in basso c’è il ponte demolito, terribilmente, malignamente spezzato nel mezzo. Non ha bisogno di voltarsi (e per nulla al mondo si volterebbe) per scorgere l’intera scena: in fondo il pilastro è tagliato di netto, come un gigantesco tronco, e disperso in migliaia di frammenti tutt’intorno, mentre le arcate a destra e a sinistra sono bruscamente interrotte. In mezzo ad esse s’apre un abisso di una quindicina di metri. E le parti spezzate delle due arcate sembrano tendersi dolorosamente l’una verso l’altra.

Visegrad è una cittadina bosniaca situata al confine con la Serbia, e il suo centro storico sorge nel punto in cui il fiume Rzav confluisce nella Drina. Questa posizione, splendida nel paesaggio, ha resa la città strategicamente importante durante la guerra dei Balcani, ma ha generato nel corso del tempo una singolare armonia di etnie e culture diverse che, per quanto contrastanti, si fondono tra di loro grazie all’elemento per il quale Visegrad è famosa: il magnifico ponte in pietra a 11 arcate che attraversa la Drina, costruito nel 1500 per volere del gran visir Mehmed Pasha Sokolovic.

Consegnato nelle mani dell’Impero Ottomano ancora bambino quale “tributo di sangue”, perché vestisse la divisa da giannizzero, Mehmed si distingue da subito per le sue doti, fino a divenire statista, condottiero e visir al seguito di Solimano il Magnifico. Memore del giorno in cui, all’età di dieci anni, venne trasferito da Visegrad a Instanbul traversando la Drina in piena sopra un instabile traghetto, egli tornerà nella sua città d’origine per avviare la costruzione di quel ponte che diverrà simbolo della città e, sebbene nel secolo scorso più volte spezzato e ricostruito, inattaccabile nel suo ruolo di legame tra popoli e religioni differenti, e spesso sfondo alla loro reciproca violenza.

Nel suo celebre romanzo storico/epico Il ponte sulla Drina, pubblicato dopo la fine della II guerra mondiale, il premio Nobel Ivo Andric, uno tra i più grandi scrittori in lingua serba e tra i maggiori d’Europa, con una prosa spettacolare, costellata di riferimenti leggendari, di scene drammatiche e a volte cruente, di dettagli storici, e ricca di personaggi le cui imprese sfiorano l’eroico e il fantasioso, racconta la storia di Visegrad e dei cambiamenti di scena e confini avvenuti intorno ad essa negli oltre tre secoli in cui, ininterrottamente, il ponte rimase un luogo di incontro stabile tra due nazioni in continuo movimento.

Con la rara particolarità di narrare la storia non in forma di cronaca ma attraverso la vita quotidiana e i sentimenti dei personaggi, lo scrittore ci accompagna nel lungo periodo intercorso tra gli imperi Ottomano e Austroungarico, fino all’attentato di Sarajevo e alla dichiarazione di guerra alla Serbia. Tutto questo senza mai allontanarsi da Visegrad e dalla sua porta, la terrazza del ponte divenuta il salotto cittadino dove ogni sera qualsiasi barriera etnica, religiosa o politica, si dissolve alla luce del tramonto, trasformando gli abitanti, turchi, serbi, bosniaci, musulmani, ebrei, cristiani che siano, in un unico, armonioso popolo, capace di allearsi per difendere l’opera di Mehmed, regalo incomparabile e di uguale valore per ognuno.

Fin dal drammatico svolgersi della costruzione del ponte, i destini dei personaggi si incrociano, si toccano, si allontanano e si ritrovano nelle loro discendenze a distanza di decenni, vivendo, e condividendo, amore e odio, violenza e vendetta, ingiustizia e allegria, fortuna e sconfitta, con la porta del ponte sempre eretta al suo posto, maestosa e bianca, quasi a dispetto di chi ne vuole fare un presidio militare, un luogo d’esecuzione, un bersaglio. E non per caso, allo scoppio della guerra, quando il ponte viene fatto saltare lasciando l’acqua della Drina a dividere le file di archi spezzati sotto una pioggia di frammenti di pietra, l’imam Alihodza, a cui ormai, come a molti altri, ci siamo inevitabilmente affezionati, morirà sulla strada di casa, gli occhi rivolti al vuoto lasciato da una rottura ormai chiaramente impossibile a saldarsi.

Ivo Andric nasce a Doclac, in Bosnia, e inizia in giovanissima età a scrivere poesie. Arrestato a Spalato dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, durante la prigionia scrive la sua prima opera, Ex Ponto, che pubblicherà dopo il suo rilascio, momento in cui fonda la rivista letteraria Knjizevni jug ed intraprende una lunga carriera diplomatica, interrotta nel 1941 per sua volontà. E’ in questo periodo che scrive Le cronache di Travnik e Il ponte sulla Drina. Riceve il Nobel nel 1961, e muore nel 1982 a Belgrado.

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