Le città invisibili

di Italo Calvino (Mondadori)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Leggete questa straordinaria opera di Italo Calvino (il quale non ha certo bisogno di presentazioni), e vi renderete conto quanti dettagli apparentemente invisibili del mondo sfuggano alla nostra attenzione, al nostro sguardo e alla nostra memoria. Scritta dal 1964 al 1970 durante il soggiorno a Parigi del grande autore italiano, e pubblicata nel 1972, l’opera, dalla particolare struttura di dialogo alternato ad appunti di viaggio, rivela l’influenza dello strutturalismo francese, oltre a chiari riferimenti filosofici e ad un continuo succedersi di raffinate allegorie.

Il libro è costituito dalla minuziosa descrizione di 55 città dal nome di donna, presentate in percorsi tematici quali la memoria, il desiderio, il cielo, i segni, i morti, gli occhi, e intervallate dai dialoghi e dallo scambio di riflessioni tra Marco Polo, il viaggiatore e cronista che racconta i suoi viaggi compiuti attraverso le città, e Kublai Khan, imperatore di un regno tanto esteso da non conoscerne esattamente nè i confini nè i paesaggi. Sappiamo che, inizialmente, Marco Polo non conosce la lingua parlata da Kublai Khan, e si esprime attraverso i gesti, le espressioni, gli oggetti raccolti nel corso dei suoi lunghi viaggi, una comunicazione di certo efficace, ma facile ai fraintendimenti. Poi, lentamente, acquisisce le parole e la forma del discorso, e durante gli ultimi incontri, Kublai Khan, ormai assuefatto a questi periodici resoconti, non noterà come l’instancabile viaggiatore veneziano parli ormai fluentemente la sua stessa lingua.

Personaggio simbolo del viaggio e dell’avventura intesi anche come percorso interiore e sentimentale, Marco Polo ritrae le città visitate non come un osservatore, mercante o turista che sia, qualsiasi, ma attraverso la dettagliata e precisa descrizione di particolari dall’aspetto assurdo, inverosimile, costituenti quella parte, appunto, invisibile che ognuna città possiede. Le città che prendono forma dalle sue narrazioni sono luoghi fantastici ma nello stesso tempo reali, dove l’evoluzione e l’adattamento all’ambiente e alle regole di vita imposte da esso, hanno generato un mondo parallelo, una città nella città che vive di vita propria.

Attraverso il racconto di Marco, le città invisibili si svelano ai nostri occhi, splendide e inquietanti come i labirinti di Escher, e la loro rappresentazione appartiene solamente alla memoria e alla proiezione mentale del narratore: nè a Kublai Khan nè a noi è mai dato modo di “vederle”. Vi è una città sdoppiata dal suo riflesso nell’acqua, un’altra sotterranea e una addirittura sepolta nella terra, un’altra altissima, elevata sopra le nuvole e che non tocca mai terra, ed una sospesa sopra l’abisso con corde e catene. Vi è una città dai palazzi costruiti in vetro trasparente che nasconde una seconda realtà oscura e umida, un villaggio fatto solo di tubature d’acciaio, vasche da bagno e giochi d’acqua, una città che ogni giorno si trasforma in una massa di rifiuti e rinasce nuova fiammante, un’altra i cui abitanti partono continuamente per ricostruire la loro dimora appena oltre i confini della precedente, un’altra che si riproduce continuamente, generando un’infinita serie di città concentriche.

Vi è una città segretamente governata dai morti, una continuamente distrutta da insetti, roditori ed animali estinti, un paese senza inizio nè fine ma solo un’infinita e deserta periferia, una città eternamente costruita e mai ultimata per evitarne la distruzione, un’altra le cui mura e fortezze sono state erette seguendo l’eccelso disegno celeste, ma racchiudono orrendi segreti.

Tra un viaggio e l’altro, appaiono le città immaginate e sognate da Kublai Khan, dove la luna si posa sulle guglie di pietra, o dove il malinconico porto ammette solo le partenze, ma, come gli spiega Marco Polo, mai i ritorni.

E Venezia?, chiederà ad un certo punto l’imperatore. Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo, risponde Marco. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco. Perché, egli afferma, ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

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