Una primavera difficile

di Boris Pahor (Zandonai)

Appoggiò il viso sul petto di lei. Si rivedeva camminare di notte fra gli alberi, nell’oscurità, cercando di conservare per sempre le immagini della morte. Ma la vita non si era fermata. Non poteva rinnegare niente, tuttavia la vita lo trascinava via. Perciò adesso si rendeva conto della prima falce di luna e del silenzio della notte. Un grillo scandiva lento il tempo, in secondi melodiosi. Allora, come svegliato di soprassanto, alzò la testa e vide la morbida curva delle sue labbra.

La Primavera difficile narrata da Boris Pahor in questo bellissimo romanzo, scritto nel 1958 ma pubblicato solo recentemente in italiano, è in realtà la storia d’amore, effettivamente difficoltosa, vissuta da Radko, ex deportato sloveno ricoverato in un sanatorio nella campagna francese, e l’infermiera Arlette, una relazione che, apparentemente scontata dalla particolare condizione di prossimità fisica dei due giovani, diviene sempre più complessa e contrastata, fino a raggiungere momenti estremi di passione, di gelosia, di conflitto interiore, di tenerezza.

Attratta dal fascino enigmatico e silenzioso di Radko, sarà la ragazza a fare la prima mossa verso di lui, dando origine all’evolversi dell’idillio ma, nello stesso tempo, la sua personalità ricca di sfumature ambigue, ingenua e provocatoria, candida e torbida, remissiva e sfuggente, unita ad una forza intellettuale in grado di fronteggiare magnificamente quella di lui, provocherà le disarmonie, le rotture, le riconciliazioni e le lunghe riflessioni introspettive che costruiscono l’intera vicenda.

Distrutto fisicamente, dilaniato dal ricordo, ma dotato di un uno spirito romantico e sentimentale inattaccabile dalle tragedie subite, Radko con il riprendere delle forze accoglie e ricambia il sentimento di Arlette con entusiasmo, scoprendo come anche lei stessa abbia alle spalle una storia lacerante, e contemporanemente subisca l’oppressione di una famiglia che la vuole offrire in sposa al miglior offerente. Questo incrociarsi di destini tormentati sembra rendere il loro amore sublime e struggente, e se lui, la cui mente a tratti evoca l’immagine del fuoco eternamente acceso nel forno crematorio, vuole dimostrare a sè stesso e ad Arlette come sa amare un reduce, lei, ugualmente perduta e salvata dall’inattesa violenza di questo amore, pare volerlo continuamente mettere alla prova, per poi provare il piacere estremo della ricongiunzione.

Non ci è dato di sapere esattamente quanto di autobiografico ci sia nella storia di Radko, forse molto. Ma la grande forza narrativa di Boris Pahor, come sempre, non si limita alle emozioni della memoria e della testimonianza, addentrandosi oltre, nella profondità degli istinti primordiali, dei sentimenti, e di quell’immensa emozione che provoca, nei due protagonisti ma anche nei lettori, la misteriosa e seducente presenza della natura.

Nato nel 1913 a Trieste, Boris Pahor, che avete già incontrato su queste pagine con l’agghiacciante Necropolis, ha subito nella sua vita la duplice persecuzione come appartenente alla minoranza slovena all’epoca presente in Friuli, annientata dal fascismo negli anni ’20, e successivamente come partigiano e antifascista, deportato dai nazisti a Bergen-Belsen, Dachau e Natzweiler-Struthof. Scrittore, saggista, storico e grande intellettuale, le sue opere narrano le sue drammatiche esperienze, e costituiscono una preziosa testimonianza delle tragedie del Novecento ma, purtroppo, forse a causa di manovre politiche, iniziano solo oggi, dopo decenni dalla prima pubblicazione, a comparire in Italia.

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