Diario dalla galera

di Imre Kertesz (Bompiani)

Dio è Auschwitz, ma è anche colui che mi ha portato via da Auschwitz. E colui che mi ha costretto, anzi, obbligato con la forza a rendere conto di tutto ciò perché vuole sentire e sapere ciò che ha fatto.

Dal 1964 al 1990, Imre Kertész, scrittore e traduttore ungherese,sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, premio Nobel 2002 per la letteratura con il bellissimo Essere senza destino, ha annotato in un diario pensieri, emozioni, sentimenti, percezioni legate sia alla vita personale, sia al proprio lavoro di narratore, sia agli eventi che hanno segnato il Novecento.

La sua non è una semplice scrittura diaristica, cronologica, ma una serie di riflessioni spontanee, immediate, spesso scolpite in periodi brevi e lancinanti, ricche di riferimenti letterari, poetici, filosofici, musicali. Attraverso questa introspezione profonda, estrema, quasi ossessiva, egli si rivela senza pregiudizi ai lettori negli errori e negli insuccessi, nelle incertezze e nelle sconfitte, nelle contraddizioni e nel disincanto, nel suo mondo interiore labirintico e complicato, dove ammette di essere spaventato soprattutto da sè stesso quale entità ignota, sconosciuta e oscura.

Dai ricordi di Imre Kertész ricompaiono le immagini di Auschwitz, la tragedia della deportazione, la follia omicida del nazismo, l’ebraismo come differenza, come identità pericolosa e condannata, dalla quale, per sopravvivere, diviene quasi necessario estraniarsi o fuggire. Dopo la fine della guerra, quando anche Buchenwald è stato dismesso traformandosi in una scenografia macabra e vuota, ecco che sull’Ungheria devastata incombe l’Armata Rossa, e da un regime totalitario si passa ad un altro.

Imre Kertész non ha mai accettato il compromesso con il potere, testimonianza ne è la sua vita letteraria limitata, per così dire, alle traduzioni dei grandi autori tedeschi, e ai viaggi in una Berlino Est splendida, suggestiva nel suo inganno di fortezza incrollabile, di servizi di sicurezza perfettamente organizzati. Poi, nel 1989, l’atteso crollo del Muro di Berlino, l’evento memorabile che dovrebbe significare la libertà, e il ricongiungimento di ciò che Stalin aveva diviso.

Un’utopia che non è mai avvenuta, a causa dell’incapacità e del rifiuto da parte dell’Europa occidentale, di accogliere l’eredità lasciata dal disfacimento dell’Unione sovietica e di rimettersi in discussione. Un’Europa che, del resto, è rimasta sempre dominata dalle grandi potenze, oppressa dai nazionalismi, frammentata da alleanze fragili e contrastate. Una realtà fallimentare con la quale, prima o poi, sarà costretta a confrontarsi.

Imre Kertész, testimone dell’egemonia socialista, e paradossalmente “liberato” dagli americani, ci racconta tutto questo colmando le pagine di passioni e amori letterari: Goethe e Kafka, Nietzsche e Simone de Beauvoir, Sandor Marai e Corman McCarthy, Simone Weil e Camus, e Paul Celan con la sua Fuga dalla morte. Splendido il ricordo degli ultimi giorni di vita della madre, ricostruiti al termine del diario.

Una testimonianza di vita forse tormentata e difficile, ma vissuta in ogni istante fino in fondo, e magnificata dalla bellezza della scrittura. La mia esistenza, afferma Imre Kertész, è terribile in ogni suo aspetto, eccetto che nella scrittura: scrivere, quindi, scrivere per sopportare la mia esistenza, anzi, per giustificarla.

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