La luna è tramontata

di John Steinbeck (Mondadori)

“La parola esatta è ‘dipartita’, non morte. Hai già fatto questo errore. Hai fatto questo errore quarantesei anni fa”.
“No, è ‘morte’. E’ morte”. Orden si guardò intorno e vide il colonnello Lanser che lo osservava. Gli chiese: “Non è morte?”
Il colonnello Lanser disse: “E’: ‘immediatamente dopo la mia dipartita'”.
Il dottor Winter insistette: “Vedi, siamo in due contro uno. ‘Dipartita’ è il termine esatto. E’ lo stesso errore che hai già commesso”.

John Steinbeck scrisse La luna è tramontata nel 1942, ed è l’unico romanzo in cui il grande scrittore di Salinas affronta il tema della guerra, dedicando questa storia drammatica e breve, dalle sfumature vagamente surreali, al tema della Resistenza. Per questa ragione, il romanzo riscosse grande successo soprattutto in Italia, dove venne pubblicato per la prima volta a Brescia nella significativa data del 25 aprile 1945.

Unica scena di tutta la storia è un paese non identificabile con precisione geografica, ma considerando l’ambientazione nordica, i paesaggi nevosi, il freddo intenso, potrebbe situarsi in Norvegia. In un giorno apparentemente non diverso dagli altri, nella tranquilla cittadina innevata arrivano gli invasori, silenziosi al punto da passare quasi inosservati, guidati dal collaborazionismo traditore di un abitante il cui nome risulta essere piuttosto noto.

Reduce da grandi imprese, non tutte coronate dal successo, questo misterioso esercito invasore, comandato a distanza da un enigmatico e virtuale “Capo”, appare spaventoso nel suo insieme, ma riunisce tra le sue file singoli uomini eterogenei, spesso in disaccordo e sospinti da emozioni differenti, dall’ambizione o dalla nostalgia, dalla speranza o dalla delusione, dall’amore o dalla disillusione, dalla passione artistica o dalla fantasia.

A organizzare le manovre, tentando di controllare gli stati d’animo, è il colonnello Lanser, personaggio riflessivo e coltissimo, persecutore obbligato e non convinto, e pienamente consapevole dell’odio e della vendetta che un popolo oppresso è capace di provare verso gli invasori.

Infatti, dietro l’apparente remissività, la resistenza popolare si fa silenziosamente strada, tra sabotaggi, fughe e ribellioni sempre più violente, a dimostrare che un popolo non si conquista e non si ferma con la forza e la repressione. Dopo la fucilazione di Alessandro Morden, il primo cittadino ad essere ufficialmente condannato a morte, l’opposizione si fa sempre più forte e spietata, invertendo totalmente il ruolo tra assediati e assedianti, e portando gli invasori, lentamente, al totale isolamento, e quindi all’esasperazione e alla follia.

Il romanzo si chiude con la condanna a morte del sindaco e del medico condotto, dimostrazione inutile di un potere ormai completamente farsesco nella sua ostentata autorità, poiché un sindaco non è una persona, ma un’idea creata da uomini liberi, e il desiderio di libertà è insopprimibile, così come lo è la resistenza all’oppressione.

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