David Golder

di Irene Nemirowsky (Adelphi)

Era un uomo di più di sessant’anni, enorme, con le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell’acqua, vivacissimi e opalescenti; folti capelli bianchi gli incorniciavano il viso devastato, duro, come plasmato da una mano rozza e pesante.

Se nel 1929 l’editore francese Bernard Grasset rimase colpito dal manoscritto di David Golder al punto da trascorrere l’intera notte a leggerlo e pubblicare un annuncio per rintracciarne l’anonimo autore, immaginiamoci come rimase nel trovarsi di fronte la giovane, vivace e borghese Irene Nemirowsky, autrice di quello che sarebbe divenuto il suo romanzo d’esordio. Perché il romanzo non è altro che un’esplicita denuncia, cruda e spietata, verso quell’avidità estrema e priva di scrupoli caratteristica dell’alta borghesia, dell’aristocrazia, del mondo del commercio e della finanza, e in parte della cultura ebraica.

David Golder, il personaggio attorno al quale tutto il romanzo è sviluppato, è un uomo d’affari ebreo emigrato dalla Russia e residente in Francia dove, grazie alla sua inestinguibile sete di ricchezza e potere unita forse ad una certa abilità, ha accumulato una ricchezza immensa traformandosi in una specie di mostro crudele e totalmente privo di codice etico. Odiato e temuto, ma anche deriso per la sua maniacale brama di guadagno estrema al punto da causare il suicidio del suo socio d’affari, David Golder vive con il denaro come unico pensiero fisso, spendendo il suo tempo unicamente nell’accumularlo e reinvestirlo, senza rendersi conto che, proprio a causa di questo suo comportamento cinico e calcolatore, si ritrova circondato da persone a loro volta egoicentriche e opportuniste, mirate solo ad approfittare della sua ricchezza.

Prime tra tutti, la moglie Gloria, ridicola nella sua bellezza decadente, artefatta e ingioiellata, e la viziatissima figlia Joyce, tanto graziosa quanto sciocca, ma capace di fingere verso il padre geloso una fatua dolcezza pur di ottenere qualcosa in cambio, dimostrando di saper usare, nella sua frivolezza, le stesse subdole strategie di lui. Persino la grave malattia cardiaca di cui Golder è affetto, viene considerata solo una sfortuna da esorcizzare semplicemente ignorandola, per evitare che possa in qualche modo influire sul buon andamento degli affari. In questa totale e spaventosa assenza di valori, David Golder troverà la morte proprio a causa di quell’avidità che ha governato tutta la sua esistenza, e la sua vita finirà in completa solitudine, durante una traversata in nave, con l’unica presenza di un giovane emigrante, nel quale egli rivede la sua stessa gioventù, mentre, in yiddish, scambia con lui le ultime parole.

L’ambiguo mondo dei ricchi, fondato sull’interesse, è dipinto da Irene Nemirowsky con toni forti e un disprezzo di fondo che ne esaltano i difetti, la meschinità, il degrado, e con quei tratti quasi caricaturali che costituivano il luogo comune dell’ebraismo borghese e arricchito, attribuendo all’autrice un’ingiustificata avversione per le proprie radici ebraiche, mentre in realtà il romanzo ne svaluta l’abitudine di porre il denaro al primo posto nella scala dei valori della vita.

Per chi conosce l’opera di Irene Nemirowsky, la grande scrittrice francese morta ad Auschwitz, non saranno nuove queste acute e crudeli critiche rivolte verso alcuni riprovevoli atteggimenti umani, come era avvenuto per la vanesia paura maniacale dell’invecchiamento di Jezabel. Difetti comportamentali forse portati all’estremo ma tristemente reali, e che l’autrice, probabilmente aveva avuto modo di conoscere molto da vicino.

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