La folie Baudelaire

di Roberto Calasso (Adelphi)

Gli dei possono apparire o scomparire agli occhi umani, a seconda dei luoghi dove si insediano. Ma sempre “sono” e guardano.

Chi era in realta’ Charles Baudelaire, il poeta maledetto, il sublime artefice dei Fleurs du Mal, quella sconvolgente raccolta di versi che, dietro un gioco di allegorie dall’atmosfera gotica, grottesca e spesso oscura, ritrae le più profonde emozioni dell’animo umano, tra cui quello struggente e implacabile senso di malinconia definito con il nome di spleen?

In questo saggio/racconto tanto esteso quanto trascinante, dove la scrittura nitida e perfetta di Roberto Calasso passa dalla narrazione all’analisi storica, alternando brani biografici ricchi di elementi psicologici al ritratto di un’epoca osservata dai molteplici punti di vista dell’arte, il grande poeta francese appare in tutta la sua personalità, intricata, complessa, estrema, capace di provare e trasmettere sensazioni terribili e straordinarie. Disilluso e ingenuo al contempo, attratto dal fascino del proibito anche quando non è altro che finzione, come gli incontri “clandestini” al Louvre con la madre, Baudelare vive sull’orlo dell’abisso delle proprie emozioni, ossessionato dalla continua mancanza di denaro, dagli strani personaggi, talvolta ambigui, talvolta equivoci, che lo circondano, e da un’incomprensione diffusa che scambia la sua genialità per deviazione.

Amante inquieto e passionale, restio a rivelarsi anche nell’amore epistolare vissuto con la pluricorteggiata Mme Sabatier, Baudelaire rappresenta, soprattutto nella lunga narrazione (l’unica in prosa) del complicato e quasi kafkiano “sogno” del salotto/bordello/galleria d’arte su cui si costruisce tutta l’opera di Calasso, l’affascinante ritratto della Parigi ottocentesca, splendida e conturbante, magnificamente ritratta non solo attraverso la vita malinconica e bohemién del poeta incompreso, ma anche dei suoi artisti e delle loro “stranezze” creative: Ingres, soprattutto, poi Degas, Delacroix, Manet, osservati dallo scrittore con lo sguardo critico di Baudelaire stesso.

Genio ribelle e di difficile interpretazione, Baudelaire non riesce ad ottenere il successo che dovrebbe, e il terribile Saint-Beuve non lo ammetterà tra gli immortali dell’Académie. Ma, forse involontariamente, il critico letterario più temuto di Francia, associando il mondo intellettuale di Baudelarie ad un padiglione orientale, la Folie Baudelarie, appunto, un luogo misterioso, pittoresco, ricolmo di aromi e colori e popolato da creature fantastiche e personaggi bizzarri, sebbene non avesse accolto il poeta nella prestigiosa Accademia, dimostra come la sua persona e la sua opera rappresentino lo spirito stesso, candido e dissoluto al contempo, di Parigi.

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