I nostri semi (Peo tsa rona)

inostrisemiPoeti sudafricani del post-apartheid
A cura di Raphael D’Abdon (Mangrovie)

Questa splendida antologia di versi composti da giovani poeti sudafricani edita da Mangrovie, dal titolo di I nostri semi, è stata presentata nel settembre 2009 al Festival di Mantova, ed è accompagnata da un dvd che raccoglie i suggestivi readings degli autori, emozionanti declamazioni che si collocano tra la performance teatrale, il rap, il blues e la lettura scenica, eseguiti talvolta in inglese, talvolta negli idiomi sudafricani originali, bellissimi anche quando incomprensibili.

Le liriche, composte da artisti che operano in ambiti differenti, dal cinema, al teatro, alla letteratura, alla musica, dimostrano l’importanza che la poesia riveste nel panorama sudafricano, non solo come espressione artistica, ma come strumento di affermazione sociale, di memoria storica e spesso di protesta, e come testimonianza della tradizione culturale locale, in cui la parola e il verso nel passato non venivano scritti, ma trasmessi oralmente, così come oggi avviene durante gli acclamatissimi poetry slam di Johannesburg e Soweto.

Nell’Africa del sud, la poesia ha sempre costituito un mezzo per rappresentare la cultura e la società, ma anche per lottare contro la violenza, il colonialismo e l’apartheid, divenendo manifestazione di resistenza, di opposizione e di sfida, e anche oggi, i poeti africani cantano la bellezza e il dolore, la rabbia e la giustizia, l’amore e la libertà con una forza che spesso raggiunge altissimi livelli emotivi ancor più nella performance recitativa che non nella parola scritta. La metrica stessa dei versi, si ispira ai ritmi dell’Africa antica, mixati alla moderna musicalità dell’hip hop e del rap americano, e a qualche rimando liroco della beat generation.

Nonostante la giovane età, i poeti sudafricani conoscono il pregiudizio e l’odio razzista, rivivono attraverso la storia della loro terra e del loro popolo l’ingiustizia subita, la violenza e l’oppressione.

Peace what peace? When our earth is being destroyed for the sake of power! grida Shamiel X in Peace what peace? E il lamento si trasforma in musica, addirittura in rock perchè, come afferma Afurakan in Blaq people rock, we have dug rock and played its tragedy on world stages .

Qana, Sabra and Chatila shatter my nigh into shredded glass cantano i versi di Natalia Molebatsi. Do not forget to remember our mothers’ struggle, do not forget Madres de la Plaza de Mayo, Mothers of Beslan, Mama Emily Longolo, ella ci chiede.

Ma è vero che Campaigns to find the world peace forever prove futile, poiché, affermano le parole di Thatelo Samuel Morapedi in True sense of freedom, White can find peace in black, and black can find peace in white, until that time, South Africa will know not a true sense of freedom.

Raphael D’Abdon, nella difficile impresa di trasferire le liriche in italiano, forse ne ha in parte perduto il ritmo musicale, più rilevante nella versione originale, ma ha mantenuto intatto il pathos emotivo dei versi, così come il linguaggio volutamente popolare degli autori.

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