La coscienza di Zeno

di Italo Svevo (Mondadori)

Fui accompagnato tutta la notte da un ferreo proposito. Sarei stato sincero con Carla prima di farla mia e le avrei detta l’intera verità sui miei rapporti con Augusta. Nella mia solitudine mi misi a ridere: era molto originale andare alla conquista di una donna con in bocca la dichiarazione d’amore per un’altra.

Aron Hector Schmitz, di nazionalità austriaca e di origine ebraica, nasce a Trieste nel 1861, quando la città friulana, inserita nell’impero astroungarico, rappresentava un eccezionale punto d’incontro di etnie e culture, un policromo e affascinante alternarsi di armonia e di conflitto. Un’atmosfera originale, inevitabilmente trasmessa dai romanzi di Schmitz, firmati con il nome d’arte di Italo Svevo, il quale, dopo la pubblicazione, a fine ‘800, di Una vita e Senilità, passati quasi inosservati dalla critica, rimane in silenzio per oltre vent’anni prima di comporre il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che riceverà i complimenti di Eugenio Montale. L’amicizia con James Joyce, allora residente a Trieste, contribuì a diffondere l’opera di Italo Svevo anche oltreconfine.

Redatto in forma di diario personale, con una forte introspezione filosofica e psicoanalitica dovuta anche all’influenza che Sigmund Freud ebbe su Italo Svevo, il romanzo rappresenta la storia di Zeno Cosini, io narrante e alterego dell’autore, il quale inizia a scrivere di sè stesso dietro suggerimento del proprio psicanalista. Questo misterioso personaggio compare unicamente come autore della prefazione, firmata Dottor S., in cui dichiara come, a seguito dell’improvvisa interruzione della terapia da parte di Zeno Cosino, egli avesse deciso, per vendetta e sperando che gli dispiaccia, di farne pubblicare il diario, rimasto in suo possesso.

A questo punto ha inizio la lunga e complessa biografia di Zeno, in cui egli ripercorre i momenti e le situazioni più significative della sua vita: la morte del padre, i continui tentativi, totalmente privi di volontà, di liberarsi del vizio del fumo, le contrastate relazioni con le donne, le infatuazioni molteplici e il conseguente matrimonio deciso quasi per rivalsa, la vita coniugale frammentata tra moglie e amanti, le avventure commerciali in società con il cognato, e il fallimento della psicanalisi con la conclusione che, in fondo, la vita non è nè brutta nè bella ma originale, ed è soprattutto una malattia, incurabile, inguaribile e inevitabilmente mortale.

Mirabile ritratto non solo di una persona ma dell’ambiguità stessa della natura umana, delle insidie affettive, delle affinità e delle dipendenze a cui ognuno è soggetto, dei contrasti interiori talvolta irrisolvibili, o risolvibili per vie errate, Zeno appare come un uomo non troppo estroverso ma sufficientemente brillante, a suo modo romantico e passionale, sicuramente sognatore, vagamente idealista, spesso attraversato da buone intenzioni che poi non riesce a mettere in atto fino in fondo, e continuamente orientato verso direzioni opposte che, per mancanza di volontà o di scelta consapevole, segue contemporaneamente in maniera alternata.

E così, oltre a sperimentare i più contorti e fallimentari sistemi per smettere di fumare scoprendo di non averne affatto l’intenzione, Zeno corteggia le due sorelle Ada e Alberta e ne chiede in sposa la terza, Augusta, quasi per risposta al rifiuto delle prime due. Costruisce, nonostante tutto, una famiglia serena e felice, ma tradisce la moglie con maniacale continuità, reso forte dal fermo proposito che ogni volta sia l’ultima, per poi perseverare nuovamente nel tradimento proprio per effetto di questa convinzione.

Nonostante i momenti di malinconia, disperazione e angoscia, e le crisi ipocondriache cui è soggetto, Zeno non è affatto fragile o insicuro, e addirittura nei momenti veramente drammatici, come i fallimenti economici o il suicidio del cognato Guido, marito della bella Ada, suo primo e incorrisposto amore, rivela una lucidità e una calma incrollabili, derivanti dalla raggiunta constatazione filosofica che non vale mai la pena di prendersela per una sconfitta in quanto la vita può riservarci sempre sorprese inaspettate.

Il diario si chiude sul preludio, quasi farsesco, della grande guerra, e con la conclusione che, in fondo, il mondo è destinato a distruggersi per sua stessa mano. Leggetelo, e scoprirete ancora una volta come i grandi capolavori si riadattino ad ogni epoca. Un particolare da non lasciarsi sfuggire: Trieste, splendida, è percepibile, come una presenza viva.

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