Dal luogo del sequestro

di Fulvio Tomizza (Mondadori)

I colpi alla porta si ripetono, picchiano anche in basso, con la punta degli stivali, con il calcio del fucile. Io non ho mai avuto in mano la chiave di quella porta. Mi tengo inchiodato a questo tavolo, mi stringo a questi fogli. Io non mi muoverò.

Con queste parole inquietanti si chiude Dal luogo del sequestro, romanzo epistolare pubblicato da Fulvio Tomizza pochi anni prima della morte, tanto sorprendente e straordinario quanto spaventoso: chiunque conosca l’opera dello scrittore e drammaturgo istriano/triestino, Premio Strega 1977 con il pluritradotto La miglior vita, rimane indubbiamente scioccato da questo scritto insolito e sconvolgente.

Nato nel 1935 nel villaggio oggi croato di Materada, e trasferitosi ventenne a Trieste per imposizione del governo jugoslavo, Fulvio Tomizza è noto, sebbene non sufficientemente in Italia, per la Trilogia Istriana, punto di partenza di una lunga opera letteraria di confine, dove il malinconico e bellissimo paesaggio friulano/veneto/istriano diviene sfondo alla nostalgia, al senso di disorientamento e al desiderio del ritorno generati dall’esilio. E in effetti, Fulvio Tomizza ritorna nel paese d’origine per trascorrervi gli ultimi anni di vita, e morire nel 1999.

Questo romanzo crudo e spietato dal finale (o meglio dal non-finale) angosciante e terribile, dove un erotismo esasperato, freddo e sadico si sovrappone ad un’introspezione psicanalitica, e al ritmo serrato e crescente di un thriller, credo sia l’unico di ambientazione tipicamente italiana, addirittura romana, e i luoghi d’origine dell’autore compaiono solo, indefiniti e anonimi, in brevissime frasi. La storia è raccontata dall’io narrante Sergio in due lettere (la seconda “inevasa”) e un tragico post scriptum, nei quali, giunto ormai all’epilogo del dramma che egli stesso ha causato, si rivolge, simbolicamente perché ormai troppo tardi, alla moglie, conscio della propria vana e assurda speranza, così come vano e assurdo era il folle sentimento del quale è divenuto preda.

Sceneggiatore, traduttore, giornalista, Sergio viene invitato dal proprio produttore/amico a Roma per sedurre, almeno virtualmente, un’austera e rigorosa donna la cui influente posizione ministeriale potrebbe procurare i fondi per un film. Il destino perverso vuole che Amalia, la donna detentrice del potere, si riveli incorruttibile sotto ogni aspetto ma, ingenuo come lo sono tutti i romantici conquistatori, Sergio si lascia a sua volta sedurre dalla sorella Rosarita, vedova nevrotica, inconsolabile e al contempo torbidamente affascinante e spettacolare nella voracità affettiva e sessuale. Non innamorato, ma avvinto dalle catene degli amplessi con cui la compiacente vedova, a dispetto dell’appartenenza ad un ricco casato siciliano, lo cinge, Sergio rimane per giorni sull’orlo dell’indecisione tra l’avventurosa vacanza romana e la relativa tranquillità di famiglia, scegliendo infine la seconda che, per quanto frammentata dai continui e reciproci tradimenti, gli infonde maggior sicurezza.

In un successivo incontro veneziano con le due sorelle, Amalia rivela a Sergio il male incurabile di Rosarita, la quale a sua volta confessa di avere resa nota la loro relazione sia alla sorella che ad un cugino siciliano innamorato di lei da sempre e mai corrisposto. Due rivelazioni significative e oscure alle quali Sergio, con wertheriana innocenza, non dà peso, al punto che, successivamente informato della morte di Rosarita, si precipita dapprima a Roma, dove giunge a funerale ormai finito, e quindi in Sicilia, sperando di assistere almeno alla sepoltura dell’amante perduta per sempre. E a questo punto la narrazione assume le tinte del thriller psicologico e del romanzo gotico, sconfinando in un’atmosfera d’angoscia e di orrore degna di Allan Poe.

Invitato a passare la notte in Sicilia, Fulvio si ritrova prigioniero del misterioso cugino/innamorato Gaetano, il quale adduce al “sequestro” il fine difensivo nei confronti dei parenti del marito di Rosarita, che sicuramente vendicherebbero la vedova “disonorata”. Dopo avere chiesto di scrivere alla moglie una lettera dal luogo del sequestro per raccontarle l’incredibile e orrenda avventura, Fulvio scoprirà di essere caduto nella trappola della triplice vendetta, i cui risvolti macabri si dimostreranno profondamente “siciliani”, non solo di Amalia e Gaetano e della loro ambigua gelosia, ma della stessa amante defunta.

Traetemi fuori da questo sogno orrendo, supplica nel post scriptum, inducendo il lettore a sperare che si tratti veramente di un incubo dal quale il protagonista si sveglierà nell’ultima pagina. Ma non è così. La vendetta, terribile come una sentenza di morte. ormai dovrà seguire il suo corso, implacabile. Eccezionale.

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